di Valentina Dirindin 13 Gennaio 2021
Guero bologna

L’emergenza sanitaria va avanti, i ristoratori scalpitano (con iniziative anche molto discutibili, come #IOAPRO) nonostante i ristori, e forse una delle domande da farsi è: ma i parametri su cui sono stati stabiliti questi ristori (indipendentemente dall’ammontare delle cifre) sono davvero equi e giusti per tutti?

C’è un meme che gira su internet in queste ore, per giustificare i malumori del Paese: raffigura il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in tre diversi virgolettati, in cui chiede sacrifici fino a Pasqua, poi fino a Natale, poi fino a gennaio 2021.

Un passetto per volta, la pandemia ci ha rubato quasi un anno delle nostre vite. Eppure, ad aprile scorso, pensavamo tutti fosse una cosa temporanea, due mesi chiusi in casa a far lievitare pizze e pizzette e bon, problema risolto, tutto può ripartire con l’arrivo dell’estate. Quanto eravamo ingenui a lamentarci allora, e quanto poco avevamo capito dei mesi che sarebbero arrivati.

Il calcolo dei ristori

Ingenuo però lo è stato anche il Governo, quando ha stabilito come distribuire i ristori. Il primo giro (quello della primavera 2020) è stato infatti calcolato sulla base delle perdite anno su anno nei mesi di stop forzato per il lockdown. Giusto: non lavori da marzo ad aprile? Lo Stato ti riconosce una parte delle perdite, ipotizzandole sull’unico parametro possibile: guardare quanto avevi guadagnato negli stessi mesi del 2019.

Il problema, semmai, è che poi i ristori sono andati avanti così, tenendo sempre come parametro quello iniziale, e cioè quello relativo alle perdite di quel primo periodo. Tanto per capirci, i Ristori di novembre e dicembre sono stati stabiliti sempre sulla base delle perdite del fatturato di aprile.

È chiaro: all’inizio della pandemia bisognava rispondere a un problema improvviso in fretta, e con soluzioni semplici. Ma poi la pandemia si è protratta oltremodo, e oggi forse, a distanza di dieci mesi dall’inizio di tutto, probabilmente quei parametri andrebbero rivisti su base annuale. E mentre oggi finalmente il Governo supera il problema dei codici Ateco, che erano stati utili in un primo momento ma avevano causato poi paradossi e disuguaglianze, la questione delle variabili mensili sul fatturato non è ancora stata affrontata e risolta.

Le variabili stagionali dimenticate dai ristori

Perché altrimenti – è facile da intuire – questo sistema sul lungo termine è destinato a generare paradossi e disuguaglianze di ogni genere. Basti pensare agli stagionali estivi, che a dicembre – mese in cui probabimente sarebbero stati chiusi – ricevono aiuti calcolati sugli incassi primaverili o, di contro, agli stagionali invernali, che nei mesi che sarebbero stati di maggior fatturato ricevono contributi parametrati su un periodo di bassa stagione.

Uno compensa l’altro, direte voi. E no, anche peché poi ci sono i casi limite, quelli che rendono lampante il paradosso di soluzioni che non tengono conto dei singoli casi. Come quello di Daniele Rumori, proprietario del Guero, cocktail bar di Bologna, che sui suoi aiuti parla di “ingiustizia di Stato”.

Locale chiuso per ristrutturazione? Niente incasso, ristori base

 

“Abbiamo aperto la nostra partita iva lo scorso Febbraio 2019, ma fino a Settembre 2019 non abbiamo iniziato la nostra attività, perchè stavamo ristrutturando il locale”, racconta. “La cosa non è un dettaglio da poco, perchè il Governo ha deciso di risarcire il nostro settore con contributi sempre e solo calcolati sul fatturato di aprile 2019. Quindi, tutti quelli che hanno aperto dopo quel mese o che per qualsiasi ragione in quel mese erano chiusi, sono esclusi dalla possibilità di avere ristori adeguati”.

Dunque i ristori Daniele li ha ricevuti. “Sì, ma solo il minimo, una cifra per nulla adeguata a quello che era il nostro giro di affari e soprattutto a quelle che sono le spese fisse per un’azienda come la nostra”, spiega.

Insomma: un aprile 2019 a fatturato zero – per una ristrutturazione – ha gravato poi sui conti del 2020, e chissà per quanto ancora continuerà a essere il metro di riferimento per gli aiuti futuri, che forse – davvero – dovrebbero essere riparametrati in qualche modo, visto il protrarsi della situazione.

“Se a questo aggiungete la chiusura alle 18 (orario in cui eravamo abituati a tirare su le serrande), potete ben capire che abbiamo concluso un anno difficile con due mesi terribili, in cui le spese hanno superato di gran lunga le entrate”. “Al di là del nostro caso macroscopico, è chiaro che, con la chiusura alle 18, il ristorante che sta aperto solo a pranzo avrà certamente avuto un calo di fatturato, ma forse non paragonabile rispetto a chi a quell’ora abituato ad aprire”, conclude Daniele.

La sua situazione l’ha fatta presente con una lettera aperta alle istituzioni, in cui spiegavano la loro situazione. “Le uniche cose che abbiamo ottenuto sono state un’enorme sensazione di impotenza e la sfiducia totale nei confronti delle istituzioni”.

1