Era proprio necessario il nuovo Marchio biologico italiano?

Il Masaf annuncia il nuovo Marchio biologico italiano, che si affiancherà a quello europeo già esistente e indicherà informazioni già obbligatorie.

Era proprio necessario il nuovo Marchio biologico italiano?

Il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste ha deciso di onorare la Giornata europea del Biologico con una mossa forte, per quanto già annunciata in Gazzetta Ufficiale a luglio, introducendo ufficialmente il nuovo Marchio biologico italiano, concepito per identificare e valorizzare l’origine nazionale dei prodotti biologici.

L’obiettivo è chiaramente in linea con la narrativa a cui il Ministro Lollobrigida ci ha abituati in questi anni: valorizzare e rendere immediatamente riconoscibili i prodotti biologici realizzati con materie prime agricole o ittiche interamente coltivate o allevate nel territorio italiano. Questa nuova certificazione andrà ad affiancare la certificazione europea già esistente. In una nota ufficiale, il Masaf ha evidenziato come la misura serva “a tutelare le produzioni nazionali e all’ulteriore sviluppo di un settore in cui l’Italia continua a essere un punto di riferimento nella Ue”.

Il nuovo Marchio biologico italiano

bio terra cover

Inutile girarci intorno, questo governo non sembra proprio riuscire a produrre identità grafiche ispirate, e questo logo non è un’eccezione: una sorta di paracadute tricolore accompagnato da un lettering non propriamente ricercato, con buona pace di chi si è sbattuto per avere un’immagine curata del proprio prodotto.

Dal punto di vista normativo, l’iter di attuazione si è completato con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 13 luglio 2026, del decreto ministeriale n. 251972 del 26 maggio 2026, che stabilisce le condizioni e le modalità di attribuzione e utilizzo del contrassegno. Il sigillo è volontario e del tutto gratuito e, per poter esporre il logo in etichetta, i prodotti biologici devono rispettare requisiti stringenti: devono essere realizzati con materie prime nazionali e recare in etichetta l’indicazione ufficiale “Agricoltura Italia” o “Acquacoltura Italia”, ai sensi dell’articolo 32, paragrafo 2, del Regolamento (UE) 2018/848.

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Al netto della piacevolezza estetica, il contrassegno tricolore ha raccolto ampi commenti positivi sia dal mondo politico e istituzionale sia dalle rappresentanze di categoria. Il ministro Lollobrigida è ovviamente entusiasta: “Il marchio del biologico italiano può davvero rappresentare un valore aggiunto portando all’interno di un settore riconosciuto attraverso indicazioni europee anche il valore del Made in Italy”. Sempre secondo il ministro, questo strumento offre un concreto riconoscimento ai produttori che scelgono di investire nella sostenibilità, contrastando al contempo i fenomeni lesivi del falso biologico.

Le organizzazioni agricole e cooperative, la reazione appare articolata esprimono apprezzamento ma con riserva. Francesco Torriani, presidente del settore Biologico di Confcooperative Agroalimentare,commenta così: “il marchio biologico italiano contribuirà a valorizzare l’origine nazionale della materia prima e a garantire che un prodotto rispetti i requisiti richiesti dagli standard produttivi comunitari. Con un duplice vantaggio: aumentare la trasparenza verso i consumatori e contribuire alla valorizzazione sui mercati internazionali delle produzioni biologiche nazionali”.

Torriani sostiene anche che il bollino da solo non possa bastare e che occorrano interventi di sistema simili a quelli adottati in Francia, quali il rafforzamento delle filiere integrate tra produzione, trasformazione e commercializzazione, unitamente a risorse dedicate nella futura Politica Agricola Comune post 2027.

Bene ma non benissimo

Al netto delle prevedibili reazioni istituzionali, qualche perplessità emerge, e la prima e più evidente è: era davvero necessario? La certificazione europea (la foglia verde con le stelle) è già uno standard armonizzato e rigoroso che definisce che rende chiara l’origine biologica dei prodotti per i consumatori dei paesi di tutta l’Unione Europea, a cosa può servire un ulteriore marchio che specifichi solo un’indicazione geografica. L‘origine italiana di un alimento è già chiaramente rintracciabile nelle indicazioni obbligatorie in etichetta, e l’ennesimo marchio difficilmente sarà d’aiuto a chi acquista, soprattutto in un momento storico in cui il greenwashing praticato dalle grandi aziende alimentare sovraffolla le confezioni di informazioni e diciture più o meno ecologiche.

Un’altra criticità viene proprio da chi questo marchio dovrebbe applicarlo: le piccole e medie aziende agricole biologiche continuano infatti a denunciare il peso della burocrazia, i costi elevati per le pratiche di certificazione e l’impatto dell’aumento dei costi di produzione e delle crisi climatiche, fattori che richiederebbero interventi prioritari di semplificazione e non l’applicazione volontaria di un logo.

Quanto vale il mercato biologico

bio-supermercato

La nascita del marchio si colloca all’interno di un quadro economico e produttivo descritto nel rapporto “Bio in cifre 2026”, curato da Ismea in collaborazione con Ciheam Bari nell’ambito dei programmi Masaf Dimecobio e Pro4Dati Bio. I dati indicano che nel 2025 i consumi domestici di prodotti biologici in Italia hanno toccato il record storico di 4,4 miliardi di euro, con un incremento del 9,2% su base annua e un’incidenza del 4% sul totale della spesa agroalimentare nazionale. Sul fronte agricolo, la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) coltivata a biologico ha raggiunto 2.377.749 ettari, rappresentando il 19,4% della SAU nazionale, con 8 regioni e la Provincia autonoma di Bolzano che hanno già superato il target europeo del 25%.

Numeri estremamente positivi, eppure qualcosa non funziona: la rilevazione evidenzia un rallentamento produttivo, con una riduzione complessiva delle superfici bio del 5,4% causata soprattutto dal crollo del 24,4% delle aree in conversione, a fronte di un calo dell’1,8% del numero totale degli operatori (pari a 95.389, di cui 85.443 aziende agricole). Per contrastare questa fase di stasi e favorire lo sviluppo strutturale del comparto, il Ministero dell’Agricoltura ha destinato oltre 35 milioni di euro a supporto di associazioni, filiere biologiche, ricerca, mense scolastiche e dei 63 biodistretti riconosciuti. Uno scenario complicato, il cui l’iniziativa del Marchio biologico italiano sembra più un intervento cosmetico che altro: resta da vedere quante aziende decideranno di dotarsene e quale effettivo valore porterà al settore.

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