È più facile immaginare la fine del mondo che il mondo senza Carlo Petrini

Riuscite a pensare a una timeline in cui non c’è mai stata la rivoluzione gentile di Slow Food?

È più facile immaginare la fine del mondo che il mondo senza Carlo Petrini

Carlo Petrini è morto, e il primo pensiero è stato: è più facile immaginare la fine del mondo che il mondo senza il fondatore di Slow food. Ma no, non nel senso che il mondo senza di lui non ha più senso, che lascia un vuoto incolmabile (ovvio, oggettivo – per un personaggio della sua caratura): non mi riferisco al futuro, ma al passato. Anche perché riguardo al futuro, la cosiddetta eredità di Carlo Petrini non è sicuramente facile da gestire ma, come vorrei suggerire a breve, neanche impossibile.

La rivoluzione gentile di Slow Food

Carlo Petrini

Invece: riuscite a immaginare una timeline in cui non c’è mai stata la rivoluzione gentile di Slow Food? No, vero? E se è così, è proprio perché diamo ormai per scontato, per inevitabile, tutto quello che è successo dalla fondazione di Arcigola (1986) in avanti: un movimento che da carbonaro diventa nazionale, e poi mondiale; una postura che da gourmand e ghiottona si fa intellettuale e politica; le cento battaglie a salvaguardia dei prodotti – e dei mestieri – in via di estinzione, la tutela delle specialità locali (i Presìdi Slow Food); il Salone del Gusto, e poi Terra Madre, oltre alle varie manifestazioni specializzate (Slow fish, Cheese, Slow wine…); l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, alla faccia di chi ancora ridacchiava considerando il cibo cultura di serie B; l’opera di divulgazione in decine di guide, in centinaia di libri di Slow food editore, in migliaia di articoli sparsi per ogni dove, ma anche le consulenze, lo sporcarsi le mani, le collaborazioni con grandi e piccole realtà economiche, l’attività di lobbying sulla politica.

Addio a Carlin Petrini, l’uomo che ci ha insegnato come mangiare Addio a Carlin Petrini, l’uomo che ci ha insegnato come mangiare

Tutto questo lo diamo per assodato e certo, per necessario, quando ci concentriamo sui difetti, sui lati problematici e sulle contraddizioni di Slow food. Che non mancano, sia chiaro, e qui siamo stati i primi a esprimere perplessità su certe posizioni (ad esempio sul netto no alla carne coltivata, in compagnia della destra italiota più bieca). L’amore per la natura, per le tradizioni, per i bei tempi andati: un’ideologia sempre a rischio di scivolare nel conservatorismo fine a sé stesso. Le partnership con l’industria alimentare: un’apparente contraddizione con la difesa del contadino sugli altipiani del Corno d’Africa.

Soprattutto, la schizofrenia tra il propugnare un mondo non solo buono ma anche pulito e giusto, il portare avanti la difesa degli ultimi della terra, da un lato, e il contribuire così a produrre una cultura elitaria ed esclusiva del cibo: un pomodorino a 10 euro il chilo che non solo gli ultimi ma neanche i penultimi si possono permettere.

Carlo Petrini 2012 - Viaggio in Kenya

Vero, vero. Ma non dimentichiamo l’impegno per la crisi climatica (“Il cibo è causa e soluzione”, Petrini dixit), le parole non da tutti sulla Palestina e i “crimini del governo israeliano”, o sull’impazzimento per le proteine animali.

Soprattutto, non dimentichiamo che è merito di Petrini e di Slow Food non solo se oggi abbiamo la possibilità di mangiare un formaggio bulgaro invecchiato in una grotta muffita, ma anche se la passione per tutto quanto ruota attorno al cibo, se il nostro immaginario gastronomico contemporaneo non è stato plasmato solo da Masterchef e Benedetta Parodi. Insomma se la food craze degli ultimi decenni, che ha giustamente tolto dal ghetto la gastronomia, per metterla però in posizione centrale nell’agenda in modo a volte nauseante, è stata un po’ meno instagrammabile e un po’ più consapevole.

L’eredità di Carlo Petrini

Carlo Petrini

Ora si apriranno i discorsi sull’eredità di Carlo Petrini, sul post-Petrini. Ma il post-Petrini è già iniziato, da mo: non solo negli ultimi tempi quando per motivi di salute si era un po’ ritirato, ma già qualche anno fa quando aveva ceduto lo scettro di Slow Food dopo trent’anni di presidenza, e ancora prima quando aveva accettato l’inevitabile frammentazione del potere che deriva da un allargamento delle condotte a tutto il mondo (potentissima quella statunitense, per esempio).

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Paradossale ma forse no, un leader così carismatico e insostituibile, di cui però non si può dire dopo di lui il diluvio. Un monarca assoluto, che ha però creato un regno destinato a durare. Paradossale ma forse no, oggi si sente parlare più di slow food che di fast food, lo spauracchio contro il quale l’associazione era nata: e le stesse catene di junk food rallentano, o si buttano sulla qualità: chiamatelo marketing, chiamatela sussunzione nel sistema delle spinte rivoluzionarie, ma è qualcosa che esiste, che resta.

Dopo Petrini, Slow food resterà, certo cambierà, come è già cambiato; così come cambierà – è già cambiato – il nostro rapporto con ciò che mangiamo. Ma anche grazie a lui.