Ogni grande saga familiare che si rispetti ha bisogno di tre elementi: un patrimonio da contendersi, dei consanguinei disposti a scannarsi per ottenerlo e un pubblico che finga di disapprovare mentre in realtà non si perde una virgola della storia. I Lannister di Game of Thrones avevano il Trono di Spade, i Bridgerton i matrimoni combinati e Lady Whistledown a documentare ogni sgarbo con prosa avvelenata.
A Napoli, dove la fiction non è mai riuscita a competere con la realtà, le grandi dinastie si contendono qualcosa di molto più sacro, ovvero il diritto di sfornare la pizza o il babà migliore della città fregandosi reciprocamente il cognome che campeggia sull’insegna, quel cognome che a un certo punto della storia familiare ha smesso di essere un semplice dato anagrafico e si è trasformato nel bene più prezioso e più tossico che un genitore napoletano possa lasciare in eredità ai propri figli.

Il segnale visivo di queste faide è un cartello che in città raggiunge una densità per metro quadro senza eguali nel mondo occidentale: «UNICA SEDE», scritto in maiuscolo con un’urgenza tipografica che oscilla tra l’avviso di sfratto e la dichiarazione di guerra.
Traduzione per i non addetti: qualcuno della mia stessa famiglia ha aperto un locale con il mio stesso cognome e questa è la mia risposta pubblica, passivo-aggressiva e pure bellamente incorniciata. Se i Gucci e i Ferragamo risolvevano i loro problemi nelle aule dei tribunali e negli studi dei notai ginevrini, i ristoratori napoletani appendono tutto direttamente in vetrina, tra la teca delle sfogliatelle e il listino prezzi, perché qui la trasparenza non è una scelta etica, è una peculiarità caratteriale.
Ne ho contate cinque di queste lotte per l’onomastica e badate bene, nessuna è inventata, tutte sono verificabili e ognuna meriterebbe una stagione intera su Netflix.
Sorbillo contro Sorbillo

La madre di tutte le faide gastronomiche napoletane nasce, come ogni epopea che si rispetti, da una famiglia numerosa fino all’inverosimile. Luigi Sorbillo e Carolina Esposito aprirono la prima pizzeria a via dei Tribunali nel 1935 e misero al mondo 21 figli, tutti diventati pizzaioli.
Il protagonista della saga moderna è Gino Sorbillo, nato nel 1974, figlio di Salvatore (il diciannovesimo dei ventuno figli), che negli anni Novanta rilevò con il fratello Toto la sede storica al civico 32 di via dei Tribunali e ne fece un impero internazionale con sedi a Milano, Roma, Bologna, Torino e Tokyo, rivendicando con fermezza il ruolo di «unica sede» dei Sorbillo.
Il problema è che i Sorbillo fanno municipalità a sé per quanti sono, e non tutti si sono limitati a subire l’estro del piccolo di casa. Al civico 38 di via dei Tribunali, a pochi passi dalla sede di Gino, i cugini Antonio e Gigi detto Gigione gestiscono da anni la loro pizzeria Sorbillo senza provocare alcun attrito. Lo stesso cugino Luciano ne aveva una col cognome di famiglia sempre ai Tribunali già dal 2007, e senza suscitare le ire di nessuno. Le cose però cambiarono nel 2017, quando Luciano aprì nella centralissima via Depretis: a quel punto, colpo di scena, Gino lo trascinò in tribunale.
La sezione imprese del Tribunale di Napoli nel 2018 gli diede ragione con un provvedimento cautelare, riconoscendogli il diritto esclusivo al marchio, ma l’avvocato di Luciano commentò l’esito sottolineando, con sontuosa cazzimma, che non si trattava di una sentenza definitiva, facendo notare che Gino apparteneva a uno dei rami più acerbi dell’albero genealogico di famiglia e che altri cugini vantavano più anni di esperienza e di mestiere. Il provvedimento ha quindi risolto un contenzioso legale, ma non ha cancellato il fatto che quel cognome, a Napoli, lo portano in tanti, e che il concetto di «unica sede» applicato a una famiglia di ventuno figli è quantomeno naïf.
Tizzano contro Tizzano: due «uniche sedi» a pochi metri

Se il caso Sorbillo è shakespeariano, quello dei Tizzano è dadaista. Due attività entrambe denominate «Pasticceria Tizzano dal 1960 – Unica Sede» operano a Napoli, nei pressi della Stazione Centrale, con due indirizzi diversi, due pagine Instagram diverse e, presumibilmente, due versioni inconciliabili della stessa storia familiare.
La prima ha sede al Corso Meridionale 6/C e dichiara di essersi trasferita lì nel 2024 dopo decenni nello stesso Corso Meridionale. La seconda opera in via Aquila 155/156 e su Instagram rivendica identica denominazione, stessa data di fondazione e medesimo ruolo di custode del «vero babà». Se provate a digitare «Tizzano unica sede» su Google, vi appaiono due risultati, ciascuno dei quali vi spergiurerà di essere il solo.

Nessuna delle due parti ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla scissione, il che rende la vicenda ancora più napoletanamente perfetta: si litiga a colpi di insegne, geotag e video provocatori sui social. Il babà, nel frattempo, resta buono in entrambi i posti, perché a Napoli anche le faide hanno un limite e la qualità del prodotto non si tocca, come la mamma. Nota di redazione: la sottoscritta preferisce quello preparato in Corso Meridionale.
Da Michele: unica sede a Napoli, franchise nel mondo

L’Antica Pizzeria Da Michele, fondata dalla famiglia Condurro nel 1870 e oggi in via Cesare Sersale a Forcella, ha costruito la propria leggenda su un principio di unicità ed essenzialità: solo margherite e marinare forgiate nel locale storico. Il cartello «unica sede a Napoli» campeggia sul muro, nei comunicati stampa, ovunque ci sia uno spazio bianco da riempire con la propria ontologia.
Poi, come in ogni tragedia familiare che si rispetti, il successo ha prodotto la frattura. Un ramo della famiglia Condurro aprì sedi non autorizzate usando lo stesso nome, la causa approdò in tribunale, e la sentenza stabilì che il diritto esclusivo al marchio «Antica Pizzeria da Michele» spettava al ramo di Forcella, imponendo all’altro la rimozione di insegne, domini web e profili social. Il ramo sconfitto ora opera con la denominazione «Da Michele / I Condurro».
Il paradosso? È che il ramo che ha vinto la causa è lo stesso che ha avviato il franchise «Da Michele in the World», portando il marchio in 64 sedi tra Tokyo, Londra, New York, Dubai, Roma e Milano. L’unica sede, alla fine, è ovunque.
Pintauro: la bottega storica contro il surgelato

Il caso Pintauro è diverso dagli altri perché non si tratta di una faida tra parenti ma di una scissione identitaria tra l’attività storica e artigianale e la controparte industriale.
La Pasticceria Pintauro nasce a Napoli nel 1785 e da osteria si trasforma nel tempio della pasticceria napoletana, scolpendo nella pasta tirata con lo strutto le caratteristiche della sfogliatella moderna. La bottega di via Toledo 275 attraversa due secoli di storia, poi conosce un calo di qualità che i clienti abituali non hanno mancato di notare, e infine chiude.

A marzo di quest’anno la bottega riapre con una nuova gestione affidata all’imprenditore Francesco Bernardo, al pasticciere Davide Piterà e allo storico banconista Peppe Tomei, con la promessa di riportare la sfogliatella ai vecchi fasti.
Il problema è che nel frattempo il nome Pintauro circola associato ad un’attività del tutto separata: «Pintauro Dolce e Salato», azienda con stabilimento produttivo in via Ferrante Imparato 25/27 (zona industriale), un punto vendita al dettaglio in Corso Meridionale 7/A, a due passi dalla Stazione Centrale, e una linea di sfogliatelle, rustici e panini napoletani destinati sia al consumatore finale sia al canale Ho.Re.Ca. Per il turista che digita «Pintauro sfogliatella» sui motori di ricerca, la confusione è inevitabile poiché distinguere l’una dall’altro richiede una competenza filologica che non si può pretendere da chi è appena sceso dal treno.
Bellavia al plurale

Quello dei Bellavia non è un litigio ma una mitosi. Antonio Bellavia lasciò Palermo per Napoli a metà del Novecento (il ramo del Vomero dice anni Cinquanta, quello dei Colli Aminei rivendica il 1925), aprì la prima pasticceria a Port’Alba e sposò la napoletana Orsola, fondando una dinastia che da allora impasta cassate e sfogliatelle con il doppio passaporto siculo-partenopeo. I figli Vincenzo e Giuseppe portarono l’attività al Vomero negli anni Sessanta, poi nel 1991 i due rami si separarono commercialmente e produttivamente, senza cause, senza avvocati e probabilmente senza alzare la voce.
Oggi i Bellavia sono almeno tre realtà distinte. Il ramo di Vincenzo opera come «Antica Pasticceria Vincenzo Bellavia» con sedi al Rione Alto, all’Arenella, a Fuorigrotta, all’aeroporto di Capodichino e a Roma. I figli di Giuseppe si sono divisi ulteriormente: Alessandro e Diego gestiscono insieme la sede del Vomero in via Luca Giordano 50, Davide ha aperto per conto suo in viale Colli Aminei 225, e Luca è partito per Milano. Tre ragioni sociali diverse e un solo nonno palermitano per una famiglia che ha deciso di moltiplicarsi anziché litigare.

Del resto il DNA trasmette il colore degli occhi e la predisposizione al colesterolo, non la mano sulla sfoglia, e a dirla tutta quello che succede nelle case dei proprietari interessa più agli individui coinvolti che a noi clienti. Quel cartello «unica sede» appeso in vetrina è una lite tra parenti messa in cornice, non una certificazione di qualità. E poi l’unica cosa che davvero si eredita di padre in figlio, a giudicare da queste storie, è il numero dell’avvocato.

