di Luca Iaccarino 27 Settembre 2017
jessica natali

È due giorni che non si parla d’altro che del calderone scoperchiato dal ricercatore Philip Laroma Jezzi: il tributarista fiorentino ha documentato sordidi maneggi nei concorsi che aprono la strada per diventare professori universitari.

“Non passano i migliori, passano i pupilli dei baroni” è quello che pare dimostrare la vicenda di Jezzi e subito giù a dire che lo sapevano tutti, all’insegna del più italico “si fa ma non si dice”.

Leggendo e rileggendo la storia –se la fiammella diventerà incendio o verrà soffocata dal “così fan tutti” solo i posteri potranno dirlo –m’è venuto in mente ciò: il lavoro in cucina è uno dei più meritocratici in assoluto.

Il lavoro in cucina ha mille aspetti critici –orari, condizioni, stipendi, infortuni, tutele– ma dal punto di vista della meritocrazia sostanzialmente premia i migliori.

Non i raccomandati, i figli dei titolari, i cugini dello zio del fondatore: i migliori. Quelli più bravi e che si sbattono di più.

La cucina è come l’esercito: il rispetto si merita sul campo, non esiste doppio cognome che lo regali.

Certo, ci saranno anche qui i calci in culo, ma funzionano molto meno, durano molto meno.


Il lavapiatti del Noma è diventato socio di Rene Redzepi


Non dimenticherò mai la chiacchierata con Jessica Natali, 22 anni, di Macerata, capopartita piatti caldi al Noma (a febbraio, prima che chiudesse). Jessica arrivò al Noma diciottenne, come stagista.

Quando le ho chiesto “come hai fatto a trasformarti da stagista a capopartita?”

“Quando gli altri andavano a casa – mi ha risposto – io restavo a lavorare.” Altroché raccomandati.