di Dario De Marco 19 Ottobre 2020
Festa delle Lucerne; Campania

Stavolta, lo ammetto, devo essere grato al Presidente della Campania Vincenzo De Luca. Perché quando ha annunciato che imporrà la chiusura dei locali alle 22 nelle ultime settimane di ottobre, scagliandosi contro Halloween, ha definito questa festa “un’idiozia”, un “monumento all’imbecillità”, ma soprattutto ha usato una parola-madaleine: “americanata”. Che bello, erano 35 anni che non la sentivo pronunciare senza layer ironici. Improvvisamente ho di nuovo il grembiule blu delle elementari, c’è ancora l’URSS anche se non rappresenta più una valida alternativa, esce un film di Rocky ogni 3 anni e McDonald’s si appresta a invadere l’Italia. 

Ora, tu vedi un poco il destino com’è beffardo: chi l’avrebbe mai detto che nel 2020 sarei finito a difendere Halloween, cioè una roba che quando ero piccolo io si usava più o meno come si usa mangiare il tacchino al Thanksgiving. Già l’anno passato, su questo stesso sito, mi era capitato di ricordare come usanze simili al “dolcetto o scherzetto” fossero presenti in molte zone d’Italia già dal Medioevo. Mi appoggiavo a Carlo Ginzburg e ai suoi scritti sui beneandanti, figure della tradizione mitteleuropea che si diffusero fino al nostro nord-est.

Ma che ne direste se addirittura trovassimo delle simil Halloween, con tanto di zucche e lucine, addirittura nel sud Italia, nientedimeno che in Campania? Ecco quanto scrive l’antropologo Marino Niola, in un articolo del 2005 poi ripreso nel libro Si fa presto a dire cotto (Il Mulino):

Anche nelle tradizioni popolari europee il frutto dalla polpa gialla era considerato una sorta di contenitore soprannaturale, di ricettacolo delle anime dei defunti. Di questa antica credenza pressoché universale la notte di Halloween è solo l’esempio più conosciuto. Ma nell’Italia contadina l’uso di zucche con occhi, naso, bocca e tanto di lumino acceso all’interno era largamente diffusa ben prima che la mascherata made in Usa colonizzasse il nostro immaginario. Un esempio per tutti: la festa delle lucerne di Somma Vesuviana, nell’entroterra napoletano, in cui i morti si manifestano sotto forma di teste di zucca che brillano nelle tenebre.

Festa delle Lucerne; Campania

Somma Vesuviana, comune in provincia di Napoli, a neanche 20 chilometri da Palazzo Santa Lucia, capace che De Luca se si sporge un po’ dalla finestra dell’ufficio ne intravede le case. Ecco qualche particolare, ripreso dal sito della festa:

Il momento centrale della Festa vedrà l’allestimento dei 10 vicoli: Malacciso, Cuonzolo, Puntuale, Zoppo, Torre, Giudecca, Piccioli, Lentini, Perzechiello, Coppola. I vecchi vicoli, decorati con fascine di rami di castagno, felci e zucche svuotate, sono illuminati soltanto da numerose lucerne, più di quattromila, create per l’occasione da artigiani locali. Sono disposte in punti precisi, fino alle mura quattrocentesche del borgo, che si estendono ancora intatte, unico esempio nella provincia di Napoli.

Okay, non mistifichiamo, la festa non si svolge a fine ottobre ma a inizio agosto: ma quando mai per gli spiriti le date sono state un problema? Però chi se ne frega, Vecienzo goes viral, anzi Vecienzo goes international: la sua intemerata finisce sulla stampa inglese, sull’Independent, e lì rimbalza tornando ancora più forte da noi. Il presidentissimo entusiasma gli intellettuali più severi, accende gli animi più sobri (soprattutto quelli che non abitano in Campania, guarda caso).

Dice va bene, ma non è quello, mica vuoi contestare De Luca con le armi della filologia, è chiaro che “americanata” è un modo di dire. Di dire cosa? Se voleva dire “tradizione importata”, allora in un certo senso anche la carbonara lo è. Se intendeva “operazione di marketing”, allora qualsiasi festa in vigore oggi è una spinta al consumo – è il mondo in cui viviamo, e se vi fa schifo sono il primo a sottoscrivere – a partire dal Natale con i suoi pastori di San Gregorio Armeno, per finire a Ferragosto, una chiara invenzione della lobby dei macellai. Se è un modo simpa per convincere la gente a stare a casa, stia tranquillo presidente che io sarò il primo questo 31 ottobre a non mandare i miei figli a spargere o raccogliere droplet in giro, e così la maggior parte delle persone di buon senso. Se infine americanata è un modo per dire cafonata, a me sembra assai più cafardo usare queste armi di distrazione di massa, ora che i contagi salgono e la popolarità rischia di scendere, lisciando il pelo al popolo (al popolo dei boomer ok, ma sono i suoi elettori, sono ancora la maggioranza della popolazione, sono quelli che prendono le decisioni). Se in otto mesi dall’inizio della pandemia l’unico strumento, l’unica decisione che governatori e governanti sanno prendere è quella che oscilla tra “chiudetevi in casa a fare il pane” e “apri tutto smarmella”, qualcosa non va, anzi tutto.

PS: Non si riesce a starci dietro, alle uscite di Vincenzo De Luca. Non si fa in tempo a commentarne una che si viene scavalcati a destra da un’altra. Questa è bella, davvero: “Una sentenza limpida come una scodella di bagna cauda”, ha detto riferendosi al 3-0 a tavolino per Juve-Napoli. È bella, sì, ma è un’altra furbata arruffapopolo, che triggera il tifoso di calcio e quello di cucina regionale. Sarebbe facile controbattere che aglio e acciughe, i due ingredienti base della bagna cauda, sono due pilastri della cucina mediterranea e napoletana in particolare; e che anche la colatura di alici – di Cetara, a due passi dalla Salerno del presidente – sarà meno torbida ma non meno forte della bagna. Ora io sono nato a Napoli e vivo a Torino: certo non sono sospettabile di essere juventino, e la polenta continua a sembrarmi il semolino di quando ero malato. Però non mi toccate la bagna cauda, che faccio un macello.