Godia è una piccola frazione alle porte di Udine: la piazza del paese è linda e orgogliosamente fiera del restauro avvenuto quattro anni fa mentre l’Antica Osteria al Gallo accoglie gli avventori in modo assai cordiale. La notorietà di Godia si deve a due cose: le patate (varietà Kennabec, coltivate dagli anni ’50 con successo), cui viene dedicata ogni anno una sagra molto partecipata, e il ristorante Agli Amici, due stelle Michelin dall’anno 2013.
Non è inane né ironico ipotizzare un collegamento tra i due elementi: non soltanto perché – banalmente – l’ortaggio trova mirabile valorizzazione nella carta dell’insegna, ma anche perché il filo che tiene insieme l’umile tubero con l’olimpo gastronomico è la perfetta sintesi, oltre che il simbolo, di come una crescita coltivata con cura, in modo ragionato e ponderato, possa tradursi in luminoso successo.
La storia

La storia di Agli Amici è prima di tutto quella della famiglia Scarello e se oggi Emanuele e la sorella Michela sono riconosciuti come riferimento nel panorama nazionale e non solo, le radici di tale successo devono essere ricercate nel sedime lasciato dalle generazioni precedenti, in particolare dai genitori. Nato nel 1887 come rivendita di tabacchi, nel secondo dopoguerra il locale si fa dapprima trattoria e poi, grazie a Tino Scarello in sala ma soprattutto alla moglie Ivonne Bodigoi in cucina, si cominciano a tratteggiare linee più raffinate (anche grazie a studi in Francia).
Gli anni ‘90 segnano importanti cambiamenti: Emanuele e Michela prendono le redini del ristorante, la cucina evolve, si studia e si sperimenta sia termini di sapori che in termini di tecnica. La prima stella Michelin arriva nel 2000, la seconda nel 2013, oltre ad altri innumerevoli riconoscimenti. Oggi Agli Amici ha superato i confini regionali e nazionali. Nel giugno 2021 l’insegna ha aperto a Rovigno, località turistica istriana appena oltre il confine tra Croazia e Italia, nello spazio tra il Grand Park Hotel Rovinj e la Marina, affacciato sul mare. A tre mesi dall’apertura è arrivata la prima stella Michelin, seguita dalla seconda nel 2024 (attualmente l’unica in tutta la Croazia). Ad aprile 2023 Agli Amici è stato declinato anche in versione lagunare: “Agli Amici Dopolavoro” è il ristorante all’interno del JW Marriott Venice Resort & Spa sull’Isola delle Rose, a Venezia, insignito della stella Michelin nel novembre scorso.
L’ambiente


Il passaggio da uno scenario di piccola città di provincia a grande palcoscenico gastronomico si compie appena varcata la soglia. Oltrepassata una tenda, ci si ritrova immersi in quello che può ben essere definito come il foyer del ristorante: una sala blu con una “luna” piena a fare da sfondo, poltroncine geometriche, bancone a vista, affettatrice scintillante e supporti mobili e modulari per il servizio. E’ lo spazio destinato all’aperitivo (in carta: cocktail, etichette prestigiose e amuse bouche) per chi intenda approfittarne, che consente agli ospiti di arrivare poi a tavola procedendo per gradi ed accostandosi lentamente allo stile Scarello, fatto di accoglienza misurata nei toni, attenzione all’ospite, raffinatezza estetica, funzionalità ed essenzialità.
Si tratta di fatto di uno spazio che fino a qualche anno fa era occupato dal bistrot, poi chiuso e riadattato, destinandogli una fruizione migliore. La sala preannuncia quello che si assaggerà a tavola, disegnando una coerenza complessiva tra forma e contenuto, in cui l’estetica non è mai fine a sé stessa. Toni caldi che giocano con materiali, arredi e colori tra l’oro, le cromie terrose, i marroni ed i neutri, con illuminazione, punti luce e richiami alla tradizione friulana a fare da contorno.
Il tutto si gioca in un paio di sale con tavoli adeguatamente distanziati per consentire agli ospiti di godere di cibo e convivialità e a chi si occupa del servizio di poterlo fare in modo agevole, destinando ad ogni tavolo il tempo necessario. Se la firma è quella di Michela Scarello, la cui gestione di sala è all’insegna di grande perizia oltre che di vasta competenza enologica, è pur vero che il resto del personale non si limita ad eseguire il compito, ma lo svolge avendo ben interpretato e fatto proprio lo stile della casa.
Il menu e i piatti

Due i menu degustazione, uno a 175€ e l’altro, vegetale a 165€. Si può andare anche alla carta, con una selezione di “piatti del cuore”, classici che hanno fatto la storia del locale e tra i quali spiccano gli gnocchi con le patate di Godia. Il percorso si snoda attraverso proposte che si muovono tra montagna e mare, in quello che alla fine diventa un racconto con linguaggio contemporaneo del Friuli, che nelle mani di Scarello acquista – finalmente verrebbe da dire – la capace di rivelarsi in tutta la sua piena maturità.
Il carattere notoriamente poco incline all’apertura, la consapevolezza mista a fierezza del proprio essere ai margini, nei piatti di Scarello sono ribaltati – letteralmente – e balzano alla ribalta. L’ingrediente, sia esso carne, pesce, ortaggio o erba, è posto al centro della scena ed esaltato attraverso grande tecnica e cura estetica che tuttavia superano agevolmente il rischio di essere fine, per diventare invece mezzo: uno strumento di godimento che consente all’ospite, a prescindere dalla sua competenza culturale e gastronomica, di apprezzare ogni piatto. Tutto è misurato: l’attenzione al locale, le radici, la memoria, così come lo sguardo cosmopolita, la creatività, il gioco sapiente tra gusti, consistenze e texture.
Lo si vede nell’elegante capasanta, con beurre blanc all’idromele, toast di scarola e saor, e nella ricciola cui i petali di yucca ed il karkadè conferiscono nuova linfa. Lo si apprezza massimamente nel calamaro cacciarolo, forse il piatto summa, in cui dal pesce ai fagioli borlotti, fino allo yuzu e ‘nduja, tutto si tiene, finanche la seducente bellezza. I tortelli di pane risolvono abilmente l’apparente contraddizione tra le radici contadine (brodo di gallina) e la preziosità delle canocchie, mentre il coniglio trova una diversa ragion d’essere accompagnato da melassa di fico, cioccolato e aromaticissime foglie di basilico. Spesso gli ingredienti sono accompagnati da declinazioni degli stessi in altra veste (liquida, giocosa, di recupero), dimostrandone versatilità e capacità di gestirla.
I dessert sembrano incasellabili solo in apparenza nel novero dolci-non dolci: in realtà sia il lo yogurt con erba luigia, sedano rapa e topinambur, sia soprattutto il gioco con alghe, erbe di laguna, olivello spinoso e mandorle dimostrano come non serva necessariamente trasformare la chiusura in un’esperienza punitiva, men che meno per fare sfoggio di una vera o presunta creatività. In ogni caso, la piccola pasticceria arriva a sigillare egregiamente tutto.
Voto 9,5/10


