di Dario De Marco 4 Febbraio 2021
carrello spesa

Come ogni anno, l’Istituto nazionale di statistica ha pubblicato l’aggiornamento sul nostro paniere: il gruppo di beni di cui si monitora poi il prezzo per calcolare l’inflazione e altri dati. E come ogni volta, anche questo paniere Istat 2021 ci racconta le nostre abitudini di spesa, chi siamo e dove stiamo andando, soprattutto dal punto di vista alimentare. Perché sono sempre e comunque cibi e bevande a prendersi la fetta più grande. Ma quest’anno un po’ di più.

Mangiamo di più, quindi siamo più poveri

Carrello della spesa pieno

Perché il primo dato che balza all’occhio è proprio quello: il peso dei beni alimentari è sempre maggiore: il 17,21% nel 2020, il 20,46% quest’anno. E ciò vale sia per gli “Alimentari lavorati” (da 10,52% a 12,60%) sia per gli “Alimentari non lavorati” (da 6,69% a 7,86%). In entrambi i casi, spiega l’Istat, “l’aumento del peso è dovuto all’aumento della spesa, solo in parte mitigato dalla riduzione dei prezzi”. Insomma spendiamo di più per mangiare e bere: siamo un popolo di gastrofissati, questo lo sapevamo, ma l’aumento a cosa è dovuto? Effetto Masterchef? Naaa.

Sbirciando sul sito dell’Istat si trova un file interessante: si chiama Evoluzione paniere 1928-2021, e mostra tante cose. Ma una è proprio evidente: il peso dei beni alimentari è costantemente sceso dal dopoguerra in poi, e sta costantemente risalendo dal 2012 in qua. Lettura: eravamo sempre meno poveri, ora lo stiamo diventando sempre di più. Non serve una laurea in economia: chi ha pochissimo, spende tutto quello che ha per la mera sussistenza; dall’altro estremo, chi è straricco, per quanto voglia pasteggiare a ostriche e caviale tutti i giorni, comunque destinerà la maggior parte delle sue uscite ad altro. E così dagli anni 50 fino a fine secolo siamo lentamente cresciuti, abbiamo iniziato a comprare automobili, vestiti, vacanze e altri beni superflui; mentre poco dopo la crisi del 2008, ci siamo ributtati sul mangiare. Per consolazione? Anche, ma soprattutto per necessità. 

Ma l’Istat non si limita a conformarsi all’andamento dei consumi in senso quantitativo: il peso dei beni nel paniere non è una semplice fotocopia di quello che abbiamo comprato. Quello che conta, e che incuriosisce di più, è la valutazione qualitativa: gli statistici non sono bravi solo nel freddo calcolo, ma annusano l’aria, guardano come cambiano i consumi nel modo, oltre che nella quantità. E quello che viene fuori dai nuovi ingressi nel comparto alimentare è: frattaglie, integratori, scalogno, borraccia termica e impastatrice. Sentite già aria di trend, percepite che ognuna di queste cose racconta un piccolo mondo? Beh, è proprio così.

Integratori alimentari

Integratori per vegani

Tra i nuovi ingressi in area food, quello degli integratori alimentari è l’unico entrato “per rappresentare i cambiamenti nelle abitudini di spesa”. Ed è anche quello che racconta la storia più triste. Le interpretazioni che si possono dare del grande aumento dei consumi di integratori sono molteplici, e probabilmente concorrenti:

  • mangiamo di merda, e quindi abbiamo bisogno di assumere vitamine in pillole;
  • siamo fissati col fitness e le prestazioni sportive, per cui cerchiamo un boost farmaceutico (meglio gli integratori che gli steroidi, certo, però…);
  • siamo diventati boccaloni, e contemporaneamente maniaci del controllo rispetto alla salute e alla nutrizione: perciò oltre a credere al potere magico dell’alga spirulina e del sale dell’Himalaya, crediamo di avere bisogno di supporti e integrazioni della dieta;
  • abbiamo talmente esagerato con i prodotti “senza” e “de-”, che poi i micronutrienti tipo i sali minerali ce li dobbiamo andare a pescare altrove: certo se beviamo (bevete) acqua in bottiglia poverissima di sodio che un altro po’ l’acqua distillata del ferro da stiro ne contiene di più, è normale che poi vi sentite svenire, e allora vai di integratori.

Interiora o frattaglie

Trecca - Cucina di Mercato a Roma

Poi ci sono “i prodotti entrati per migliorare la rappresentatività del paniere”, e tra questi spiccano le interiora animali, le frattaglie. Sentite la puzza di gastrofighettismo che si avvicina? In effetti negli ultimi anni è montato il trend del quinto quarto: vuoi per un recupero culturale, vuoi per motivi etici (ammazziamo gli animali, almeno non buttiamo via niente) e ambientali (contro lo spreco alimentare), vuoi perché così gli chef con due pezzi di rognone e un impiattamento gourmet possono farci un ricarico del 3000%, vuoi perché davvero siamo più poveri e ritorniamo a trippa e fagioli.

In ogni caso, all’aumento dei consumi sta corrispondendo un aumento del prezzo, quindi evviva il diaframma ma si avvia alla fine l’epoca in cui te lo tiravano dietro (o in cui potevi ricaricarci l’impossibile, caro chef).

Scalogno e cuore di bue

Scalogno

Poveri pomodori cuore di bue, perché erano fuori dal paniere? Ora giustizia è fatta. Ma soprattutto, giustizia è fatta nei confronti dello scalogno: è stato un percorso lungo ma finalmente è approdato in serie A. Quanti anni sono passati da quando Carlo Cracco, da poco volto TV di Masterchef e già candidato a essere il bello dell’alta cucina italiana, intitolava il suo primo libro “mainstream” Se vuoi fare il figo usa lo scalogno? Dieci, appunto. Nel decennio precedente, per lo scalogno c’era stata una lenta e faticosa ascesa. In pochi e selezionati supermercati, iniziavano a spuntare queste cipolline monoporzione (io li scoprii a Bologna, ero appena andato a vivere da solo e perciò mi erano comodi) con il vantaggio ulteriore di no ridurti in lacrime.

Fun fact: quando scrivo “scalogno” il mio computer continua a correggerlo in “scalogna”: e va bene che l’algoritmo non è un vocabolario, è soggettivo e io evidentemente non l’ho educato abbastanza (scalogno. Scalogno. Scalogno. Ecco, adesso continua a segnarmelo in rosso ma almeno non lo sostituisce in automatico). Ma insomma, sarà un indicatore valido almeno quanto il paniere Istat?

Bottiglia termica

borraccia-termica

Eh? Ah sì, le borracce che tanto tempo fa iniziarono a spuntare ovunque, all’improvviso, perché all’improvviso ci accorgemmo che era assurdo comprare e buttare una bottiglietta di plastica per ogni sorso d’acqua. È passato davvero un secolo, sarà stato almeno il 2019, se non addirittura il 2018. L’apocalisse non aveva la forma di un coronavirus ma il volto di Greta Thunberg: la nostra angoscia principale era il riscaldamento globale, bei tempi (spoiler: dovrebbe esserlo ancora).

Macchina impastatrice

impastatrice

Ecco, qui ho proprio avuto l’impressione che l’Istat abbia annusato un cambiamento epocale. Non è solo la sbornia panificatrice che ha preso tutti durante il primo lockdown. È la crescente “professionalizzazione” che sta prendendo piede tra gli home baker. Frequento alcuni gruppi di impastatori domestici, perché ho questa passione da anni. E ricordo benissimo com’era il mood quando mi regalarono un vasetto di pasta madre, e invece di buttarlo, maledizione, iniziai a usarlo. Nei forum e nelle chat, il focus era sugli impasti, su come rinfrescare il lievito, sui grani alternativi: impastare a mano, avere quella inconfondibile sensazione che ti portano le dita incollate nella farina di segale, finire le giornate scrostandosi di dosso i residui solidificati; era un segno di orgoglio, come una cicatrice di guerra, ti faceva sentire diverso, e contemporaneamente parte di un qualcosa di più grande.

Ora invece non si parla che di attrezzi: le teglie blu per la pizza, i banneton per far lievitare gli impasti molli di pane, le pietre refrattarie per simulare una cottura a temperature che i forni casalinghi non riescono a raggiungere. E sempre più persone tra noi fanno il passo successivo, buttandosi sui fornetti da pizza napoletana o spendendo un botto per macchine semi professionali. Tra cui, appunto, le impastatrici. Nulla di male, per carità: alla fine è più comodo non stare ore con le mani appiccicate (anche se, non diciamo sciocchezze: non è che si risparmia tempo, se sei un fissato degli impasti passi le ore a guardare un gancio che gira). Basta che tutta questa professionalizzazione non vi faccia sorgere l’uzzo di compiere il passo successivo, e diventare pizzaioli o  panificatori di mestiere. Conosco gente che ci ha provato, e non gli ha detto bene, ma questa storia ve la racconto un’altra volta.