di Carmine Capacchione 31 Maggio 2010

Il riso (Oryza sativa) rappresenta l’alimento più importante per miliardi di persone nel mondo, specialmente nei paesi asiatici in via di sviluppo. Il riso ha proprietà nutritive eccezionali, è il cereale più facilmente digeribile e assimilabile dall’uomo ma sfortunatamente difetta, nella parte commestibile, di carotenoidi, i precursori vegetali della vitamina A essenziali per l’organismo umano. La carenza di vitamina A può determinare deficit nella crescita, malformazioni ossee e causare ridotta funzionalità visiva notturna o la cecità totale nei bambini. Si stima che il deficit da vitamina A causi la morte di circa 10 milioni di bambini per anno.

Il “golden rice” è un riso Ogm in cui, attraverso tecniche di ingegneria genetica, è stato introdotto il betacarotene nella parte edibile della pianta. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati per la prima volta sulla rivista specializzata Science nel 2000, successivamente, nel 2005, su Nature Biotechnology è stata messo a punto una seconda versione che contiene 23 volte più betacarotene del “golden rice” originario.

Gli inventori e la compagnia che detiene la proprietà intellettuale dell’invenzione (Syngenta) hanno garantito delle “Licenze umanitarie gratuite” che prevedono l’uso gratuito dell’invenzione fino a un introito massimo per l’agricoltore di 10.000 dollari ogni anno.

Anche questa volta però Greenpeace e l’attivista indiana Vandana Shiva hanno obiettato sulla biodiversità vedendo inoltre in questo Ogm dal volto umano il cavallo di troia per rendere i contadini dei paesi in via di sviluppo dipendenti dagli organismi genericamente modificati e dalle multinazionali che li producono. E poi, io mi chiedo, perché dobbiamo introdurre il betacarotene nel riso anziché garantire una dieta più ricca e varia a milioni di bambini?

Con il cibo che il ricco Occidente butta nella pattumiera hai voglia di fornire betacarotene ai bambini indiani. Il problema della malnutrizione richiede una soluzione politica e non tecnica. Allo stesso tempo però non sono sicuro che un contributo alla soluzione del problema il “golden rice” proprio non possa darlo perché, forse, con la buona volontà molti sprechi si possono eliminare nella nostra parte di mondo, ma eliminarli del tutto mi sembra un’utopia non meno grande di quella dello scienziato che voleva salvare il mondo con un chicco di riso.