L’industria ittica europea ha presentato il suo primo Manifesto sulla sostenibilità. A firmarlo è Seafood Europe, la principale associazione di rappresentanza dell’industria europea della trasformazione e del commercio dei prodotti ittici, le cui origini risalgono al 1959. L’organizzazione rappresenta aziende che trasformano pesce e prodotti ittici, importatori ed esportatori, grossisti e operatori commerciali della filiera, oltre alle associazioni nazionali del settore presenti nei diversi Paesi europei.
Il documento si snoda il 48 pagine divise in 6 sezioni: i benefici salutari del pesce, la pesca responsabile, l’acquacoltura responsabile, la trasformazione sostenibile, la tutela dei diritti umani e la comunicazione. Il tono del manifesto è programmatico ma anche mellifluo, si tratta sostanzialmente di una indicazione di parte, che vuole rimettere l’industria ittica al centro del dibattito sulla sostenibilità; mentre oggi abbiamo tutti l’impressione che sia ai margini, e che sia considerata la parte principale del problema.
Proprio per questo, secondo Seafood Europe, la sostenibilità dovrebbe essere raccontata prima di tutto dalle stesse aziende attraverso una maggiore trasparenza. Un tema non secondario, soprattutto perché aderire agli attuali sistemi di certificazione indipendenti può comportare costi significativi, in particolare per le imprese di dimensioni più ridotte. Tuttavia il problema è spinoso e scivoloso, in questo come in altri campi, lasciare a chi fa il lavoro anche la certificazione sulla bontà dello stesso è quantomeno intrepido.
Tutti i consigli forniti nell’ultima parte del manifesto hanno questo obbiettivo: rendere una narrazione aziendale credibile e fededegna. Un principio cardine, ad esempio, riguarda la verifica delle affermazioni ambientali: le dichiarazioni di sostenibilità dovrebbero essere supportate da evidenze scientifiche.
Come esempio di buona pratica, il Manifesto cita la Sustainable Seafood Coalition (SSC), una piattaforma di collaborazione che riunisce aziende e organizzazioni dell’intera filiera ittica. I membri aderiscono volontariamente a una serie di codici che disciplinano sia l’approvvigionamento responsabile sia l’etichettatura. Questi codici stabiliscono quando un prodotto possa essere definito “proveniente da approvvigionamento responsabile” sulla base di valutazioni del rischio e di certificazioni indipendenti di terza parte.
Per le aziende che vogliono dimostrare concretamente il proprio impegno, Seafood Europe suggerisce alcune azioni precise: pubblicare documenti che illustrino i criteri utilizzati per selezionare i fornitori, rendere disponibili rapporti periodici che descrivano obiettivi, risultati e criticità incontrate e, nel caso di una rendicontazione strutturata, adottare standard riconosciuti come la direttiva europea CSRD o quelli della Global Reporting Initiative (GRI).
Cosa vorremmo leggere sull’etichetta del pesce che acquistiamo

Per legge, l’etichetta del pesce non trasformato deve indicare la specie, sia con il nome commerciale sia con quello scientifico, se il prodotto è pescato o allevato, la sua area di provenienza, il tipo di attrezzo utilizzato per la cattura e l’eventuale stato di decongelazione. Sono dati importanti, ma molti di questi meriterebbero un approfondimento che è difficile da recuperare.
La zona FAO, ad esempio, da sola non basta; si tratta infatti di aree molto estese. Capire se uno stock ittico sia sfruttato in una determinata zona in modo sostenibile non è un’operazione alla portata del consumatore medio: le valutazioni vengono effettuate da organismi scientifici internazionali come ICES, FAO e CGPM/GFCM e sono spesso sintetizzate in guide al consumo sostenibile realizzate da enti di ricerca e organizzazioni ambientaliste.
In generale quello che si dovrebbe tentare di capire è se il pesce è stato pescato in una zona in cui quella particolare specie è in sofferenza per sovrasfruttamento, dunque bisognerebbe essere in grado di collegare autonomamente i dati di zona e il nome scientifico. Capire, basandosi solo sul nome scientifico della specie, o sulla zona di pesca, per il consumatore è sostanzialmente impossibile.
Un’altra informazione utile in etichetta riguarda il metodo di pesca: alcuni sistemi sono generalmente considerati più selettivi e meno impattanti, come la pesca con ami, palangari o nasse. Altri, come alcune tipologie di pesca a strascico, possono avere effetti più rilevanti sui fondali e determinare catture accessorie indesiderate. Naturalmente, anche qui la sostenibilità dipende sempre dal contesto e dalla gestione della specifica attività di pesca, ma conoscere l’attrezzo utilizzato aiuta a comprendere meglio l’impatto del prodotto.
Per il pesce proveniente da acquacultura invece a cosa è ancora più complessa, dato che l’etichetta riporta solo il metodo di produzione “allevato” e il Paese di allevamento. Quello che invece sarebbe opportuno conoscere è la densità dell’allevamento, se i pesci sono in vasca o in mare aperto, se si usano antibiotici e da dove provengono i mangimi, ma nulla di tutto questo è obbligatorio indicare per legge.
Infine per il pesce trasformato le cose si complicano ulteriormente perché nell’etichetta non è obbligatorio specificare la zona FAO di cattura (quella della zona può essere un’indicazione più generica oppure si può omettere, dipende dal tipo di prodotto), né il metodo di pesca.
L’importanza delle certificazioni, stando così le cose
Per questo sono utili le certificazioni indipendenti, perché svolgono il lavoro al posto nostro. Tra le più diffuse figurano il Marine Stewardship Council (MSC) per il pesce pescato, l’Aquaculture Stewardship Council (ASC) per l’acquacoltura o anche la Friend of the Sea.
Questi marchi non attribuiscono semplicemente un’etichetta “verde” ai prodotti, ma prevedono procedure di verifica svolte da organismi terzi che valutano aspetti quali lo stato delle risorse ittiche, l’impatto delle attività di pesca o allevamento sull’ambiente, la tracciabilità della filiera e, in alcuni casi, anche criteri di carattere sociale.
Nessuna certificazione rappresenta una garanzia assoluta di sostenibilità e nel corso degli anni non sono mancate critiche da parte di associazioni ambientaliste e ricercatori riguardo all’efficacia di alcuni standard. Tuttavia, rispetto a semplici slogan pubblicitari o dichiarazioni generiche presenti in etichetta, queste certificazioni offrono al consumatore un elemento in più su cui basare la propria scelta, perché si fondano su requisiti pubblici, verificabili e sottoposti a controlli periodici. Per questo motivo, in assenza della possibilità di valutare direttamente lo stato di uno stock ittico , o l’impatto ambientale di una specifica attività di pesca, rappresentano uno degli strumenti più accessibili a disposizione del consumatore per orientarsi sui prodotti.
