di Massimo Bernardi 12 Ottobre 2011

La sindrome del mangiatore etico prima o poi tocca a tutti. Ispirato da Slow Food e prima ancora dalla cultura californiana liberal, il mangiatore etico è l’ecogastronomo più avanzato. Meno lineare dei vegetariani ma pure più sensato. Mangia carne in quantità limitate; si preoccupa che polli, pesci e ortaggi non arrivino da troppo lontano perché un altro cardine del mangiare etico, lo sanno tutti, è il chilometro zero. Cita Jonathan Safran Foer, specie le terribili pagine in cui l’autore di “Se niente importa“, Guanda, spiega quanto siano sensibili e intelligenti i maiali. Oppure Michael Pollan, un professore universitario buongustaio e di sinistra, e il suo “Il dilemma dell’ onnivoro“, Adelphi, viaggio alla ricerca del cibo buono pulito e giusto direbbe Carlo Petrini, cioè buono da mangiare e buono con l’ambiente.

Non so a che punto della sindrome del mangiatore etico vi troviate in questo momento, e non lo voglio sapere. Mi piace sognare. Voglio credere alla mia fantasia. Quella per cui voi e io — mangiatori etici dopo molti sforzi, mangiatori etici con la coscienza dei non nati mangiatori etici, mangiatori etici ormai intignati, resistiamo senza sforzo apparente a una teglia di lasagne.

Un sogno, appunto.

Perché per diventare mangiatori etici un punto deve essere chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio: cosa sono gli animali e quale rapporto dobbiamo avere con loro?

Ogni parere per quanto illustre addosso a me sembra un po’ sbagliato. Pescinfaccia da uno e pescinfaccia dal suo opposto. Con il risultato di non sapere da che parte sto. Ecco, adesso sì che voglio sapere cosa pensate voi. O meglio, quali tra questi pensieri indossate con più gusto.

Non c’è nessuna differenza tra mangiare un cucciolo di cane e una bella bistecca. Non ci sono differenze tra un animale ed un altro. Si tratta di costruzioni artificlai create dalla nostra società che ci insegna che i cani sono animali di compagnia mentre i maiali vanno macellati.

(Hugh Fearnley Whittingstall, chef e volto noto della Tv inglese per il programma di cucina River Cottage. Daily Mail via Panorama).

Il nostro cibo fa sempre parte di una tavola globale — di un incessante processo di macellazione, morte, domanda, offerta — del quale siamo partecipi, anche se ignorarlo è molto più comodo. Ogni boccone di hamburger che mastichiamo corrisponde a una quantità precisa di dolore, e non solo.

(Jonathan Safran Foer, Se niente importa)

Negli anni ’30 e ’40 come tutti gli abitanti della Val d’Arno a febbraio si mangiava il gatto al posto del coniglio, così come c’era chi mangiava il pollo e chi non avendo niente andava a caccia di funghi e tartufi non ancora cibi di lusso. Del resto liguri e vicentini facevano altrettanto e i proverbi ce lo ricordano.

(Beppe Bigazzi, La prova del cuoco)

Il nostro rapporto con gli animali presenta aspetti schizoidi: affetto e brutalità coesistono. Se la metà dei cani che vivono in America riceve dei regali di Natale, pochi di noi si fermano un momento a riflettere sulla triste esistenza dei maiali (spesso intelligenti quanto i cani) che finiscono sulla nostra tavola sotto forma di prosciutti. Il motivo per cui tolleriamo questa contraddizione è che la vita dei maiali è definitivamente uscita dalla nostra sfera visiva.

(Michael Pollan, New York Times)

[Crediti | Link: Amazon.it, Daily Mail, Panorama, Corriere.it]