Confezioni mezze vuote: ecco come l’industria del cibo ci vende aria fritta

Lo slack fill è più subdolo della shrinkflation: si tratta di una pratica commerciale scorretta, sempre più diffusa, per cui il cibo ci viene venduto in confezioni più grandi del dovuto.

spesa al supermercato

Ieri sono andato a pranzo da Morad, il mio kebabbaro di fiducia, ci assomigliamo anche un po’ e infatti ci chiamiamo cugini, e come al solito ho preso un panino completo. Come al solito l’ho pagato 5 euro, e come al solito l’ho divorato in cinque minuti. Al contrario del solito, però, alle cinque di pomeriggio avevo già fame. E che è successo, mi sono detto, avrò il verme solitario? Come al solito, ha risposto lui (il verme). Mosso da un sospetto, però, oggi sono tornato da Morad, e mi sono messo a spiare quanta carne metteva nei panini agli avventori in fila davanti a me: non saprei pesarla con certezza, ma mi è sembrata all’incirca la metà di quello che ne metteva fino a qualche settimana fa. L’inflazione e il caro bollette mordono tutti, anche il povero Morad, mi sono detto, ma poi ho pensato che mordono anche me. E gli ho detto: senti cugino, ma non è che qua stai a fare un po’ di shrinkflation? Cioè che invece di agire come molti che aumentano i prezzi – un toast 7 euro, un bagel 12 euro ecc – tu lasci invariati i prezzi ma fai i panini più piccoli?

Mi addolora la tua accusa, ha ribattuto lui, perché assolutamente infondata: qui non si tratta di shrinkflation, o sgrammatura, giacché come puoi osservare i miei panini sono assolutamente identici per dimensioni e forma a come sono sempre stati. Casomai dovresti contestarmi l’addebito di slack fill, anche se per la legge italiana non si tratta di un caso specificamente previsto, e quindi difficilmente perseguibile.

E che sarebbe Morad, gli ho chiesto, che cos’è lo slack fill? È una pratica commerciale scorretta e ingannevole, caro cugino, praticata soprattutto dalla grande industria con i cibi confezionati, che consiste nell’utilizzare confezioni più grandi rispetto agli alimenti in esse contenuti. O a mettere meno cibo nelle solite confezioni. Vendendole al prezzo che uno si aspetterebbe guardando la dimensione del pacco, e non del contenuto.

Slack fill vs shriknflation: la differenza

Ah vabbuò, è proprio come la shriknflation lo slack fill, qual è la differenza, gli ho contestato. Sottile, ha detto lui, ma c’è: ovvio, appartengono entrambe alla stessa area, però la shrinkflation contrae le confezioni invece di alzare i prezzi, ottenendo lo stesso risultato; per esempio la bottiglia di coca media costa sempre uguale ma prima era da 66 cl e mo’ è da 50 cl. Furbo, ma se tu un giorno torni a casa con 66 grammi e il giorno dopo con mezzo litro, magari te ne accorgi (certo poi non puoi farci niente lo stesso, ma questo è un altro discorso). Lo slack fill invece ti propone la solita confezione, ma con meno roba dentro. Facciamo un esempio: un pacco di patatine, che fino a ieri era da 200 grammi, oggi ne contiene 150. Il pacco però è rimasto lo stesso, e tu consumatore siccome non vai a guardare i grammi scritti ma ti regoli con la grandezza della confezione, così a occhio lo vedi sempre uguale, e te lo porti a casa. Oppure, lo vedi più grande ma a un prezzo più alto, e ti sembra giusto così. Ma è una fregatura.

Quindi mi stai dicendo che ci vendono aria fritta… caspita Morad, ma quante ne sai. È perché leggo internet, mica i giornali di carta come te. Eh se vabbè, una volta… e cosa c’è scritto su questo internet? Che negli Stati Uniti sono più avanti di noi, come al solito. Ma con le fregature o con le tutele? Con entrambe, ovviamente, mi ha spiegato Morad: la materia è regolata dal Food, Drug, and Cosmetic Act che vieta le confezioni atte a trarre in inganno. Poi una norma successiva ha ulteriormente specificato la definizione di slack fill: la differenza tra la capacità di un contenitore e la quantità di prodotto all’interno. Non tutto però lo slack fill è vietato: a volte dello spazio vuoto serve per esigenze di conservazione, o di inscatolamento, o per lasciare abbastanza spazio per le etichette… A essere vietato è lo slack fill non funzionale, immotivato.

E le aziende che praticano lo slack fill in USA ci sono, vengono condannate? Alcune associazioni di consumatori hanno proposto varie azioni, ma finora sono finite quasi sempre male: i grandi marchi del food riescono spesso a giustificare gli spazi vuoti come necessari. Ma nel 2019 c’è stata una sentenza che ha condannato due marchi di cioccolato appartenenti a Lindt & Sprüngli.

La cosa è appassionante, Morad, dimmi però se è un fenomeno solo americano. Tutt’altro, ingenuo cugino, ha detto lui: qualche anno fa in Francia c’è stata contro lo slack fill una petizione di Foodwatch che se la prendeva con vari colossi del cibo, tra cui Barilla e Lipton. L’azione ottenne anche un po’ di soddisfazione perché uno dei chiamati in causa, Carrefour, si mosse per ridurre il packaging.

Invece in Italia lo slack fill non esiste, gli ho chiesto, siamo a posto vero? Beh cuginetto, puoi vederlo da te. E se hai gli occhi foderati di prosciutto (confezionato) c’è il solito amico Google: risalgono al decennio scorso le prime segnalazioni ad associazioni come Altroconsumo. E anche se in teoria secondo il Codice del consumo sono vietate le pratiche che ingannano il consumatore sulle caratteristiche dei cibi – e la quantità di cibo direi proprio che è una caratteristica – in pratica arrivare a sanzionarle è ancora più difficile.

Cosa si può fare per difendersi dallo slack fill, gli ho chiesto allora disperato. Eh come ti dicevo non è facile, mi ha fatto lui: qualche anno fa c’è stata una petizione su change.org contro le confezioni ingannevoli, ma non mi pare abbia avuto grande adesione né seguito, d’altra parte te la ricordi tu? Ci sono le solite segnalazioni da privati cittadini, come questa che protesta per un sacchetto di cereali riempito per un terzo a stento, ma si beccano risposte piccate. Ci sarebbe l’Antitrust, o meglio l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che qualche mese fa dopo l’esplosione della shrnikflation di cui avevate parlato anche voi di Dissapore, si è mossa per monitorare la situazione… ma i monitoraggi hanno i loro tempi. All’Antitrust comunque si è rivolta l’Unione Nazionale Consumatori, segnalando il fenomeno parallelo dello slack fill, anche se lo ha chiamato con il termine di overpackaging. 

Che cos’ha che non va overpackaging? Mi sembra, ho chiesto, che sia anche più comprensibile per noi che mastichiamo broken English: pacco troppo grande, overpackacing. Sì certo, ha detto Morad, il fatto è che finora si è intesa con questo termine più che altro la tendenza a riempire di plastica e carta, inutili e inquinanti, le confezioni dei cibi: a fare pacchetti dentro pacchetti per intenderci, come in quelle scatole dove poi ci sono vari sacchetti ognuno dei quali contiene una caramella avvolta nel suo singolo incarto… Slack fill invece come lo tradurresti? Incartamento lento, quasi come una vecchia canzone di Tullio De Piscopo… in attesa di un termine migliore, ci teniamo questa parola. Così come ci teniamo la cosa. 

Dai Morad ora basta, gli ho detto, qui non ci crede più nessuno che tu sei un kebabbaro, o che esisti davvero. E qui non ci crede più nessuno che tu sei un cliente: ho una fila da servire, cosa prendi? Il solito panino? No no, fammi un kebab completo, ma al piatto, così lo vedo quanta roba mi metti. Okay, eccoti servito. I soliti 8 euro? No, 10 prego.