di Chiara Cajelli 4 Settembre 2020
Bake Off Italia; Chiara Cajelli

Ciao, sono Chiara e faccio i “can di stelle”. Già da questo incipit credo possiate immaginare la follia del contesto che sto per descrivere, che comincia dallo sfogo di un scopo personale – la mia candidatura al talent Bake Off Italia 2020, portando per la prima volta in assoluto anche ricette dog friendly – prosegue con l’essere selezionata tra migliaia di aspiranti e finisce con la vittoria del titolo di Miglior pasticciere amatoriale d’Italia.

Scherzo: in tutti i talent/competizioni ci deve essere un primo eliminato, e in questo caso sono io. E avevo capito che sarebbe andata così nel momento in cui Knam ha deciso di assaggiare un mio biscotto, dichiaratamente per cani.
Vi racconterò tutto quello che ricordo io, la mia esperienza di un dietro alle quinte che per mancanza di tempo non è andato in onda. Per peccato o per fortuna.

I casting pre lockdown

Facciamo un passo indietro, a quella sera del 12 febbraio in cui la redazione mi ha contattata perché attratta dalla mia candidatura: ho raccontato la cruda verità, ovvero che sono foodwriter e ho in parallelo un sito di ricette dedicate anche ai cani. Tipo simil pan di stelle e “can di stelle”, o tiramisù e tiramisù per bassotti, creme caramel e “creme canamel”. Mi presento ai casting tutta vestita di nero e con una pavlova, che a detta loro era mezza cruda all’interno (avreste dovuto vedere la mia espressione diplomatica a quel giudizio, vs la reazione atomica nella mia materia grigia).

Selezionata: un bake off un po’ dog oriented

Seguono settimane di ansia tra la vocina nella testa che mi diceva che ero piaciuta ma chi lo sa, e l’immensa tragedia del lockdown causa covid. Eppure, la convocazione arriva veramente: “quest’anno si gira da giugno ad agosto” (gli altri anni, invece, la trasmissione era girata in primavera, fortunati loro), con ovvie restrizioni che potete appurare voi stessi guardando le puntate. Al caldo, un caldo infernale e irrespirabile che purtroppo la pianura padana conosce ormai bene, e che sotto al tendone era amplificato esponenzialmente.

Sono arrivata sul set sentendomi forte (non come brava pasticciera, ma forte per un insieme di cose), con progetti “dog friendly” che gli autori conoscevano, ragione per cui mi sono davvero sentita come se finalmente il mondo guardasse nella direzione giusta: di ricette per cani, in quasi dieci anni di Bake Off Italia e all’estero, non se n’erano mai viste. Insomma, io gasata, motivata da me stessa e dal contesto stesso che mi dava corda su questa peculiarità, su cui lavoro da una decade.

Iniziano le riprese: la torta che ci rappresenta

Vediamo il tendone da lontano, è oggettivamente una suggestione incredibile. Vediamo i giudici Ernst Knam, Damiano Carrara, Clelia D’Onofrio, un’inedita Csaba Dalla Zorza – austeri, riservati, composti – la storica presentatrice nonché padrona di casa Benedetta Parodi. Arriva il countdown più amato in tv: “3, 2, 1 dolci in forno!!”. L’emozione è molta e il set è stupendo. Comincio a preparare esattamente la torta che ci si aspettava da me: una torta di mele ispirata alla tradizionale della mia famiglia e, con gli scarti della mela e poco altro, dei biscottini per cani che avrei messo come decorazione.
A parte il caldo, la tremarella, la cucina non tua, la frolla che non cuoceva mai, è andato tutto liscio e ho fatto una torta che mi soddisfaceva. Forse di un colore un po’ così (non è che avessi a disposizione mele proprio freschissime) ma bellina e diversa dalle altre. La mia idea era stata anche lodata sia da Benedetta Parodi (entusiasta) sia da Carrara, che era molto curioso. E io ho pensato: “mioddio è fatta!”.

Il giudizio, con Knam che mangia i miei biscotti per cani

“È fatta” un bel cavolo. I tre giorni per la prima puntata sono stati eterni, caldissimi, confusi, non capivamo più nulla, da tre giorni con gli stessi vestiti (per continuità di narrazione). L’assaggio da parte dei giudici è quindi stato lunghissimo ed estenuante, e preceduto da una breve introduzione da parte nostra, che abbiamo appunto presentato e descritto la creazione.
“(…)Secondo la filosofia che mi rappresenta, con gli scarti della mela ho fatto dei biscottini per cani”
Memore dell’ossessione e litania di Knam secondo cui tutto ciò che metti sulla torta deve poter essere mangiato (con evidente eccezione del rosmarino sulla sua frangipane), ho aggiunto: “Sono fatti con ingredienti commestibili dagli umani motivo per cui li ho adagiati sulla torta. La mia idea è che una persona si mangi la fetta di torta alla mela, e riservi il biscottino con gli SCARTI di mela per il proprio CANE”. Questo era il discorso completo fatto, parola più parola meno. E ciò che non è andato in onda ora ve lo racconto. Dopo tutto questo preambolo, Knam cosa fa? In modo quasi dispettoso, Knam mangia un biscottino per cani messo li come spiegato – bianco, secco, a forma di osso. Come se, in pratica, si mangiasse apposta le rose pompose che decorano le torte nuziali per poter dire che fanno schifo. Non ci si poteva aspettare altro che un sapore quasi inesistente e una consistenza certamente lontana da sablè breton. Nel senso, era un biscotto per cani, ed era il concetto a contare non certo il sapore.
K: “Non sa di nulla, la consistenza è strana/immangiabile, volevi farlo così?”
C: “… eh sì, è per cani”
K: “Noi non siamo cani”
C: “…”

Probabilmente, pensavo, Knam aveva frainteso: io ho fatto intendere chiaramente che quei biscotti fossero semmai per “pastori tedeschi”… più che per “pasticcieri tedeschi”. Ero già pronta davanti allo schermo in attesa di questa scena… ma nulla. Tra l’altro, non gli è piaciuta nemmeno la torta sotto, che ha addirittura sputato e anche questa scena non si è vista – ma vi immaginate, viverla, che botta è?

Il ballottaggio, e quella maledetta piramide di macaron

Io non so se per quest’edizione gli autori abbiano mangiato pane e cattiveria, ma resta il fatto che per la prima prova sotto il tendone, alla prima puntata, a 38°C, abbiano deciso di far sfidare noi a rischio eliminazione con una delle preparazioni più insidiose della pasticceria. Un dolce che può venire male anche nella tua storica cucina con tutta la calma del mondo: i macaron. A piramide. Senza supporti precostruiti.
Io ammetto di essere andata nel panico perché ricordavo le mie dosi del TPT ma non del resto. E li ok, ero in panne. Poi mi sono data una mossa e si è verificata una cosa che – signore e signori – ha dell’affascinantissimo: per ben 3 volte non mi si sono montati gli albumi. Il cielo sa quante bestemmie gli ho spedito con raccomandata, perché non sarò pasticciera formidabile ma diamine le uova le so montare. Perdo così un’ora, recupero come credo nessuno avrebbe saputo fare e sforno dei macarons anche carini: forma giusta, piccini, bianchi, guscio croccantino.
Prevedevo quattro ganache e ne ho fatta solo una, per mancanza di tempo. E quell’unica ganache non mi tirava (addensava) e ho quindi attinto dagli ingredienti destinati alle altre farciture per farne una velocissima: mascarpone, poco formaggio spalmabile, la ganache al cioccolato bianco che avevo dovuto mettere da parte. Temevo fosse stucchevolissima ma non potevo soffermarmi su questa cosa.
Ho farcito i macaron, ho fatto una piramide contenuta e graziosa, il tempo stava per scadere eppure mancava ancora troppo tempo per restare li con le mani in mano (la regia non apprezzava). Decido di aggiungere in cima alla piramide un ultimo macaron, per arrivare leggermente più vicina all’altezza richiesta dai giudici.
“Meno quattro….”
“Meno tre…”
“Meno dueeee….”.

E – al “meno due” della Parodi – mi crolla, precipitevolissimevolmente, la piramide. In un miasma bianco e ormai informe. Terribile.

La cattiveria caustica di Clelia

La parte dei macaron è andata in onda molto velocemente, ma nella realtà è durata secoli. Ve lo racconto. Assaggiano i miei macaron dicendo che i gusci erano belli ma che la scelta della farcitura fosse sbagliata. E ok. Credevo di cariare i denti a qualcuno data la dolcezza del ripieno (ho spiegato ai giudici che era a base di cioccolato bianco, zucchero, mascarpone e poco formaggio spalmabile)… invece Csaba e Clelia devono aver attivato i neuroni sulla parola “formaggio” e han dichiarato addirittura che i macaron fossero salati. Come se avessi usato Puzzone di Moena e non (poco) philadelphia.
Ma le parole peggiori arrivano da Clelia, la mia Clelia, che io seguo come un’icona da tantissimi anni e che metto allo stesso livello della Montalcini e della Hack. Lei commenta il pallore dei macaron, paragonandoli “ai panini industriali del supermercato, quelli che devi poi cuocere a casa”.

Una stilettata al cuore. In quel momento ho capito come potevano sentirsi i visigoti quando cercavano di espugnare le fortezze ma gli buttavano in testa l’olio bollente prima che potessero dire “beicofff”. E se questa cosa fosse andata in onda sarebbe stato un colpo durissimo.

I confessionali e l’eliminazione

I confessionali erano, come immaginabile, volti un po’ ad indagare su gioie e dolori, simpatie e antipatie, delusioni e situazioni a rischio. Come è giusto che sia. Nonostante la mia personalità giocherellona, ero stanca e travolta dalle cose: non sono riuscita/non ho fatto in tempo a tirar fuori le mie battute e simpatia (tipo la mia formidabile imitazione di Csaba e Iginio Massari), né stare molto al gioco né tantomeno a “dare soddisfazione”, soprattutto sulle faccende personali.
Invece c’è stata la fredda eliminazione senza abbracci né nessuno accanto, per le misure di sicurezza Covid. Insomma, quei 5 minuti di sconforto te li devi affrontare da solo e in silenzio e fermo sulla x di scotch a terra e a più di un metro da chiunque altro.

Cosa porto a casa

Ecco come l’ho vissuta, cosa è accaduto e cosa mi ricorderò… anche se sono felice, alla fine, che abbiano tagliato molte delle cose descritte: mi sono molto piaciuta in tv! Tuttavia:
Se sono rimasta affranta dall’eliminazione? Sì, ovviamente.
Non dovevo essere eliminata io? Come novità e presenza, avrei potuto dare di più quindi la risposta è no. Come pasticceria, li dentro ci sono concorrenti molto più bravi di me (li vedrete) ed è giusto che non abbia vinto io – anche se il mio scopo non era davvero la vittoria bensì, come già accennato, far conoscere la mia attività stramba ma in cui credo con tutta me stessa.
Porto a casa i classici rimorsini dei se e dei ma, e ho imparato una lezione importantissima: se ti mettono un microfono addosso, ricordati che rimane sempre acceso. Porto poi a casa la fierezza di essere comunque la 16 esima su migliaia, ma al contempo la brutta sensazione di essere stata un po’ la “presenza buffa” di questa edizione.
A casa porto però anche la bellezza di una competizione senza odio tra gli sfidanti, la forza di un cameratismo eterogeneo e comico da morire e, soprattutto, il potere di molte amicizie nate senza esitazione e diventate velocemente più salde di una ghiaccia reale.