di Carlotta Girola 4 Dicembre 2015
Canzian, Milano, da daniel

Fino a oggi non avrei confessato nemmeno sotto tortura di aver mangiato del minestrone, semplice banale minestrone, in un ristorante di Milano.

Anche perché non parlo di una trattoria, e comunque mi sarebbe sembrata una cosa troppo anziana, fuori moda in una città che sforna mirabolanti avventure di cuochi estrosi al limite del pacchiano.

Poi ieri sera sono stata a cena Da Daniel (si chiama così il ristorante, non sono il tipo che batte i cinque al primo incontro), quel Daniel Canzian che porta cucita addosso l’etichetta de Il Marchesino, del quale è stato executive chef per molti anni all’ombra del maestro Gualtiero Marchesi.

Oggi il capo è lui, nella doppia veste di chi cucina e chi fa quadrare i cerchi, in mezzo a una brigata giovanissima che ha appena rinnovato.

E, tornando al minestrone incriminato, oggi me ne vanto.

http://www.ristorantedanielmilano.com

Niente effetti speciali, nessun germoglio di vattelappesca nel piatto, niente ricette con ingredienti in stile enciclopedia di 14 volumi, nessuna iperbole da sifone, né arie da chef superstar.

Niente, insomma, se non del cibo, il vecchio e caro “mangiare” come direbbe mia nonna, eppure siamo nel bel mezzo della Milano “del food”, in zona Porta Nuova dove tutto è scenografico, costruito, qualche volta posticcio.

Canzian, Milano, Da Daniel
Canzian, Milano, Da daniel

Avevo visitato il sito del ristorante per farmi un’idea e il locale non mi aveva entusiasmata. Questo però è uno dei casi rari in cui dal vivo è meglio che in quelle foto che vogliono essere emozionali ma non ce la fanno proprio.

L’angolo più bello del ristorante è una cucina che definire “a vista” è riduttivo: la cucina è aperta, entra dentro il ristorante e ti fa sentire il profumo dei piatti per davvero, oltre a poter osservare l’adrenalina del lavoro e vedere come è fatto quello che stai per mangiare.

Canzian, Milano, Da Daniel

Dopo le amuse bouche, si comincia con un brodo di gallina e agrumi: si vedono gli “occhietti” di grasso della carne, si sentono i profumi un po’ natalizi dell’arancia.

Che bello, il brodino mi fa sentire a casa, soprattutto se servito in una tazza da te. Mi frego le mani, come fossi davanti al camino.

Canzian, Milano, Da Daniel

In carta si chiama semplicemente carciofo alla romana: ma si potrebbe limare ancora e chiamarlo solo carciofo. E’ un carciofo ripieno di crema di gambo di carciofo, carciofo, mentuccia e pecorino, su spinaci appena scottati.

Come mangiare un carciofo che sa tantissimo di carciofo e che un po’ ne racchiude il quid. Buonissimo, soprattutto per me che adoro i carciofi.

Canzian, Milano, Da Daniel

Si passa al risotto con limone, sugo d’arrosto e liquirizia. E se state guardando nel vuoto chiedendovi che sapore abbiano limone, sugo d’arrosto e liquirizia insieme, vi dò un aiutino: sanno di sugo d’arrosto, liquirizia e limone.

In qualche boccone vince il limone, in altri il sugo, la liquirizia si infila un po’ ovunque come una zitella amarognola, ma di quelle decisamente simpatiche.

Davvero buono.

minestrone
minestrone2

E poi arriva il minestrone: verdure di stagione croccanti, cotte ognuna per se in base alle esigenze (sia mai rovinare un broccolo facendolo bollire), tutto servito con un brodo di pomodoro che non fa rimpiangere quello di carne, o che quantomeno è un’altra cosa.

Saporito, croccante, leggero: non certo un piatto classico, ma un minestrone 2.0 che sembra partito da Milano e sbarcato in Giappone.

merluzzo

Nota dolente: il merluzzo all’olio e petali di ortaggi autunnali. Il merluzzo si scioglie in bocca, ma si sa che se non valorizzato farebbe la stessa scena di una ciabatta muta: in questo caso manca di sapore e di personalità soprattutto se confrontato, chessò, a quel carciofo all’ennesima potenza.

Non ce la fa nemmeno la cipolla al profumo d’aceto a tirargli su il morale.

Canzian, Milano, Da Daniel

Canzian, Milano, Da Daniel

Il controfiletto di vitello al grano saraceno servito con broccoli mi rianima: la crosta di grano saraceno non è croccante, ma inaspettatamente piuttosto umida e pastosa, come fosse un involucro spugnoso e dentro c’è la carne, tenera.

Tutto il croccante sta nel broccolo, puro e semplice.

Canzian, Milano, Da Daniel

Cheesecake di zucca e cioccolato con gelato alla vaniglia. Si torna per un attimo sul divano di casa, col camino e i calzettoni.

Ma di solito, a me la cheesecake non viene così bene, ve lo assicuro.

Canzian, Milano, Da Daniel

Capitolo prezzi: una degustazione da 5 piatti costa 70 euro, ma ce n’è una più soft da 50.

Alla carta i prezzi sono in media, anzi un po’ meno salati, di altri ristoranti un po’ “in” di Milano, che se non sono in odore di stella, probabilmente lo saranno.

Tutti i primi sono a 18 euro, ma le porzioni non sono lillipuziane, anzi.

Ho visto passare il classico milanese, nonché il piatto più caro in carta (35 euro): ossobuco con gremolada e risotto “giallo”, potrebbe tranquillamente essere un piatto unico e sfamarvi abbondantemente.

NOTA: questo è uno dei pochissimi ristoranti che applicano il diritto di tappo; pagate 8 euro e potete portarvi quella bottiglia che tenete lì da un tot e per cui la vostra cucina di casa non è mai all’altezza. Democratico, giusto, la prossima volta mi sa che me la porto anche io.

Canzian, Milano, Da Daniel

Ve lo avevo detto che non c’erano fronzoli qui. I sapori si sentono tutti, e non avrete quella sensazione un po’ spaesante di dire “e adesso questo di cosa sa?”

Quella di Daniel è una cucina a cassa dritta: qualcuno potrebbe trovarla piatta ma secondo me si sbaglia.

In questo mondo troppo pieno di sorprese (anche brutte) è confortante avere un piatto che mantiene quello che promette, che non fa giri a vuoto su ego spropositati, o virtuosismi di chitarra solista.

Nulla, solo cassa dritta, ritmo costante tutto tunz tunz che forse non ti sconvolge la vita, ma ti fa ballare.