di Giovanni Puglisi 25 Ottobre 2020
ristoranti chiusi alle 18

Il nuovo DPCM è arrivato, calando una scure (o forse una falce) sui ristoranti: tutte le attività del settore, dalla gelateria allo street food, dallo stellato alla pizzeria, dalla trattoria al cocktail bar al pub, dovranno inesorabilmente calare le saracinesche prima che si faccia buio. Chiuderli alle 18 però questa volta rischia di distruggere il comparto gastronomico e, beffa oltre al male, senza ottenere un granché.

Nel frattempo lo sgomento avanza trasversale su testate gastronomiche, social dei ristoratori e dei clienti, persino, che pur essendo cittadini chiamati “al piccolo sacrificio di rinunciare alla cena fuori”, come direbbe il nostro Premier, sembrano riconoscere l’illogicità del Decreto.

Noi di Dissapore non possiamo che accodarci, riconoscendo che (di nuovo) si mina il settore gastronomico tutto, che tanto caro dovrebbe essere all’Italia, in una forma di accanimento contro i ristoranti, bar, pub e attività correlate che non può non apparire come un tentativo di dare in pasto all’opinione pubblica (sempre più stanca, diffidente e smaliziata) un capro espiatorio su cui far convergere la responsabilità dell’impennata dei contagi; quando invece per una serie di questioni logiche, per limitare la diffusione del virus, ci sarebbero punti nodali più strategici sui quali intervenire e modalità più opportune per aumentare il controllo su bar e ristoranti dell’imposizione di un’indiscriminata barriera a tempo.

Ecco dunque i 7 motivi per cui non comprendiamo la logica delle nuove misure, che spieghiamo auspicando di rappresentare molti degli imprenditori, dei professionisti coinvolti nel mondo della ristorazione e dei clienti, i nostri cari lettori; sperando che al più presto il Governo torni sui suoi passi.

1. Alcuni ristoranti non esistono prima delle 18

Vorremmo davvero essere nei panni di chi, al Comitato Tecnico Scientifico, ha deciso che i ristoranti avrebbero dovuto chiudere alle 18 – orario in cui molti stanno facendo le pulizie che precedono il servizio della sera. “Lavoreranno con le colazioni e a pranzo” – avranno pensato, senza tenere in considerazione che alcune tipologie di attività coinvolte da quello che è a tutti gli effetti un lockdown non sono, per loro natura, idonee ad operare in diurna: pub, cocktail bar, enoteche con cucina ed in generale esercizi adibiti alla somministrazione di alcolici non possono operare in alcun modo nelle fasce orarie prestabilite, per ovvie questioni sia funzionali che culturali.

Più di altre, queste categorie di aziende rischiano l’estinzione immediata e totale, insieme all’indotto produttivo che le sostiene.

2. Il pranzo non sarà d’aiuto

E ancora: chi può permettersi di andare a pranzo fuori, durante la settimana? Anche potendo, chi lo fa davvero e come? Lo smart working ha ucciso le pause pranzo, e anche i pochi lavoratori che si ostinano a non mangiare a casa non hanno tempo per raggiungere i ristoranti e fare un pasto completo durante il break dal lavoro. Se ne ha che lavorare in orario prandiale, considerati i costi ordinari di esercizio, di approvvigionamento, la tassazione e una concorrenza divenuta improvvisamente affollata e feroce – a causa della compressione della finestra oraria in cui è possibile esercitare l’attività – si rivelerà per molti operatori del comparto ristorativo, se non per tutti, controproducente e forse suicida.

3. I ristoranti hanno speso per adeguarsi alle nuove (vecchie) norme

La scelta della chiusura generale della ristorazione arriva a ridosso di una “fase due” durante la quale chi ha affrontato l’emergenza con serietà ha speso somme ingenti, e rinunciato a buona parte dei ricavi, per adattare la propria attività alle norme anti-Coronavirus. Adeguamenti degli impianti di areazione, tavoli ridotti, sanificazioni, acquisto di DPI hanno inciso pesantemente sul budget delle attività di ristorazione; per le quali oltre al danno si prepara, adesso, una tragica beffa.

4. La “movida” non sono i ristoranti

Troppo spesso abbiamo visto, nei mesi passati, articoli sulle preoccupanti evoluzioni della questione Coronavirus che sbattevano in prima pagina, per lo più a sproposito, la parola “movida” accompagnata da foto di bar e pub. Beh, diciamolo una volta per tutte: la “movida” (che, per inciso, è una parola orrenda) a rischio non è quella di chi esce a cena o a bere un drink, seduto e a debita distanza dagli altri avventori, ma quella caotica che si scatena gomito a gomito nelle strade e nelle piazze – spesso, peraltro, senza che le forze dell’ordine, pur se presenti, possano intervenire in maniera determinante. La stampa generalista si è troppo spesso fatta portatrice di una confusione generale che mette nello stesso calderone chi lavora rispettando le regole e la sicurezza di tutti e chi invece, per qualche euro in più o per puro e cieco menefreghismo, se ne infischia.

Più gente nei locali (con le misure giuste) e più controlli rigorosi significa meno persone per strada, senza contare che com’è ovvio controllare sistematicamente persone sedute in maniera ordinata – vale per i locali, ma anche per esempio per cinema e teatri – sia più facile che intervenire su un marasma di gente che si riversa nelle città.

5. Le regole di prima sarebbero bastate

La regole di distanziamento, tracciabilità e sanificazione già imposte ai ristoranti, se correttamente applicate, sono state suggerite dal CTS; e dovrebbero pertanto essere sufficienti a garantire la sicurezza dei clienti. Se l’obiettivo della chiusura alle 18 è quello di abbassare l’indice di contagio e le misure di sicurezza non permettono la diffusione del virus, anziché fermare un intero comparto non sarebbe opportuno incentivare il lavoro di chi ha scelto di operare nel rispetto della salute di tutti, consentendo alle attività virtuose di continuare a funzionare? Non sarebbe più fruttuoso, invece, concentrare le forze su un incremento dei controlli; e sancire più aspramente (per esempio con chiusure totali e prolungate) chi viene sorpreso a violare la legge?

6. Come possono i ristoranti essere il tallone d’Achille?

Al ristorante a un metro e mezzo da tutti no, in autobus a cinque centimetri da altre dieci persone sì. Una cosa, più di ogni altra, sfida la logica e mette a nudo le strategie del compromesso attuate nello stendere il DPCM: perché si fermano i ristoranti e l’intrattenimento, e non si mette pesantemente mano su quello che è per ovvie ragioni uno dei luoghi di contagio più probabili e critici? Nel sistema di trasporto pubblico, attivo 24 ore al giorno, la densità degli occupanti supera di molto, e costantemente, quella concessa dalle norme di sicurezza anti-Coronavirus. Perché non si riesce a intervenire in merito, per limitare i rischi di contagio, scaricando il fermo sociale solo sulle spalle dei piccoli e medi imprenditori, e non si impugnano a livello strutturale problemi che razionalmente – contravvenendo senza che nessuno batta ciglio alle più elementari norme di distanziamento – sono fonte di contagio privilegiata? Forse potremo considerare di rimuovere dall’occhio la pagliuzza: ma prima spostate questa trave.

7. Le sovvenzioni non bastano

Conte ha promesso alla ristorazione “ristoro” e “indennizzi” – parole che, già dal suono, risultano profondamente diverse rispetto alla “potenza di fuoco” evocata a Marzo. Dato per assodato che non sarà possibile, per bar e ristoranti, ricevere assegni pari al mancato incasso, dovremmo tutti renderci conto che i palliativi e le misure di sostegno non saranno adeguati, questa volta, per limitare lo sfacelo: troppe aziende, già logorate da una Primavera impossibile, non potranno superare l’Inverno. E questo, in un’Italia fondata su cibo, turismo e PMI, non ce lo possiamo permettere.