di Chiara Cavalleris 18 Aprile 2018

Sono stata un’ingenua a credere che le aperture principali del 2018, a Milano, riguardassero i ristoranti degli chef più blasonati, da Attimi di Heinz Beck alla collaborazione tra Niko Romito e Bulgari.

Come ho fatto a non capire che il vero crack dell’anno sarebbe stato lo sbarco nella capitale delle mode, a due passi dalla nuova pasticceria di Iginio Massari e dal tempio multipiano di Cracco in Galleria, della catena di ristorazione asiatica numero uno, la Jollibee Foods Corporation.

3.500 negozi nel mondo distribuiti in 16 mercati, di cui 1.000 solo nelle Filippine; Paese influenzato dallo stile di vita degli Stati Uniti, che hanno occupato il territorio fino al 1946.

Nonostante ciò Jollibee, il fast food che su Dissapore conoscete per i vituperati spaghetti con ketchup alla banana, non aveva sedi in Europa. Si dà il caso che i manager della catena abbiano scelto proprio Milano come punto d’approdo nel Vecchio Continente, prima tappa di un “aggressivo piano di espansione internazionale”.

[Jollibee: perché Milano è in coda da 3 giorni, precisamente?]

Il motivo è chiaro: si punta sulla città con la comunità filippina più numerosa; una popolazione che, come avete letto nelle scorse settimane anche qui, ha accolto con lunghe file e grande calore l’arrivo del fast food.

Pochi giorni dopo, l’11 aprile, mi hanno invitata all’evento esclusivo, l’inaugurazione ufficiale: potevo mancare proprio io?

Quindi ho assistito a due video aziendali auto-celebrativi, decine di discorsi bene auguranti fatti da manager e investitori, e “brindato” alla salute della catena alzando all’unisono con gli imprenditori filippini un Chickenjoy, il loro celebre pollo fritto. Poi ho guardato la mascotte di Jollibee, che è un’ape, ballare insieme ai dipendenti come un Gabibbo tra Veline molto vestite.

[Jollibee a Milano: come reagiranno gli italiani agli spaghetti con il ketchup di banana?]

Ho scoperto che Jollibee offrirà pasti ai meno fortunati, in collaborazione con la Onlus Opera Cardinal Ferrari, e alla fine dell’evento, mentre il locale riapriva ai clienti e si formava la consueta coda, ero così contagiata da tanto entusiasmo che volevo lasciare un curriculum a Ernesto Tanmationg, amministratore delegato della catena.

Alla fine invece l’ho intervistato per voi, dopo aver provato le sue leccornie internazionali.

I Chickenjoy, tanto per iniziare, che promettono di essere “croccanti fuori e succosi dentro”, venduti a 10,5 euro per 6 pezzi, in media 2 euro per ogni pezzo di pollo.

Calcolate che con 3,20 euro da Jollibee portate via un Chickenjoy con “contorno medio”, cioè riso bollito con salsa agrodolce, e con 14 euro vi aggiudicate il pacco famiglia da otto pezzi: il classico secchiello rosso da serata film.

È il prodotto di punta, che come avrete notato non distingue granché Jollibee da qualunque altra catena di fast food.

Se lo mangiate subito è un ottimo pollo fritto: croccante e poco stopposo. Non molto sapido, sappiatelo: se la cucina del fast food filippino si fa notare per una speziatura generosa, il pollo no, è vagamente insipido, nonostante i due millimetri buoni di panatura.

Ecco perché la salsa agrodolce diventa un complemento necessario. Peccato che sappia solo di glutammato: magari mi faccio fuorviare dalle associazioni mentali, ma la vaschetta trasparente colma di liquido denso ricorda tanto un dado liquido (o brodo concentrato, dipende sempre come vedete il bicchiere), però con un po’ di pepe.

Il riso, impacchettato come l’hamburger da 90 cent di un fast food a vostra scelta, è un blocco unico, compatto e vagamente appiccicoso. Ho provato a piantarci la forchetta dentro ed è rimasta lì.

Excalibee: la posata nella roccia.

Le patate sono nient’altro che patate. Niente spirali alla McDonald’s, o spicchi con la buccia: Jollibee vende patate, classiche, fritte, a dire il vero manco troppo croccanti. A 2,10 euro per una confezione di medie dimensioni; stesso prezzo del mais con burro e del purè.

Se cercate la botta di vita sta a 2,40 euro: il riso ai funghi, che è il timballo di cui sopra riadattato per l’occasione.

Ma veniamo agli spaghetti, vero obiettivo di questo post. I maltrattati spaghetti che nessuno di noi italiani ha perso l’occasione di insultare.

Il motivo? È presto detto: questi filippini che vengono in Italia, come osano chiamare spaghetti un piatto che di italiano ha poco o niente?

Ecco, partite da qui per farvi andare giù ciò che sto per dirvi: l’Italia non c’entra. Nell’aspetto, nel condimento, nel sapore complessivo, questi spaghetti in (devo dire graziosa) confezione rettangolare non hanno niente a che vedere con il gusto nazionale.

Costano, in caso vogliate fare la contro-prova, 3,90 euro. Una porzione media, che si finisce in fretta.

Hanno una faccia orrenda: il formaggio fuso alla grossa (latte condensato, a dirla tutta) rimanda a qualche “carbonara” con Emmental che ho ingurgitato in Francia, nel silenzio luttuoso di qualche collège.

I Würstel che fanno capolino sono solo un dippiù: il rosso brillante puntinato di pepe esprime già abbastanza profumo d’esotico.

Sarà che ero pronta al peggio, che mi aspettavo una pasta più molle che mai, ma gli spaghetti di Jollibee non mi sono dispiaciuti affatto. E non erano manco così scotti.

Spaghetti in salsa agrodolce, molto speziata, mediamente piccante e per l’inciso alla banana. Che sarà mai: chissà quanto ananas avrò mangiato in mezzo al pollame del ristorante cinese, senza mai lamentarmi.

Sono strani, questo sì: il primo morso stranisce, ma al secondo si è già assuefatti, se si è minimamente avvezzi a certe zozzerie da fast food.

Superato ogni preconcetto, sono confortevoli e finanche golosi, complice un ketchup molto pepato che contrasta bene le note dolci, altrimenti stucchevoli. Sicuramente il miglior piatto assaggiato da Jollibe. Li rimangerei, anche se non sarei disposta a sopportare tre ore di coda per farlo.

Pochi minuti dopo l’assaggio, Ernesto Tanmationg ha confermato la mia idea sullo spaghetto. Ecco l’intervista.

D: Ernesto, avete modificato il menù per il mercato italiano?

E: “In realtà no. Le portate vengono richieste in egual misura da filippini e pubblico locale, specie hamburger e pollo fritto. Succede così in tutto il mondo, dal Nord America, dove abbiamo aperto il 40° negozio due settimane fa, al Vietnam, dove a novembre abbiamo festeggiato la centesima apertura.

Proporremo lo stesso menù anche a Londra, l’apertura del primo locale è fissata per la seconda metà del 2018. Ma siamo disposti a cambiare, a modificare la nostra proposta in base ai gusti del mercati locali. Finora non è stato necessario”.

D: Lo sa, vero, che gli spaghetti al ketchup hanno fatto scalpore in Italia?

E: “Certo. Sappiamo che i nostri spaghetti non sono come quelli che si trovano in Italia: sono pensati per le esigenze dei clienti filippini. È un sapore che loro conoscono, anzi, i nostri clienti più affezionati con quegli spaghetti ci sono proprio cresciuti, e ora glieli portiamo qui. Non c’è nessun tentativo di imitare la ricetta italiana, sappiamo che sono un’altra cosa”.

D: Tra i suoi connazionali c’è un entusiasmo per Jollibee che va oltre il cibo: come avete fatto?

E: “Nel cibo di Jollibee c’è molto altro: un ricordo prima di tutto. I filippini che vengono nel locale di Milano, o nel resto del mondo, frequentano Jollibee da quando erano bambini, nelle Filippine, portati dai loro genitori. Ora che vivono all’estero e sono a loro volta genitori, provano gioia a portare i propri figli da Jollibee. È una tradizione.

D: Avete programmato altre aperture in Italia?

“L’obiettivo a breve termine, entro i prossimi due anni, è di aprire un altro punto a Roma. Nel frattempo punteremo ad aprire altri ristoranti in Italia. La sede di Milano ci servirà come test, per capire come funziona il mercato qui e quali sono i gusti della clientela, soprattutto quelli degli italiani.

Sappiamo già di avere uno zoccolo duro di sostenitori filippini, ma dobbiamo comprendere meglio le preferenze locali per capire come e dove investire in altre città, oltre a inaugurare altre sedi a Milano”.