Avete comprato riso Carnaroli? Chissà cosa state per mangiare

Vi portiamo indietro fino al 1958: abbiate la compiacenza di seguirci, vi servirà se volete smettere di comprare una varietà di riso senza sapere che ne state acquistando un’altra.

È successo proprio nel 1958 che, in nome di una misteriosa necessità di semplificare, sono state introdotte le griglie. Ovvero, in soldoni, categorie di risi simili tra loro nell’aspetto e nella dimensione, i cui nomi potevano essere scambiati.

[Cosa sta succedendo al riso italiano?]

Per i precisini tra di voi, la legge è la 235 del 18 marzo 1958, la stessa che ancora oggi regola il commercio interno del riso. L’immagine tratta da Libero di ieri, riassume bene gli effetti perversi della legge.

In pratica, comprando una confezione di Carnaroli, potete portarvi a casa Caravaggio, Carnaval, Karnak Carnise, Poseidone, Keope, Leonidas. Senza saperlo, va da sé, visto che in etichetta non ci sono spiegazioni.

Tutte varietà con costi di produzione inferiori e rese più alte, che garantiscono cioè margini di guadagno parecchio più ampi rispetto all’originale.

Così, mentre voi pensate di aver comparato il vero Carnaroli, noto come il principe dei risotti per le qualità organolettiche e la capacità di non scuocere, state per mettere in dispensa un riso appartenente alla stessa griglia, ma che costa molto meno perché ha tempi cottura diversi e differenze abissali nelle caratteristiche organolettiche.

[Classifica del riso artigianale: 15 riserie senza rivali]

È tutto perfettamente legale, nonostante l’assurdità della legge del 58 costringa il ministero delle Politiche Agricole a pubblicare ogni anno un decreto che aggiorna le varietà comprese nelle griglie. In pratica, per sapere quali tipi appartengono alla griglia di riferimento, siamo tenuti una volta all’anno a consultare tabelle come questa:

registro 3

registro 1

registro 2

Semplice no?

Nella parte superiore ci sono i “risoni” mentre la griglia riporta l’elenco dei singoli risi raffinati. Ovviamente in etichetta viene sempre riportata la denominazione della specie più pregiata.

Come vedete, il discorso fatto per il Carnaroli vale anche per altre denominazioni: ecco spiegato il motivo per cui, anche se comprate sempre la stessa marca di riso, i risultati possono essere diversi.

[Pensavo fosse riso Carnaroli, invece era…]

Difendersi da questa specie di raggiro autorizzato, almeno per il Carnaroli, varietà di riso selezionata nel 1945 dall’agronomo Angelo De Vecchi, è possibile grazie a un progetto di recupero realizzato dalla Camera di Commercio di Pavia: “Carnaroli da Carnaroli Pavese”.

Controllate la confezione, se trovate il marchio Carnaroli da Carnaroli Pavese postete essere sicuri del riso che comprate. Non basta: i produttori del vero Carnaroli Pavese sono elencati nel sito Carnarolidacarnaroli.it.

Questa sì che è semplificazione.

[Crediti: Libero, Ente Risi]

Caterina Vianello Caterina Vianello

12 luglio 2018

commenti (4)

Accedi / Registrati e lascia un commento

  1. “Così, mentre voi pensate di aver comparato il vero Carnaroli, noto come il principe dei risotti per le qualità organolettiche e la capacità di non scuocere, state per mettere in dispensa un riso appartenente alla stessa griglia, ma che costa molto meno”…non è che magari invece, acquistando un vero Carnaroli puro al 100% e garantito, il prezzo di vendita sia maggiore rispetto ai “carnaroli” generici che vanno per la maggiore?
    Chiedo per curiosità.
    Io sono solito comprare da un pò di tempo il Carnaroli de “Gli Aironi” e mi trovo molto bene, sapete se è Carnaroli vero?
    Se poi non volete correre questi rischi di incertezza, c’è sempre il Vialone Nano.

  2. Poiché questa cosa va avanti 60 e non avevate mai fatto caso alle differenze, continuate come avete fatto finora

  3. I miei oscillano tra il Riso Ferron Carnaroli e Vialone Nano. Chissà… 🙂

  4. Pero’ bisogna anche dire, per completezza d’informazione, che se uno compra vialone nano oppure sant’andrea e’ sicuro di quello che c’e’ dentro la scatola.
    Per ora, almeno…

«