di Luca Iaccarino 31 Maggio 2018

Lo dico sempre: in un ristorante perdòno tutto tranne la malafede.

Gli errori li facciamo tutti, se c’è un piatto sbavato, se la comanda è sbagliata, se il servizio ha un rallentamento: può capitare.

Ma quello che proprio non sopporto è chi tenta di fregarmi.

E nei locali di un certo blasone una fregatura ormai diffusa, codificata, reiterata è la frase “un aperitivo?”.

[10 aperitivi senza rivali a Milano]

Cioè appena seduti, prima di guardare menu e carta dei vini, un cameriere ti dice, molto sorridente, “un aperitivo?” “offrendoti” –magari con la bottiglia già in mano– un calice di champagne.

Tutti gli inesperti accettano con entusiasmo, arciconvinti che sia un gentile omaggio della casa. E invece: col cacchio.

E anche gli esperti –quelli che dopo tanti locali hanno capito che non di offerta, si tratta, ma di vendita– non hanno alcun modo di sapere quanto costerà “l’aperitivino.”

Otto euro? Dieci euro? Venti euro? Cinquantamila lire (nel caso di uscita dalla moneta unica)?

La prima volta che mi è capitato è stato –scusate lo snobismo– da Ducasse a Montecarlo. Ero giovane e inesperto. La gentilissima cameriera ci disse “un aperitivino?”. Noi che eravamo innamorati rispondemmo “oui, oui!” per poi trovarci due calici di champagne entry level a 40 euro.

Io odio i prezzi non dichiarati. Li trovo in enorme malafede.

[Io volevo solo bere: contro la dittatura dell’aperitivo]

Quando mi dicono i fuoricarta –che guardacaso son sempre i piatti più cari– chiedo sempre il prezzo.

Quando mi “offrono” l’aperitivo rifiuto sempre (è all’inizio della cena, vigliaccamente non oso dire: quanto costa?) e guardo la carta: eventualmente per iniziare mi prendo un calice di quello che voglio io.

La cosa che mi irrita ancor di più è che una cosa che accade prevalentemente nei locali eleganti. Ma non c’è niente di meno elegante della furbizia.