di Caterina Vianello 17 Gennaio 2021
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Prima che la Fabbrica di cioccolato fosse ricordata per il genio visionario di Tim Burton e il sorriso inquietantemente plastico di Johnny Depp, c’era stato Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, nel 1971, con un Gene Wilder unpolitically correct. Prima ancora, il talento letterario di Roald Dahl, che nel 1964 firmò il romanzo da cui furono tratti i film.

Il racconto di Dahl, a sua volta, è ispirato alla giovinezza dello scrittore: quando frequentava la Repton School, Cadbury, nota ditta produttrice di cioccolato, spediva ai collegiali delle scatole piene di nuovi tipi di dolci e un foglietto per votare. Quanto di vero c’è in quel romanzo?

La “fabbrica di cioccolato”, insomma, è esistita davvero? Per saperlo bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino all’Inghilterra della rivoluzione industriale: fabbriche sul modello di quelle del romanzo e dei film, tra profumo di cioccolato nell’aria e giardini fioriti, furono concepite davvero, ideate da personaggi con idee a metà strada tra Olivetti, il Bauhaus e Pleasantville.

Le idee per il cioccolato industriale

L’epoca industriale del cioccolato, quella che permette di parlare di produzione quantitativamente rilevante, di tentativi riusciti e non di prodotti vagamente immangiabili, è collocabile tra fine ‘700 e primi ‘800. Nel 1778 il piemontese Doret mette a punto una macchina idraulica per macinare la pasta di cacao e mescolarla con lo zucchero, nel 1819 lo svizzero Louis Cailler apre a Vevey una delle prime manifatture (da cui avrà origine la Nestlé) e nel 1828 l’olandese Van Houten realizza una pressa idraulica che consente di ottenere il cacao il polvere.

Le idee si muovono, le comunicazioni anche e lo spirito imprenditoriale inglese è il primo a cogliere le nuove opportunità. Chi, oltremanica, riesce a farlo meglio degli altri sono due famiglie rivali, i Fry da un parte ed i Cadbury dall’altra, accomunate oltre che dalla volontà di conquistare consumatori e mercato (immaginate una sfida tra Barilla e Ferrero, insomma) anche dal medesimo credo religioso: entrambe quacchere, particolare non irrilevante. La condanna dell’alcol, le convinzioni pacifiste, norme particolari in fatto di istruzione e soprattutto una coscienza sociale che convive con il fare soldi, rendono infatti “illuminata” l’esperienza imprenditoriale delle due fabbriche, perdonando (ma riusciamo a dirlo oggi, che siamo diventati fini assaggiatori) risultati gastronomici non proprio entusiasmanti.

J.S. Fry & Sons

 

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A metà ‘700 viene fondata la ditta “J.S. Fry & Sons di Bristol”. Nei decenni successivi, grazie a eredi particolarmente arguti, all’acquisto di nuovi macchinari e alla scoperta di un modo di mischiare cacao in polvere e zucchero con burro di cacao fuso anziché con acqua, le novità si susseguono, fino al 1849, data da ricordare a memoria perché a Birmingham viene presentata ufficialmente la prima tavoletta di cioccolato della storia, battezzata dai Fry “Chocolat Dèlicieux à manger”. J.S. Fry & Sons diviene ben presto la più grande fabbrica di cioccolato al mondo, fornitrice ufficiale della Royal Navy.

La fabbrica trasforma il volto cittadino e cerca di migliorare le condizioni di lavoro sia dei suoi operai in patria sia dei lavoratori-schiavi delle piantagioni portoghesi dell’Africa occidentale, boicottando il cacao che proveniva da quella zona.

Cadbury

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Chi tuttavia creò una vera e propria città appendice di una fabbrica fu Cadbury, storica rivale di Fry. Fondata da John Cadbury (quacchero pure lui) nel 1824 a Birmingham, nasce come rivendita di caffè, tè e cioccolata (gli alcolici erano banditi). Ben presto la famiglia si specializza nel cioccolato e nel 1842 si contano in vendita 11 tipi di cacao e 16 tipi di cioccolato da bere. Nel 1853 diventa fornitrice ufficiale della Regina Vittoria e apre un ufficio a Londra. Nel 1866 presenta il suo estratto di cacao e due anni dopo quella che può essere considerata la prima “scatola di cioccolatini” al mondo: sufficientemente leziosa ma mai quanto la prima scatola di dolci per San Valentino, firmata ancora Cadbury, che anticipò i Baci italiani del 1922.

Il volume produttivo crescente rende Birmingham troppo stretta: è necessario trovare un luogo più grande, con facile accesso sia ai canali, attraverso cui arrivava il latte, sia alla ferrovia, per le consegne di cacao dai porti di Londra e Southampton. Viene individuato in Bournbrook Hall e ribattezzato Bournville, con suffisso che sa di franco-esotica spensieratezza.

Nel 1879 inizia così la costruzione della nuova fabbrica che va di pari passo con la progettazione e l’edificazione di una città ideale (meno Urbino rinascimentale e decisamente più campagna inglese) per gli operai.

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bournville house

Lasciati i bassifondi e le vecchie abitazioni scarsamente luminose, a Bournville gli operai trovano case semi-indipendenti, con giardini. Il benessere dei lavoratori, l’attività fisica, la cultura vengono sostenuti e promossi, con modalità certamente paternalistiche (ad ogni donna, per le nozze, veniva donata una bibbia e un garofano, e le preghiere del mattino e le letture quotidiane della Bibbia, iniziate nel 1866, continuarono per altri 50 anni) ma che per l’epoca furono decisamente all’avanguardia.

La fabbrica aveva una biblioteca e una mensa, accanto ad essa c’erano campi per il cricket e il football; vennero negoziate speciali tariffe ferroviarie per i dipendenti e organizzati campi estivi per i giovani.

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Cadbury village

Nel 1895 il villaggio si amplia e diventa una città giardino: le case (salotto, soggiorno e cucina al piano inferiore e tre camere da letto al piano superiore), ognuna con un proprio orto, sono raggruppate in coppie, divisi da strade alberate. Gli anni successivi si aggiungono altri spazi verdi, luoghi per lo sport, padiglioni per gli eventi culturali, scuole. Per i lavoratori leali e laboriosi (sic!) ci sono salari più alti, piani pensionistici, un servizio medico.

Nonostante una visione incorniciata da griglie paternalistico-religiose e nonostante il veto sull’alcol, Bournville resta un notevole esempio di fabbrica-villaggio che molto si avvicina a quello rappresentato al cinema. Visitabile, peraltro.

Hershey

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Se per dovere di cronaca dobbiamo ricordare anche l’esperimento di Joseph Rowntree, che fonda una città-fabbrica in un sobborgo di York, chi riesce a eguagliare e forse superare Cadbury è Milton Hershey, l’Henry Ford del cioccolato.

Mennonita, originario della Pennsylvania, inizia a produrre caramelle per poi passare al cioccolato. Acquista una fattoria a Derry Township e nasce così una città le cui vie principali si chiamano Chocolate e Cocoa (quelle secondarie hanno i nomi dei porti da cui arrivano i semi di cacao).

Scuole, una banca, giardini, zoo, parchi giochi, “60.000 galloni di latte fresco prodotto da mucche alimentate con erba” in arrivo ogni giorno: ecco la città in cui vengono prodotti milioni di Hershey Kisses, ancora oggi il prodotto più venduto dell’azienda, ad oggi la più grande compagnia statunitense di cioccolato.

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E poco importa se i “baci” di Hershey sono un assaggio stucchevole: la visita al parco divertimenti aziendale è quanto di più simile al sorriso di plastica di Willy Wonka si possa desiderare.

Dal taglio più filologico rispetto al libro di Dahl è, in Olanda, il progetto dell’azienda Tony’s Chocolonely, che ha affidato allo studio di architettura Search la realizzazione di una fabbrica di cioccolato sul modello di quella ideata dallo scrittore inglese. Se non avete tempo di aspettarne la realizzazione, il modo per assaggiare il cioccolato di Willy Wonka c’è comunque: The Willy Wonka Candy Company è un marchio di dolciumi i cui prodotti sono basati sui personaggi creati da Roald Dahl. A commercializzarlo fu, nel 1971, la Breaker Confections di Chicago che acquistò i diritti per pubblicizzare i propri prodotti in seguito al successo del primo film, e nel 1980 cambiò il proprio nome in quello attuale.

Otto anni dopo l’azienda venne acquisita dal colosso alimentare Nestlè e nel 2018 è stata poi acquistata da – indovinate? – Ferrero, assieme ad una ventina di storici brand dolciari americani, per un valore complessivo di 2,8 mld di dollari.