Perché non riusciamo a farci carico del problema sociale dei rider

La questione dei rider sfruttati e sottopagati ci riguarda direttamente, anche se per mille motivi fingiamo che non sia così.

Perché non riusciamo a farci carico del problema sociale dei rider

Le piattaforme dei rider che ci consegnano il cibo a domicilio (nello specifico, questa volta tocca a Glovo) sono di nuovo sotto accusa. Di più, in realtà sono sotto indagine, il che significa che le accuse generiche si sono trasformate in una inchiesta giudiziaria, che per ora ha portato al commissariamento dell’azienda, tra le principali a cui ci rivolgiamo quando abbiamo voglia di mangiare qualcosa comodamente a casa. Le questioni, in realtà, sono tristemente note: i rider denunciano di essere sfruttati, sottopagati, di avere condizioni di lavoro che non gli garantiscono di superare la soglia di povertà e che non si occupano delle loro tutele, economiche, sociali o di sicurezza che siano.

È la legge della Gig Economy, bellezza. O meglio, l’era del caporalato digitale. Sinceramente, nulla di cui non possiamo dire di non essere realmente al corrente, e di vedere con i nostri occhi nel quotidiano. Eppure, non riusciamo davvero a farci carico di quella che è a tutti gli effetti un’emergenza sociale. E i motivi, a ben guardare, sono diversi (ma occhio che nessuno è davvero valido).

1. Il privilegio di non cucinare

delivery asporto panino

La vita ci impone spesso ritmi insopportabili. Lavoriamo tutto il giorno, tutti i giorni, corriamo avanti e indietro con i bambini (se ne abbiamo), ma anche con i cani e con i gatti (se ci avanza tempo). Così si arriva all’ora di cena totalmente sfiniti, e figurarsi se si ha voglia di mettersi a cucinare.

I rider di Just Eat devono pedalare come Pogačar, o l’algoritmo li sanziona I rider di Just Eat devono pedalare come Pogačar, o l’algoritmo li sanziona

Ci si piazza sul divano, si accende Netflix, e con un occhio alla tv e uno allo smartphone si ordina qualcosa a domicilio. Comodo, veloce, senza pensieri. In un mondo in cui siamo diventati tutti come Carrie Bradshaw, che aveva una cucina immacolata grande un decimo del suo armadio e che non aveva mai visto sfrigolare una padella, è realmente difficile rinunciare a un privilegio che è diventato parte delle nostre abitudini, quello di farci consegnare il cibo a casa.

2. Una (altra) brutta abitudine

E quella di farci arrivare la cena mentre smaltiamo la nostra giornata sul divano non è l’unica cosa che è diventata un’abitudine. La questione dei rider e del loro inquadramento è ormai invecchiata alla velocità tipica delle cose dei nostri giorni. Ne parliamo da anni (una decina, ormai), e ci siamo talmente assuefatti al problema che ormai, semplicemente, non è più un problema.

Chi controlla che gli zaini dei rider siano puliti? Chi controlla che gli zaini dei rider siano puliti?

Un po’ come i supermercati aperti di domenica, è una questione che a lungo andare ci ha stancato, o ha occupato troppo spazio nel nostro cervello stracolmo di pensieri, in cui c’è poco posto per quelli che non ci riguardano direttamente.

3. Mancanza di soluzioni

E poi, anche se fosse un nostro problema, che soluzioni potremmo trovare o suggerire? Di certo non quella di accollarci noi il costo maggiorato della consegna per sostenere il lavoro dei rider. Nessuno prenderebbe in considerazione questa idea, perché significherebbe farsi carico, realmente, della questione. E, come stiamo dicendo, è una cosa che non abbiamo per nulla voglia di fare.

4. Disagio sociale

Anche la Gig Economy è qualcosa a cui ci siamo abituati, e spesso perché sì, questa volta ci tocca direttamente. Molti di noi lavoratori sono precari, o sono finiti ad esserlo, partite iva bistrattate da un lavoro che una volta sarebbe stato dipendente.

Ed è qui che subentra il disagio sociale: se ce la faccio io, perché non ce la possono fare pure i rider? E se non ce la faccio io, perché mi devo occupare di loro? In un mondo che mette gli ultimi gli uni contro gli altri, nessuno ha voglia di farsi carico del prossimo, perché ha semplicemente da pensare a se stesso e alla propria sopravvivenza.

5. Razzismo

Non nascondiamoci dietro a un dito, e diciamolo chiaramente. La questione dei rider ci interessa meno perché la nostra personale percezione è che è un lavoro per immigrati. E a loro, si sa, spetta l’ultimo gradino della scala sociale. Per un po’, o anche per sempre, non è un problema nostro, in fondo.

E invece sì, che è un problema nostro. I rider lo sono, la questione sociale che li riguarda – e che riguarda tutti noi – lo è. Se si tratta di smettere di ordinare cibo a domicilio e tornare a cucinare per protesta, forse vale la pena di farlo, o almeno di pensarci un secondo di più prima di fare click. Se si tratta di lottare per i diritti di tutti a una flessibilità lavorativa che non diventi sfruttamento, allora vale la pena di combattere al loro fianco. Se si tratta di pensare a nuove soluzioni, che non siano star seduti sul divano ad aspettare la propria cena al caldo mentre fuori piove, vale la pena di mettere in moto il cervello. E se si tratta di smettere di essere razzisti be’, allora è davvero il caso di fare una rivoluzione culturale.