di Prisca Sacchetti 7 Giugno 2016
Oscar Farinetti

Eataly: dove eravamo rimasti. Per chi osserva da fuori senza praticarne il culto, la creatura di Oscar Farinetti, fondata nel 2007 con il primo punto vendita di Torino e arrivata a 22 filiali da Monticello d’Alba a Yokoama, in Giappone, è “una versione più costosa del cibo che gli italiani comprano da sempre nei banchi del supermercato” (cit. La Repubblica dei cuochi).

Più costosa ma più spendibile, specie presso gli italiani esigenti e acculturati, quelli che vogliono l’etichetta bio sui prodotti, come minimo.

Però non così esigenti da sconfinare nel fanatismo del gastrofighetto 3.0.

Lui no, lui schifa Eataly.

Lui preferisce le nuove corti del gusto nate dal recupero urbanistico e infarcite di street food, dove fare la spesa tra Dop, bio, chef, pizze griffate, centrifugati di carote, tortellini da passeggio e dispenser per il vino costa sempre come da Eataly ma vuoi mettere la genuinità e la mancanza di omologazione?

Con questo scenario bene in mente abbiamo incontrato Oscar Farinetti, chiedendogli di sfatare, come avevamo fatto con Massimo Bottura e Carlo Cracco, 7 luoghi comuni sul suo conto.

7 miti cercati tra i commenti di Dissapore, quel genere di cattiverie che la gente sente il desiderio di scrivere sul web per distinguersi dall’opinione generale, per scorticare i famosi, le persone che vuoi o non vuoi sono diventate autorità nel loro campo.

Risposnde l’Oscar Farinetti più diplomatico e modesto visto finora (e comunque un po’ ci mancava).

Mito n 1. Quando ha aperto Il primo negozio a Torino, Eataly vendeva in prevalenza prodotti di nicchia o molto particolari. Nel tempo si è spostata verso prodotti da grande distribuzione.

Risposta breve: Ci sono gli stessi prodotti di un tempo.
Risposta lunga: nel video (85% dei prodotti di Eataly sono fatti da piccoli produttori).

Mito n 2. A Milano buona parte di ciò che si trova c’è anche altrove al 20-30% in meno.

Risposta breve: Non è vero.
Risposta lunga: nel video (c’entrano i meloni e i cellulari).

Mito n 3. Il cliente tipo di Eataly non è tanto il gourmet ma proprio il gastrofighetto. In pratica è quello che capendo poco di cibo è disposto a spendere di più perché quella differenza di prezzo la rappresenta socialmente.

Risposta breve: Il target di Eataly è tutti.
Risposta lunga: (nel video, c’entrano i pensionati o come li chiama Farinetti i penscionati).

Mito n 4. L’attegiamento da guru del Made in Italy, da santone del lardo di Colonnata è solo una facciata per riempire le tasche di Farinetti.

Risposta breve: A volte mi comporto anch’io da fighetto del gusto, chiedo scusa.
Risposta lunga: Nel video (c’entra Dissapore che fa notare gli errori che Farinetti commette).

Mito n 5. Si limitasse a fare l’imprenditore, ma ogni volta che Farinetti parla ti becchi un pippone. Ormai è come Grillo per il Movimento 5 Stelle: non sa se più dannoso o più utile.

Risposta breve: Può darsi, infatti mi sono auto-rottamato.
Risposta lunga: nel video (c’entra Andrea Guerra, nuovo presidente di Eataly).

Mito n 6. Il fact-checking delle sue conferenze riserva spesso delle sorprese, come quando ha detto che l’Italia è il Paese con più biodiversità e etnie del mondo. Lo farà anche per il bene dell’Italia ma spaccia per veri dati assolutamente falsi.

Risposta breve: se qualche volta ho dato numeri sbagliati chiedo scusa .
Risposta lunga: (nel video, c’entra la biodiversità dell’Italia).

Mito n 7. Farinetti è uno straordinario uomo di comunicazione che riesce a ottenere tutto gratis. A Torino il sindaco Chiamparino gli ha dato la sede della Campari, gratis e per sessant’anni; a Verona entra in una struttura splendida, con la ristrutturazione a spese della Cassa di Risparmio della città. Lui deve solo piazzare i suoi quattro scaffali. Un grande…

Risposta breve: L’affare l’ha fatto il Comune di Torino.
Risposta lunga: (nel video, c’entrano 11 milioni di euro di investimenti).

Avete qualcosa da aggiungere?

[Crediti | Riprese e montaggio Pierpaolo Greco e Netaddiction, domande: Massimo Bernardi e Luca Sessa]