Dinner Club: il cibo come strumento nel nuovo Carlo Cracco show

Con Dinner Club, Amazon insiste nel radunare le celebrità, ma usando il cibo come strumento e Carlo Cracco come protagonista.

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La verità? Ho riso tantissimo guardando Dinner Club, il nuovo programma a tema food di Amazon Prime. Mi ci ero approcciata con un po’ di snobismo, e anche con colpevole ritardo, convinta che a me, di vedere Carlo Cracco a cena con Sabrina Ferilli e Pierfrancesco Favino, non me ne sarebbe importato proprio nulla. E invece, stanca di sentirne parlare senza avere un’opinione in merito, alla fine una sera ho ceduto alla prima puntata. E poi pure a una seconda, e via così, come si fa con le belle serie (ok, a volte lo si fa anche con quelle brutte, ma non è questo il caso).

Insomma, ho riso tantissimo, soprattutto di e con Valerio Mastrandrea che non mangia la mozzarella perché ha paura del cibo bianco, e che alterna freddure stupidissime (“come si chiama la femmina del cefalo? Cefalea!”) a momenti in cui dimostra la sua cultura e la sua enorme capacità attoriale.

Ho riso, ho ascoltato, ho avuto fame e voglia di viaggiare e di sedermi intorno a un tavolo a bere buon vino e dire stupidaggini con gli amici, in serenità. E credo sia esattamente questo il segreto di Dinner Club. Come già era stato per LOL, lo show comico lanciato con enorme successo qualche mese fa da Amazon, Dinner Club è un programma in grado di darci proprio quello di cui abbiamo bisogno dopo quasi due anni di pandemia: lì era la voglia di ridere stupidamente e grossolanamente di qualcosa, qui è la convivialità.

La ricetta perfetta di Dinner Club

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La televisione, in fondo, serve da sempre a darti quello che più ti manca, fosse anche l’illusione di quel qualcosa. E Dinner Club ci riesce benissimo. Merito dunque di un utilizzo strategico dei tempi di uscita, ma anche di un prodotto che di sbavature ne ha davvero pochissime. A partire dal cast, che è pressoché perfetto.

Come in ogni cena tra amici che si rispetti, c’è chi fa la parte dell’istrione, chi della fanciulla un po’ ingenua, chi mangia ogni cosa e chi non ama sperimentare. E poi c’è lui, il padrone di casa Carlo Cracco, alla sua conferma definitiva in televisione, e probabilmente a quella che è fino a ora la sua prova meglio riuscita. Non più ingessato nel copione da imparare a memoria di Masterchef (o quanto meno più a suo agio con le battute da dire); non più incastrato nel ruolo di rigido e algido capo brigata come in Hell’s Kitchen, Carlo Cracco riesce benissimo sia nei momenti in studio che in quelli in esterna. È in questi secondi che però ci sembra molto più a suo agio, riuscendo anche a dare spazio a un po’ di spontaneità – cosa che fino a ora nelle sue performance televisive avevamo visto poco.

Un’esterna di Masterchef lunga sei puntate

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Alla fine è successo quello che speravamo: le esterne di Masterchef si sono trasformate in un format a sé. Nulla infatti ci toglie dalla testa che Dinner Club sia figlio di quei momenti lì, che spesso e volentieri erano quelli più simpatici e riusciti del programma di cucina: quelli dove i giudici facevano le esperienze sul campo e, parlando con l’anziana signora maestra nella pasta fatta a mano o svegliandosi quand’era ancora buio per andare a pescare con una barchetta, ci raccontavano anche tanto dell’Italia e delle sue tradizioni.

E se fino a ora abbiamo sempre pensato che in quei momenti il più centrato di tutti fosse Joe Bastianich (che infatti ci manca tanto, soprattutto durante le esterne), alla fine dobbiamo ammettere che Carlo Cracco è probabilmente la scelta migliore che si potesse fare per questo programma. Lo è per lui e per tutti i super chef che rappresenta, che finalmente appaiono al pubblico così come sono: gente che prepara piatti con caviale e tartufo, ma che alla fine adora anche sedersi in una trattoria con un bicchiere di vino della casa e un piatto di formaggi e salumi caserecci. E lo è per il pubblico, che segue Cracco imparando che alla fine, in cucina, quello che conta è la materia prima, il territorio, la maestria non solo del cuoco ma dell’intera filiera.

Il cibo come strumento

Anche per questo Dinner Club rappresenta una piccola rivoluzione nel panorama degli show culinari. Una rivoluzione che, come spesso accade, ci fa tornare indietro di una ventina d’anni, quando il cibo in televisione era un mezzo per parlare d’altro.

Così è ancora in alcuni programmi, soprattutto quelli della televisione per così dire più “tradizionale”: si pensi ad esempio a La Prova del Cuoco, che con il cibo fa intrattenimento per famiglie. O si pensi ai vari Melaverde et similia, per cui il cibo è uno strumento per girare e conoscere l’Italia.

Ecco: quella cosa lì, agli occhi di un quarantenne oggi, poteva sembrare antica. E deve esserlo sembrata anche alle piattaforme, che a partire da Sky hanno cambiato il modo di fare intrattenimento gastronomico. È stata (ed è) l’epoca di Masterchef, dove il cibo era al centro dell’intrattenimento: all’improvviso, i nostri schermi si sono popolati di serie dove gli chef erano le star assolute, e la cucina era la nuova forma di intrattenimento. Non sottoforma di ricetta da replicare a casa, ma proprio come oggetto di un’attenzione nuova per l’arte culinaria, improvvisamente diventata interessante da guardare e da scoprire per milioni di telespettatori.

Ora Dinner Club ci insegna che forse quell’epoca è finita, o che quantomeno si è ridimensionata. Dinner Club ritorna indietro negli anni, e rimette al centro altre cose, usando il cibo come espediente per parlare di turismo, di storie, di cinema e di qualsiasi altra cosa possa nascere in una conversazione intorno a una tavola imbandita. Il cibo non è più IL tema, ma torna a essere UN tema, all’interno però di un programma realizzato benissimo, con una visione d’insieme più cinematografica che televisiva.

È per questo che all’inizio l’approccio con Dinner Club era stato (ed è probabilmente per molti) un po’ prevenuto. È cosa già vista, vecchia e stra vecchia, che rimanda al passato ma anche a un presente terribilmente di moda, quello del Grande Fratello VIP (nei casi più popolari) o, appunto, di LOL. Un format come tanti che infila dieci personaggi noti in una stanza, con un copione più o meno predefinito, e sta a vedere cosa succede. Alla fine sì, questo è più o meno il gioco. Ma – bisogna ammetterlo – in questo caso è un gioco incredibilmente ben riuscito.

Carlo Cracco
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