di Adriano Aiello 25 Gennaio 2012

Non so voi, ma io sono cresciuto a grandi pastasciutte. Non solo, certamente. Mediamente carnivoro, non ho mai abusato di fritti e di dolci (che fortunatamente non amo), ho il pallino del pesce e dei formaggi e ovviamente da buon romano ho ingerito quote parossistiche di pizza al taglio (eccellenza capitolina e vero e proprio simbolo di civiltà che manca clamorosamente qui a Milano, dove vivo da qualche anno).

Il salutismo estremo mi esalta come una pubblicazione di Tremonti e non sono ancora uno splendido quarantenne (cit.) soprattutto perché mi manca un lustro per raggiungere le quattro decadi. Ma nonostante gli inquietanti segni di decadimento delle farine, credo ancora nel valore della dieta mediterranea e nel suo intrinseco godimento. Che poi è uno dei fini del cibo, altrimenti siamo qui a rinnegare la nostra cultura.

Certo che l’ossessione tipicamente italiana per il cibo è una brutta abitudine ma non è uno di quei mali per cui flagellarsi senza sosta. E la convivialità del pasto è un valore (per la sopravvivenza c’è l’Olanda se volete), più dell’ossessione per la linea e del fanatismo ingiustificato verso una categoria di macronutrienti, come nel caso delle proteine.

Sarà un ventennio che la straordinaria ricchezza e varietà dell’offerta culinaria italiana è spesso martirizzata da un’idea singolare della dieta: la soppressione dei carboidrati a favore delle osannate proteine. Un regime alimentare edonista mutuato dalla dieta sportiva piacevole come un attacco di colite durante un colloquio lavorativo.

Teniamo fuori dall’equazione la questione vegetariana e le relative implicazioni etiche e concentriamoci su queste flotte di uomini e donne (più i primi, soprattuto quarantenni) che in pausa pranzo al lavoro sfoggiano le loro esiziali “schiscette” tutte bresaola e parmigiano, accompagnati da allegre gallette di riso. Se sono del partito del mini pasto ogni 2-3 ore, capita pure di vederli alle 10 di mattina a mangiarsi le fette di tacchino, simpaticamente asciutte. Poi al ristorante ordinano il pescespada alla piastra (allevato con mangime chimico e antibiotici magari) ingrigendo irreversibilmente le vostre linguine allo scoglio.

Alcolici mai. Al massimo una sbornia indiscriminata al biennio, per fini strumentali o rituali.

Quelli che “stasera vieni a cena?” “Sì, se mi prepari un mezzo kg di petto di pollo alla piastra, oppure dai, andiamo fuori a mangiare il sushi”. Provatela una di queste diete. E’ facile. Da lunedì a sabato dateci dentro con vitello, pollo, coniglio, uova, qualche formaggio fresco, qualche verdura al vapore, tonno, sogliola e fegato. Ok per il riso e se bramate il pane, 22 grammi di quello integrale, potete perfino ingerirlo. Se mangiate una pizza vi arriva a casa uno squadrone della morte annientandovi a furia di pugni, coi guantoni ricchi di amminoacidi.

Se la domenica non vi suicidate avrete il ventre piatto. E il fegato spappolato.

[Crediti | Immagine: Men’s health]