Se d’un tratto ci fossimo stancati di fotografare i piatti? Il buonappetito

Fotografare i piatti al ristorante: e se, all'improvviso, ci fossimo stancati?

Se d’un tratto ci fossimo stancati di fotografare i piatti? Il buonappetito

Oggi sono andato a pranzo con mia moglie in un posto simpatico vicino al suo ufficio, a Torino: si chiama Poormanger, propone quasi esclusivamente una sorta di baked potato, delle patatone cotte al forno, mantecate e ricoperte di prodotti buoni.

Queste patatone sono anche belle a vedersi, così quando ci è arrivato l’ordine mia moglie, conoscendo le mie abitudini, mi dice: “vuoi fotografarla?”.

“Ma no”, rispondo io e mi metto a mangiare, vista la gran fame.

Non è la prima volta che mi capita. Anzi: negli ultimi giorni sto divorando un sacco di cose senza sentire il bisogno di condividerle sui social.

Che mi starà succedendo?

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Inquieto torno in ufficio e prima di rimettermi a lavorare zigoviaggio un poco su Facebook. Molti postano battute che vorrebbero sagaci. Altri condividono Pupo che canta a cappella in aereo. Ma piatti, nonostante l’ora post-prandiale, pochi. E dire che ho cinquemila “amici”, tutti golosi. Verifico: degli ultimi cento post solo due immortalano cibo.

Ommisignur.

Preoccupatissimo vado su Instagram. Lo uso poco, seguo 2.931 persone. Però quasi tutte del settore. Eppure, anche in questo caso, delle ultime cento foto postate solo dieci sono piatti.

Tra gattini, paesaggi, strascichi vacanzieri, meme inutili e varie amenità sapete quale categoria vince di brutto la mia mini-indagine?

I selfie.

Cosa questo voglia dire, ammesso che si dimostri vero in generale, lo lascio ai sociologi, io mi permetto solo di trasmettere una sensazione: forse ci siamo stancati di fotografare i piatti.

È un bene? Un male. Non saprei. A me ha sempre divertito farlo. Ma se smetteremo me ne farò una ragione.

Delle fotografie si può fare a meno. È il cibo che non deve mancare mai.