Come può cambiare l’agricoltura approfittando della guerra in Iran

Abbiamo quindi scoperto quanto sia cruciale lo stretto di Hormuz per la nostra agricoltura. E potrebbe essere un assist, per passare ad altre coltivazioni, migliorare l'uso dei concimi e produrre altri fertilizzanti, decisamente differenti.

Come può cambiare l’agricoltura approfittando della guerra in Iran

La guerra in Iran e il blocco dello stretto di Hormuz – appena revocato, ma la tregua durerà? – non hanno messo in crisi solo l’approvvigionamento e la distribuzione mondiale del petrolio, ma anche quella del fertilizzanti, e quindi dell’agricoltura mondiale. Un aspetto che è restato sottotraccia ma che apre a prospettive forse più angoscianti: come dire, forse non rischiamo solo di dover annullare quel volo alle Canarie o di restare a piedi con la macchina, ma proprio di avere meno da mangiare, e doverlo pagare molto di più.

Un terzo del commercio globale delle materie prime necessarie per la produzione di fertilizzanti passa attraverso lo Stretto, e lo stesso si dica per il 20% di tutto il gas naturale, che è necessario per produrre l’ammoniaca e il suo derivato, l’urea (i fertilizzanti azotati infatti vengono creati legando l’azoto presente nell’aria all’idrogeno, grazie a elevata pressione e temperatura: questo processo richiede molta energia).

“È una bomba a orologeria per la sicurezza alimentare”, ha detto David Miliband, a capo dell’International Rescue Committee, paventando una “carestia globale”. E anche l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) dichiara i fertilizzanti “primo motivo di preoccupazione oggi”, mentre il Programma alimentare dell’ONU (WFP) avverte che se la crisi continua, il numero di persone che dovranno affrontare la fame toccherà livelli record.

La Fao ha parlato di “doppio choc” per l’agricoltura, considerando che i coltivatori hanno bisogno di fertilizzanti così come di carburante. In realtà l’attacco è triplo, perché una chiusura di lunga durata comporterebbe una strozzatura nel commercio globale e quindi problemi anche e soprattutto nella circolazione del cibo.

Lo stretto di Hormuz e l’agricoltura

iran

Abbiamo quindi scoperto quanto sia cruciale lo stretto di Hormuz per l’agricoltura: nel 2024 sono transitati da lì 16 milioni di tonnellate di fertilizzanti. Per dire, l’Iran è il quarto produttore mondiale di urea – il più diffuso fertilizzante azotato – dietro solo a Russia, Egitto e Arabia Saudita. E il medioriente in generale è la fonte di quasi la metà del commercio di zolfo di tutto il globo, zolfo che è un altro ingrediente base di molti fertilizzanti, biologici inclusi.

La QAFCO, Qatar Fertiliser Company, che gestisce l’impianto primo al mondo per distribuzione di urea (da solo provvede al 14% del fabbisogno mondiale), tiene il sito fermo da un mese: per Doha non ci sono alternative allo Stretto per esportare il prodotto, e neanche per importare tutto il necessario.

Ma quanto sono importanti i fertilizzanti azotati per l’agricoltura? Beh, per come si è sviluppato e stabilizzato il sistema, un botto: circa la metà della produzione agricola mondiale dipende dai concimi di sintesi. Senza di questi, la produzione avrebbe un calo pauroso, che si ripercuoterebbe sulla disponibilità e sui prezzi di alimenti quotidiani e di prima necessità come pane, riso, pasta. Lo spettro della fame si profila all’orizzonte?

La crisi peggiore di sempre?

stretto hormuz nave

Per dare alle cose la giusta dimensione, senza minimizzare, dobbiamo però anche dire che non siamo davanti alla crisi dei fertilizzanti peggiore di sempre, né della storia contemporanea. Secondo una grafica del Guardian realizzata su dati CRU International, tutti i prezzi dei fertilizzanti e delle relative materie prime sono inferiori al picco avuto nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, tranne quello dello zolfo. Per non parlare della crescita drammatica che si ebbe dopo la crisi economica globale del 2008: lì la causa non era una guerra ma una bolla finanziaria scoppiata negli Stati Uniti, e che portò conseguenze che sono durate anni.

Secondo l’esperta indipendente di cibo e agricoltura Sarah Mock, per chi coltiva il problema non è tanto il temporaneo innalzamento dei costi dei concimi chimici ma il costante calo dei prezzi dei beni agricoli, con conseguente erosione del margine: “È difficile sostenere che un aumento a breve termine del 20% dei fertilizzanti sia più devastante del fatto che i prezzi dei cereali siano costantemente in calo di circa il 50% negli ultimi due anni”.

Ma aggiunge anche che la crisi dei fertilizzanti potrebbe anche essere un buono spunto per rivedere certe abitudini agro-industriali un po’, come dire, leggere: “Gli agricoltori statunitensi, in particolare quelli del Midwest che coltivano cereali, hanno un problema endemico di sovradosaggio di azoto. Il centro nevralgico di questo problema è l’Iowa, lo stato con alcuni dei più alti livelli di nitrati nell’acqua del paese e con i tassi di cancro in rapida crescita. Ma il problema non si limita a un solo stato: il sovradosaggio di azoto nei campi agricoli sta causando disastri per la salute pubblica in tutto il paese”.

La guerra in Iran può essere l’occasione per ripensare l’agricoltura? Vediamo intanto come stanno reagendo i vari paesi alla crisi, perché le soluzioni possibili sono varie.

Agire sul mercato agricolo

Riso

La soluzione più rapida per i governi è quella di intervenire sul mercato, dei beni agricoli o dei fertilizzanti stessi. L’India possiede ingenti scorte di riso e grano che il governo può utilizzare in caso di calo dell’offerta. La Cina, il più grande produttore mondiale di fertilizzanti, ne detiene enormi scorte.

Un’altra pezza temporanea sono gli aiuti di Stato: sempre l’India, dopo la suddetta crisi post invasione della Russia nel 2022, ha aumentato i sussidi per i fertilizzanti del 233%. O ancora, di nuovo come ha fatto la Cina diverse volte negli ultimi anni, si possono ridurre le esportazioni per destinare più risorse alla popolazione interna.

Ma naturalmente queste, oltre a essere soluzioni temporanee, possono risolvere la crisi di una singola nazione, ma la scaricano su un’altra: se uno stato esporta meno fertilizzanti, o dà sovvenzioni, favorisce i propri agricoltori ma danneggia gli altri, e il risultato globale non cambia.

Passare ad altre coltivazioni

soia

Un’opzione più drastica è passare a colture che richiedono meno fertilizzanti. I legumi hanno la naturale capacità di assorbire l’azoto dall’aria, necessitando quindi di molti meno fertilizzanti rispetto ai cereali. Secondo un rapporto pubblicato alla fine di marzo, gli Stati Uniti prevedevano un aumento del 4% delle coltivazioni di soia rispetto all’anno precedente e una diminuzione del 3% di quelle di mais, questo già prima della crisi dei fertilizzanti.

Ancora una volta però, non si tratta di una soluzione applicabile ovunque, anche senza contare il problema pratico immediato: cambiare destinazione a immensi campi destinati all’agricoltura intensiva non è come trapiantare un geranio sul balcone di casa. Per esempio in molti paesi asiatici, dal clima tropicale o equatoriale, non ci sono tante colture che possono resistere alla stagione delle piogge: insomma il riso, così essenziale nella dieta di miliardi di persone, non è facilmente sostituibile.

Migliorare l’uso dei concimi

fertilizzanti

La verità è che, come si accennava sopra, spesso i fertilizzanti sono usati in maniera scriteriata, eccessiva. Rendere più efficiente l’uso dei concimi risolverebbe una serie di problemi sia locali sia globali: secondo uno studio del 2023, le colture mondiali sfruttano efficacemente solo circa la metà del fertilizzante applicato. II resto, secondo i dati di un’altra ricerca, si infiltra nelle falde acquifere o si disperde nell’aria sotto forma di protossido di azoto, che tra l’altro è un potente gas serra.

Qui può venire in aiuto la tecnologia, tramite quella che è stata definita agricoltura di precisione: grazie a droni, telecamere e intelligenza artificiale le coltivazioni vengono monitorate per dosare al millimetro le risorse preziose, quali concimi e acqua.

E se da una parte è vero che non tutti i coltivatori possono permettersi sistemi tecnologicamente avanzati, è innegabile che la necessità aguzza l’ingegno, come ha raccontato al magazine DW Avinash Kishore, ricercatore di sistemi alimentari presso l’International Food Policy Research Institute: “Quando i prezzi dell’urea sono schizzati alle stelle nel 2022, in Bangladesh gli agricoltori sono stati in grado di utilizzarne di meno e la produzione di riso è rimasta stabile”.

Produrre altri fertilizzanti

concime

E se invece si cambiasse proprio metodo, producendo altri fertilizzanti? Cioè – visto che i nutrienti che servono alle piante sono quelli, la natura non si può cambiare – andando ad acchiappare l’azoto in modo differente.

Pivot Bio, una startup americana, ha sviluppato un metodo per applicare ai semi dei microbi in grado di convertire naturalmente l’azoto presente nell’aria in una forma utilizzabile dalle piante. L’azienda afferma che i suoi prodotti sono stati utilizzati su 5 milioni di acri negli Stati Uniti nel 2023.

Chiaramente qui il difetto è uguale e contrario a quello delle soluzioni prospettate all’inizio: sono interventi di lungo termine che non possono risolvere un problema contingente. E però, mentre da una parte incrociamo le dita che la riapertura dello stretto di Hormuz possa essere definitiva (anche e soprattutto perché ci auguriamo che termini ciò che lo ha causato, l’insensato attacco di Usa e Israele), dall’altra parte ci chiediamo: ma non sarebbe il caso di approfittarne, per valutare se un’altra agricoltura è possibile?