di Ilaria Ceccuzzi 11 Novembre 2015
Alessandro Borghese

Innanzitutto: ci mettiamo d’accordo una volta per tutte su come vanno chiamati questi chef senza ristorante? Vi va bene Tv chef? Preferite Star chef o Power chef?

E se rinunciassimo alla sintesi optando per “Toy boy della tavola televisiva“? Scusate è perfetto, calza a Chef Rubio, aderisce a Simone Rugiati e si confà pure ad Alessandro Borghese.

Che in un ristorante vero non ha mai investito (chi glielo fa fare del resto, nei panni di azienda “one-man-band” guadagna molto di più) ma è titolato per condurre 4 Ristoranti, da martedì 10 novembre in prima serata su Sky Uno.

Seconda stagione di un format che è piaciuto, tanto che Sky e Magnolia hanno prodotto 10 episodi nuovi, dove 4 ristoratori di una stessa area geografica si sfidano a suon di votazioni, ognuno valutando gli altri concorrenti. In palio ci sono 5 mila euro da reinvestire nei ristoranti, che non saranno eccellenti ma neanche da incubo.

MOMENTO CONFESSIONALE

Nei miei ricordi di cucina televisiva moderna Alessandro Borghese c’è sempre stato, e in effetti è così, faccione e chioma fluente imperversano sugli schermi dal 2004. L’Ost, Cortesie per gli ospiti, Chef per un giorno, e così via fino a 4 ristoranti.

Mi chiedo perché, voglio dire, se c’è una ragione vera. L’unica risposta che riesco a darmi è che piace. E’ vero, vedere la sua faccia in tv che fa quell’espressione da amicone a tutti i costi con chi non l’ha mai visto, trasforma qualcuno di noi nella persona che non vuole essere: livorosa, assetata di sangue e sputasentenze.

Ma piace a figlie e nonne, è educato, carino, moderatamente simpatico. Il bravo ragazzo da far conoscere a mammà. E pazienza se ogni tanto ammicca, gigioneggia o sembra seguire un copione troppo pettinato.

[Fine momento confessionale]

E piace anche l’avvio della seconda stagione di 4 Ristoranti nonostante l’effetto deja vu. Tutto è rimasto uguale: struttura, regolamento, chioma e faccione del protagonista.

Però i ristoratori risultano vivaci, imprenditori motivati e appassionati. I piatti dei loro menu sono tradizionali o rivisitati con prudenza, gli impiattamenti senza troppi svolazzi. I locali somigliano a quelli che frequentiamo nella vita di tutti i giorni: modesti, eccessivi, belli o insignificanti ma comunque veri.

Il programma, ritmato, senza particolari inserimenti di fiction, ha il merito di non esagerare con i buoni sentimenti e costringe anche chi prova un’innata antipatia nei confronti del “Toy boy della tavola televisiva” (allora, siamo d’accordo?), motivata più che altro dal suo essere Alessandro Borghese, a rivedere la sua posizione.

Pur se con notevole sforzo.

[Crediti | Link: Dissapore]