Il mondo, là fuori, si sta ribellando. I giovani scendono nelle piazze, rivendicando il loro diritto ad avere una vita dignitosa, senza piangere ogni volta che vanno a fare la spesa da fuori sede al Lidl. La situazione è in effetti preoccupante. Caro-vita, caro-affitti, caro-benzina. Caro-tutto. Semplicemente, la fascia di quelli che faticano ad arrivare alla fine del mese si amplia sempre di più, e si riversa nelle piazze carica di comprensibile rabbia verso il sistema. Il governo gioca l’arma della repressione, o quantomeno dello spavento, e riempie le strade di polizia in tenuta antisommossa, ma non si ferma la Rivoluzione Francese con uno scudo di policarbonato trasparente.
Anzi, la storia ci insegna che si rischia di inasprirla.
E allora, mentre fuori si urla, a noi viene spontaneo chiederci: ha senso, mentre il popolo chiede il pane, continuare a parlare di brioches?
Il cibo è lavoro
C’è una categoria di persone, alle quali appartiene chi scrive, per cui deve continuare ad avere senso parlare di cibo mentre fuori infiammano le piazze, o mentre intorno succede qualsiasi cosa. Semplicemente è la categoria di persone che ha scelto o trovato questo come lavoro.
Per gente come noi, scrivere di cibo non è un hobby, è la fonte del nostro sostentamento, quella che ci permette di affrontare il caro-vita, il caro-affitti, il caro-benzina. E lo è per noi, come per molte altre persone che lavorano nel mondo della ristorazione, e che fanno parte di quella categoria di persone che ci prova, a portare a casa lo stipendio.
Il cibo è rivoluzionario (quando vuole)
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Ma non è soltanto questo che ci spinge a continuare. Il fatto, ci sembra, è che il cibo può essere frutto di un cambiamento reale. Ce lo ha insegnato Carlin Petrini, pace all’anima sua (e sempre grazie). Il cibo può essere uno strumento di protesta, perfino di rivoluzione, se si decide di usarlo nella maniera giusta.
Si può scegliere da che parte stare, dalla parte di chi si lamenta a prescindere dell’immoralità dei prezzi dell’alta cucina, o dalla parte di chi studia e guarda cosa c’è dietro a quei prezzi e, anche quando non li può pagare, capisce che quelle persone, quegli chef, quelle cucine sono un veicolo di racconto e di informazione, anche su temi importanti. Sostenibilità, vegetale, scarsità di materie prime, retromarcia nei confronti di un mondo che ha corso verso il consumismo cieco. Ora, è forse il momento di mettere nel piatto qualche messaggio in più nei confronti di chi non ce la fa, dei rivoluzionari dei nostri tempi, ma questo non cancella quanto di buono è stato e viene raccontato.
Il cibo è parte del problema
E poi c’è la questione che il cibo è parte integrante del problema, anzi, di più, il cibo è spesso IL problema. Il cibo è il motivo per cui si scende in piazza, quando non c’è. Quando si ha la sensazione che gli altri mangino le brioches mentre a noi manca perfino il pane. E oggi la situazione è esattamente quella. La spesa in un qualsiasi supermercato è diventata di settimana in settimana insostenibile, pesante, gravosa. Fino a diventare un lusso. E in questo, al di là dell’aumento della fascia di popolazione che ha bisogno di essere aiutata, si rischia anche di perdere il grande lavoro fatto per educare le persone a mangiare meglio, più sano, e più sostenibile.
Quando si ha una famiglia sulle spalle e pochi euro per mantenerla, facilmente i bambini mangeranno cibi ultraprocessati, più che verdure. E i fast food si sfregano le mani, perché loro con i loro menu completi a 9 euro e 90, sono pieni di nuovi poveri, nel corto circuito finale di un capitalismo che si prende beffa di chi tenta di combatterlo.
Il cibo è cultura
E alla fine, tutto si riduce a questo. Il cibo non è soltanto mangiare. Il cibo è cultura, è messaggio, è potenzialmente motore di cambiamento. Ed è forse per questo che alla fine, nonostante fuori ci sia la Rivoluzione Francese, personalmente sento il bisogno di continuare a fare quello che faccio. Anche se può sembrare futile, o menefreghista, o superficiale. Come si fa a parlare di chef, di alta cucina, di microporzioni di costosissime materie prime quando fuori c’è la guerriglia? Si fa, magari in modo diverso. Con più attenzione, più sensibilità, più selezione dei messaggi che si vogliono trasmettere. Ma non si smette. Perché per fortuna, anche nei periodi più bui della storia, non si è smesso di parlare o di fare letteratura, di immaginare e creare l’arte, di studiare e mettere in scena gli spettacoli. Semplicemente, si è cambiata direzione, mettendo la barra dritta verso quello che era importante raccontare. Ed è quello che cercheremo di fare, nel nostro piccolo.
