di Carmine Capacchione 6 Settembre 2010

Da bravo italiano durante l’estate ho approfittato del tempo libero per leggere qualche libro sotto l’ombrellone. Siccome immagino cosa penserete, gioco d’anticipo e vi dico che ognuno ha i suoi gusti, e insomma, io ho letto “Sud e Magia” scritto negli anni ’50 del secolo scorso dall’antropologo Ernesto De Martino. Il libro racconta e analizza il persistere in Lucania di misteriose pratiche magiche, come la possessione, l’esorcismo, la fattura. Una lettura molto utile per capire com’era l’Italia di 60 anni fa (diversa) e quali rituali sopravvivono nella nostra società.

Ecco come si curava la malaria in un paesino della Basilicata: “….si accumula urina in un pentolino, e poi all’alba del terzo giorno, si esce di casa, ma tenendo il pentolino dietro la schiena e camminando all’indietro con le spalle rivolte al sole nascente. A un certo punto, sempre senza voltarsi, si getta il contenuto del pentolino verso il sole mormorando una formula magica..”

Ora, mi sembra evidente che nessuna persona sana di mente curerebbe una febbre malarica in questo modo. Ma precisamente, per quale motivo? Perché la scienza è progredita e oggi sappiamo cosa provoca la malaria e con quali farmaci curarla? O semplicemente perché certi  riti sono sintomo di arretratezza culturale?

Epperò, nel 2010, esistono contadini che concimano la terra con il cornoletame. Corno che? Non vi spaventate, leggete piuttosto da cosa è composto.

“”Il preparato 500, detto anche cornoletame, è il preparato biodinamico principale. Gli elementi di partenza sono costituiti da letame freschissimo senza alcuna fibra esterna e da corna di vacca che abbia figliato almeno una volta. Verso la fine di settembre-fine ottobre il letame freschissimo viene messo dentro le corna; queste vengono poi sotterrate in un luogo adatto. Intorno al periodo pasquale vengono dissotterrate. Il letame posto internamente alle corna è completamente trasformato in humus inodore, scuro, colloidale: l’esempio di humus allo stato puro.

La sua distribuzione avviene dopo aver effettuato la fondamentale operazione di miscelazione con acqua tiepida di sorgente, pozzo o piovana. Tale operazione ha una durata di circa un’ora e può essere effettuata sia manualmente che tramite macchine speciali. La distribuzione al suolo deve essere fatta con macchine apposite o, se fatta manualmente, con la pompa a spalla. Il liquido contenente il “500” deve cadere a goccia sul suolo. L’operazione di distribuzione deve avvenire in concomitanza di lavorazioni del terreno, concimazioni, trapianti, semine, piantagioni etc., secondo modalità diverse a seconda dei casi.”

Non trovate che questa pratica ricordi molto i rituali magici lucani descritti da De Martino?

L’agricoltura biodinamica si fonda sulla visione del mondo del filosofo ed esoterista Rudolf Steiner (siamo tra fine ’800 e l’inizio del ‘900) che mescola pratiche con un fondamento scientifico come la rotazione delle colture e il sovescio – la sepoltura di particolari piante a scopo fertilizzante – a rituali ispirati  alle fasi lunari e guidati da forze oscure come l’energia vitale e le forze cosmiche.

Un codice di comportamento dal successo crescente, specie tra i vignaioli che etichettano i loro vini come  biodinamici. Etichetta associata da molti di noi, certo, anche dai lettori di Dissapore e Intravino, a un valore aggiunto che giustifica  prezzi più alti.

Perché allora le pratiche della magia lucana ci sembrano così assurde?

Con questo naturalmente non voglio dire che non esistano ottimi vini biodinamici.

Ma sia i riti della magia lucana che molte pratiche dell’agricoltura biodinamica non hanno un fondamento scientifico, solo che nel secondo caso la cornice culturale è più accettabile anche per persone di buoni studi. Perché si basa sulla  teoria di un “filosofo”austriaco, mica di qualche rozzo contadino analfabeta.

[Fonti: La Feltrinelli, Wikipedia, Intravino]