Non abbiamo più la The World’s 50 Best, ora c’è “The 50”: cosa significa esattamente?

Il fine dining forse è morto, e la The World's 50 Best cambia vestito: cosa sta succedendo al mondo dell'alta ristorazione?

Non abbiamo più la The World’s 50 Best, ora c’è “The 50”: cosa significa esattamente?

Se la vulgata popolare vuole che perfino un taglio di capelli sia indice di un cambiamento di vita, figurarsi quanto può essere importante la trasformazione – piuttosto a sorpresa – di un marchio di fama internazionale.

Eppure, dopo qualche giorno di sito irraggiungibile (causa manutenzione) ci siamo svegliati con la The World’s 50 Best, l’insieme di classifiche internazionali più importante del settore della ristorazione e dell’hospitality, che improvvisamente non era più The World’s 50 Best, ma era più semplicemente diventato “The 50”.

The 50: qual è la novità?

The World’s 50 Best Restaurants 2025 – After Party

Molti nel settore si sono chiesti se fosse solo una questione di nomenclatura e di immagine, o se il cambiamento di brand non stesse nascondendo qualche rivoluzione interna. Perché, in fondo, un’operazione del genere su un marchio riconosciuto e riconoscibile a livello internazionale comporta anche dei rischi, e vale la pena di capire perché prenderseli.

Lo abbiamo chiesto a Lisa Green, che da febbraio 2026 ricopre il ruolo di Managing Director of Content a “The 50”, una delle menti dietro a questo grande cambiamento.

Come mai un’evoluzione così importante?
“Il prossimo anno compiremo 25 anni: abbiamo voluto riflettere meglio quello su che siamo diventati, e provare a spiegarlo in maniera più efficace”.

E cosa siete diventati?
“Abbiamo iniziato nel 2002 come una classifica di ristoranti, ma tutto è incredibilmente cambiato da allora, siamo diversi, più grandi, internazionali e non siamo più focalizzati solo sui ristoranti. L’aver racchiuso tutto l’universo delle nostre iniziative sotto un unico brand, The 50, riflette meglio cosa siamo ora. E lo abbiamo fatto soprattutto per il nostro pubblico”.

Cioè?
“Abbiamo un pubblico sempre più grande e molto diverso da quello delle origini: basti pensare che venticinque anni fa non c’erano i social media. Siamo partiti da una classifica, e quella rimane, ma la realtà è che ci siamo evoluti in qualcosa di più grande, un media brand dell’hospitaly. Volevamo permettere al nostro pubblico di capire meglio tutto il nostro ecosistema, le connessioni che i vari pezzi hanno tra loro: fino a ieri avevamo tredici diversi siti web legati al marchio, ora è uno soltanto”.

Questo significa che la ristorazione per voi è più marginale di quanto non fosse all’inizio?
“La ristorazione è sempre molto importante, però vediamo che nel mondo è collegata sempre di più con gli altri elementi dell’hospitality system, ed è così anche per noi. Sia chiaro che ogni sistema verticale, ognuna delle nostre classifiche, ha ancora i suoi elementi distintivi e la sua unicità, ma siccome parliamo di mondi sempre più connessi tra loro abbiamo pensato che un sistema più interconnesso li rappresentasse meglio”.

Dunque vi siete in qualche modo adeguati a un cambiamento dello scenario?
“È stata una combinazione di fattori: abbiamo ascoltato la comunità dei professionisti ma anche il nostro pubblico: se vado in vacanza a New York cerco i ristoranti, ma anche i bar, gli hotel. Valeva la pena mettere tutte queste indicazioni a disposizione in un unico contenitore”.

Insomma, l’obiettivo è diventare la nuova Lonely Planet di alta gamma?
“Non so se ne parlerei in questi termini: quello che spero è che avendo un unico grande brand oggi possiamo offrire al pubblico maggiore completezza quando cerca informazioni su una destinazione. Quindi sì, in qualche modo potrebbe essere qualcosa di simile”.

Parliamo però sempre di viaggiatori altospendenti: nelle liste gli indirizzi suggeriti, che siano hotel o ristoranti, sono molto esclusivi…
“È vero, ma noi come brand non abbiamo nessuna influenza sulle liste, che sono competenza dei voters, che partecipano sempre su base volontaria e totalmente indipendente. Quello che posso dire però è che stiamo sviluppando molto la nostra sezione Discovery, che include posti in qualche modo più accessibili, che abbiano i requisiti giusti per essere segnalati: posti più inusuali, personali, genuini, locali. È un aspetto che vogliamo sviluppare sempre di più, è la nostra vetrina per aprirci a un pubblico più ampio e per includere luoghi meritevoli e interessanti di livelli diversi”.

Qual è la sua opinione sulla crisi del fine dining?
“Penso che certamente sia un momento difficile per l’alta ristorazione, per una serie di concause. Ma se guardiamo a 25 anni della nostra storia vediamo che ci sono state delle ondate di popolarità, di trend, cambiamenti importanti nel gusto e nelle scelte del pubblico, che credo che in qualche modo siano fisiologici, a volte anche per motivazioni che non dipendono da chi fa ristorazione, come i cambiamenti geopolitici ed economici. Quindi sì, siamo forse in una fase di evoluzione del fine dining, che dobbiamo vedere dove porterà. Io però Io però credo che il fine dining non sia morto, e che non morirà mai, così come il settore dell’hospitality di livello. Anzi, credo che le crisi possano essere un’opportunità per far nascere una nuova creatività, per reinventarsi: alla fine ce lo insegna la storia. Per questo ho la sensazione che i prossimi anni potranno anzi essere molto interessanti per il settore”.

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