di Valentina Dirindin 24 Febbraio 2021
ristorante

Si affievoliscono le speranze che il nuovo DPCM in arrivo dal Governo possa cambiare la sorte dei ristoranti, che a quanto pare no, non riapriranno per cena nei prossimi giorni.

La speranza di molti, nonché richiesta di alcuni, parteggiata dai sindaci con una proposta ufficiale e richiesta a gran voce dai ristoratori, è (era) quella di consentire la riapertura dei ristoranti almeno in prima serata e almeno in zona gialla, in modo da permettere di riattivare gli introiti della cena (che, vale la pena ricordarlo, sono da sempre la stragrande maggioranza del fatturato per molte attività di ristorazione).

Una richiesta che è da giorni, anzi, da settimane, sulla bocca di tutti. Lo era tempo fa, quando si decise di limitare l’apertura, anche nelle zone con meno contagi, al solo pranzo: già allora i meme su internet si chiedevano se il virus fosse un animale notturno. Pian piano, quella domanda non se la sono posta solo i social network: i ristoratori hanno iniziato a chiedersi, anche lecitamente, cosa cambiasse tra un servizio fatto bene e in sicurezza a pranzo e uno fatto allo stesso modo a cena. E a loro hanno fatto seguito i politici, che qua e là, con convinzione o opportunismo – un po’ da tutti gli schieramenti, trasversalmente – sono saliti sul carro dei ristoratori, caldeggiando le loro volontà di aprire la sera.

Ma i rumors che arrivano da Palazzo, in questo senso, non sono per nulla buoni. A sposare questa idea ai vertici, all’interno delle forze che appoggiano il neonato governo Draghi, sembra sia soltanto Matteo Salvini, che da un po’ di tempo a questa parte ha deciso di cavalcare le richieste dei ristoratori, perfino schierandosi con i metodi discutibili di IoApro.

Il dibattito si è aperto, forse anche approfittando del cambio di governo, che potrebbe portare a un’inversione di rotta sulle decisioni riguardanti il contenimento della pandemia. Si è aperto e non si chiuderà fino al raggiungimento dell’obiettivo, questo è chiaro. Ma il momento, certo, non è dei migliori, con una terza ondata che in molti sostengono essere alle porte e la variante inglese che presto dilagherà ancora più contagiosa nel nostro Paese. Se queste previsioni fossero vere, il tempo sarebbe quello di maggiori chiusure, e non viceversa di più libertà. E in questo senso pare vada in effetti la linea di governo, almeno a giudicare dalle dichiarazioni del ministro della Salute Roberto Speranza, che ha detto chiaramente che non ci sono le condizioni per allentare le misure.

Pare infatti che il prossimo DPCM in arrivo (che dovrà sostituire quello attuale, valido fino al 5 marzo), il primo dell’era Draghi, si manterrà su una sostanziale continuità rispetto alle direttive precedenti. Quel che si vocifera possa succedere, anzi, è l’introduzione di una nuova zona, quella “arancione scuro”, intermedia tra quella arancione e quella rossa, ma anche in questo caso per i ristoranti e i bar cambierebbe poco: chiusura durante tutta la giornata, poco importa la gradazione di arancione.

Ma la questione di una maggiore flessibilità nei confronti dei ristoranti in zona gialla continua a essere aperta e affrontabile, come dicevamo. Sul tema, come dimostra anche la presa di posizione di Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia-Romagna, gli enti locali sono determinati a chiedere di muoversi in questo senso.

E proprio domani mattina ci sarà un incontro tra i ministri degli Affari Regionali Maria Stella Gelmini e della Salute Roberto Speranza e i rappresentanti delle Regioni, delle Province e dei Comuni. La richiesta di allungare gli orari di apertura in zona gialla, con tutta probabilità, verrà messa sul piatto, ma difficile che incontri l’ok della linea rigorosa che il ministro Speranza ha dimostrato più volte di essere determinato a seguire. Insomma, per il momento, è probabile che dovremo accontentarci dei pranzi fuori. Ma non si sa mai.

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