di Chiara Cavalleris 19 Novembre 2019

Proprio quando anche l’ultimo dei telespettatori si era persuaso di non desiderare un nuovo talent di cucina, la produzione di Sky ha sfoderato dal cappello Antonino Chef Academy, il nuovo programma con Chef Antonino Cannavacciuolo, in onda tutti i martedì sera sul canale UNO della piattaforma a pagamento e su NOW TV.

La prima puntata è andata in onda una settimana fa e nonostante tutti i pregiudizi del caso – “come avranno rimestato i soliti ingredienti, questa volta?”, era lecito chiedersi – bocciare il programma è impossibile.

Dopo gli aspiranti cuochi in crisi di mezza età di MasterChef e i cuochi veri – alla ricerca di una rinascita professionale, però –  di Hell’s Kitchen, i protagonisti sono giovanissimi cuochi che da grandi vogliono fare gli chef. Un soggetto irreprensibile, Antonino Chef Academy è il talent culinario che ha senso di esistere, una scuola con allievi credibili – ma che dico, veri – , il cui unico rischio è annoiare lo spettatore senza i casi umani e gli sketch politicamente scorretti, che non si convengono a un simile programma.

Meno caciara e insulti, più Amici di Maria de Filippi (prima che gli studenti si mettessero a trattare i professori a pesci in faccia). Dunque, come hanno cercato di rendere Antonino Chef Academy coinvolgente? Ma soprattutto, come hanno fatto, gli autori di Sky, a scrivere un programma diverso da MasterChef pur mantenendo, inevitabilmente, un format simile?

Non è MasterChef

Di Masterchef ci sono le frasi fatte lette dal gobbo, appositamente tarate per la classe scenografata nel Castello dal Pozzo di Oleggio Castello, che è il suggestivo luogo (con un nome così..) in cui hanno girato Antonino Chef Academy.

Cito testualmente: “Gli esami non finiscono mai”, “Per me questo non è un arrivo ma un punto di partenza” e “I fallimenti servono per crescere”. I sotterfugi tra adulti qui diventano battibecchi: il massimo della violenza verbale a cui si assiste, in un’ora e venti di puntata, è un (presunto) furto creativo sull’affumicatura della ricotta.

Le esterne sono “test fuori sede“, ovviamente in team, e si viaggia in navetta, ma senza baci alla francese.

Non ci sono Mistery Box ma lezioni sulle tecniche di cucina impartite da un paterno e paziente professor. Antonino Cannavacciolo, che sopperisce a una sdolcinatezza impropria delle vere cucine elargendo voti bassissimi (sì, gli studenti hanno un libretto e alla fine di ogni puntata chi ha la media più bassa va a casa) e delegando il ruolo del “cattivo” al suo sous chef, Simone, che a sua volta fa la parte di quello antipatico; le insufficienze si recuperano con lui, disossando piccioni a testa bassa.

Reality: il sogno di fare lo chef, oggi

Al di là di scopiazzamenti e riadattamenti più o meno riusciti, l’attenzione cade sulla prospettiva dei ragazzi, minimo 19 e massimo 23 anni, sostanzialmente cuochi comuni che vogliono diventare grandi chef. C’è chi eredita un ristorante di famiglia e chi ha già cambiato tre cucine a ritmo di stage, ma tutti fondamentalmente guardano Antonino Cannavacciuolo con occhi sognanti (sperando di vincere un lavoro nella sua brigata, che il premio messo in palio da Antonino Chef Academy): il punto è capire come questi ragazzi affrontino il loro sogno.

O meglio, come Sky interpreta questa benedetta ambizione di fare lo chef, che oggi pare essere ai limiti del ragionevole, attraverso dieci ragazzi che sembrano davvero molto, molto decisi. I casting li hanno fatti benissimo: c’è il cuoco palestrato, il figo, la bionda bellissima, il secchione pingue, la timidissima che prende un 4 in pagella alla prima occasione.

Ecco, il programma, che ha il buon gusto di elargire brevi lezioni e pillole sulla cucina anche ad uso e consumo degli spettatori (avete imparato qualcosa da MasterChef ultimamente?) mette in mostra l’aspetto contraddittorio e sfacciatamente vanitoso del sogno di chef: i piccoli cuochi non riconoscono i tagli di un pollo e non sanno cosa sia l’umami, ma preparano “L’uovo 66” e propongono piatti con tre carote diverse, maneggiando l’aglio nero con la disinvoltura della nonna alle prese col concentrato di pomodoro.

“Non strafate!”
“Ma io, chef, voglio dimostrarle chi sono”
“Chi siete, io, lo capisco da un taglio”

Amen. La morale c’è ed è pure assai condivisibile, soprattutto se a guardare il programma sono i tanti pischelli che da qualche anno a questa parte affollano le scuole alberghiere, “un tempo” ripiego di chi aveva poca voglia di studiare (si può dire?).

Proprio per le velleità del programma, per l’etica professionale che Cannavaiuolo & Co esprimono, forse sarebbe il caso di edulcorare l’entusiasmo dei concorrenti – che saranno specchio e oggetto di confronto per tanti – verso la stella Michelin, qui vista, di fatto, come obiettivo massimo della carriera di un cuoco.

“Il mio sogno è quello di raggiungere quello che vogliono tutti, cioè la stella Michelin”, dice un ragazzo presentandosi, durante “l’appello” a inizio stagione. Per un momento si spera che Antonino dica qualcosa, qualcosa di politicamente corretto, ma niente. Segue, subito dopo, un ragazzo che la stella se l’è tatuata sul braccio (“un simbolo di gratificazione”, si giustifica), a riprova di un fanatismo incipiente che andrebbe debellato sul nascere.

Dice Valerio Massimo Visintin in un suo recente articolo a proposito di Vissani e della Guida Michelin (Gianfranco ha perso una delle due stelle e l’ha presa male, lo sapevate?!): “se inoculiamo nelle arterie dei giovani cuochi l’idea che il loro lavoro non sia cucinare per il cliente, ma accaparrarsi premi e onorificenze; se accettiamo questo delirio, capzioso e miserabile, insomma, dobbiamo mettere serenamente in conto le crisi di nervi di chi viene declassato: sono il coerente rovescio della stessa moneta”.

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