di Giovanni Puglisi 13 Marzo 2020
dumplings

Ci perdonerete se non parleremo di “Lezioni di cioccolato”, né di “Mangia prega ama”, lo ammettiamo senza timore di non essere letti: non sono tra i film sul cibo preferiti dalla redazione di Dissapore.

Accorgendoci che in UNDICI anni di esistenza non avevamo mai fatto una selezione di film, abbiamo provveduto, non senza difficoltà, a redigere questa lista: tra vecchi classici, colonne del cinema d’autore, documentari premiati dalla critica, storie distopiche, “spaghetti western” giapponesi e campioni d’incassi inossidabili, ecco i 16 migliori film sul cibo, quelli che vi renderanno sedicenti gastronomi credibili e che un appassionato di gastronomia, per forza, deve aver visto.

Big Night

Big Night

Un grandissimo classico della gastronomia filmica, questa pellicola del 1996 diretta da Stanley Tucci e Campbell Scott rappresenta un esempio eccellente di come si possa portare sullo schermo il mondo della ristorazione, e di quanto una cucina possa significare in termini di appartenenza culturale, percezione di sé e identità.

I fratelli italoamericani Primo e Secondo Pileggi hanno appena inaugurato il loro ristorante in una cittadina della costa Est degli Stati Uniti e si dividono tra l’integralismo di Primo, lo chef, che non vuole cedere a compromessi in cucina e l’accondiscendenza di Secondo, maître, che vorrebbe modulare l’offerta del ristorante per incontrare maggiormente i gusti della nuova clientela. Gli affari però stentano a decollare, soprattutto per via dell’anziano Pascal, proprietario di un locale di successo tutto “spaghetti meatballs” e invischiato nella criminalità organizzata e nel racket.

Sarà proprio lui a fornire ai due fratelli l’occasione della svolta, approntando per loro la grande serata del titolo, durante la quale si esibirà nel locale dei Pileggi una star italoamericana di prim’ordine, Louis Prima. Ma andrà tutto per il verso giusto?

Imperdibile ovviamente il racconto dettagliato del grande menu studiato da Primo per la cena, ed in particolare la mitica scena della preparazione del timpano di maccheroni.

Ratatouille

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Gioiello della Disney Pixar, Ratatouille racconta come probabilmente saprete delle vicissitudini di Rémy, un topino del sottosuolo parigino dotato di raffinatissimo olfatto, che sogna di diventare chef.

Tra i film sul cibo più citati di sempre. Eppure, magari non sapete che la produzione ha comportato ore passate al French Laundry di Thomas Keller, ove la brigata ha realizzato la maggior parte dei piatti poi riprodotti nel film, che sono stati successivamente fotografati e mangiati dallo staff Pixar prima di essere modellati in 3D.

Lo stesso Keller, inoltre, ha prestato la propria voce al doppiaggio originale del lungometraggio, impersonando in un cameo uno dei clienti del ristorante di Gusteau.

Il ristorante è stato realizzato creando un pastiche di molti importanti templi dell’altissima ristorazione parigina, tra i quali Taillevent, Le Train Bleu, La Tour d’Argent; che una squadra della Pixar ha visitato e osservato direttamente scattando oltre 4500 foto di repertorio.

Nonostante tutto il film sia travolgente per temi e resa estetica, per noi gourmand, rimane indimenticabile la scena del ritorno all’infanzia del critico gastronomico Anton Ego.

Il cuoco, il ladro, sua moglie, l’amante

Il cuoco, il ladro, sua moglie, l’amante

Tra il raccapricciante e il sublime si snoda questa novella boccaccesca di Peter Greenaway.

Il violento Albert, criminale di professione, va ogni sera a cena al ristorante londinese Le Hollandais, che ha aperto in società con lo chef francese Richard, insieme alla moglie Georgina (una straordinaria Helen Mirren).

Questa, soggetta agli inauditi maltrattamenti del marito, finisce per sviluppare una relazione bollente con un altro commensale del locale: il libraio Michael.

Le premesse innescheranno una vertiginosa spirale di vicende ed emozioni che accendono gli istinti più primitivi dell’animo umano, in un crescendo grottesco che culmina nell’infrazione dell’ultimo tabù.

Non manca in tutto il film una costante attenzione al tema gastronomico in ogni sua declinazione, trattato, al pari di qualsiasi altro, con l’arguzia dissacrante e il senso dell’humor nero tipici del regista. Ed è per questo che va annoverato tra i film sul cibo migliori di sempre.

Il pranzo di Babette

il-pranzo-di-babette

Tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen, è ambientato nell’austera Danimarca protestante di fine Ottocento: in un piccolo villaggio rurale arriva, in fuga dalla Comune Parigina, la signora Babette Hersant; che troverà rifugio facendosi assumere come governante dalle due anziane sorelle Martina e Philippa, figlie di un pastore luterano deceduto.

Babette, ormai stabilitasi in Danimarca, riceve dopo quattordici anni notizia di una vincita alla lotteria di diecimila franchi d’oro: utilizzerà la somma per organizzare un grandioso banchetto, che cucinerà per le benefattrici che l’hanno accolta e i loro ospiti. E durante la cena, in un clima generale di benessere e giovialità scatenato dai prodigiosi piatti della cuoca, affiorerà un segreto dal passato…

Da non perdere: il racconto, immortale, delle cailles en sarcophage.

Tampopo

Tampopo

Uno “spaghetti western” decisamente atipico, venato di surreale ironia, ambientato nel Giappone degli anni Ottanta.

I due camionisti Goro e Gun, fermatisi a mangiare dei ramen presso la bettola decrepita gestita dalla vedova Tampopo (“Dente di leone”), vengono coinvolti in una rissa per salvare l’onore di lei, avendone la peggio. L’indomani Goro si sveglia in casa della donna, e quando gli viene chiesto un parere sui noodles fornisce un parere poco lusinghiero. Comincerà a questo punto una serie di avventure che vedrà l’eroe della storia, coadiuvato da una schiera di bizzarri personaggi, rimettere in sesto l’attività e la cucina di Tampopo e salvare la giornata.

È un film unico, intervallato da sketch satirici a tema strettamente gastronomico, che mette in luce con levità comica le idiosincrasie nel rapporto tra l’uomo, la società, il cibo e la cultura sfruttando un copione ricalcato buffamente sugli stereotipi del cinema americano.

Delicatessen

Delicatessen

Una Francia distopica e post-apocalittica è colpita da una grave carestia, i viveri scarseggiano, il mais è usato come moneta di scambio.

Il bottegaio Clapet gestisce la macelleria Delicatessen, nella quale serve la carne di malcapitate vittime umane, che attira con la promessa di camere e posti di lavoro per ucciderle barbaramente.

Questo fino all’arrivo del clown disoccupato Louison, lavoratore infaticabile ed esperto lanciatore de L’australiano, un coltello che torna indietro a mo’ di boomerang dopo essere stato scagliato.

Risparmiato temporaneamente dall’aguzzino, Louison intesserà una relazione con Julie, la figlia di Clapet: la penuria di carne fresca si farà però sentire, e le cose si complicheranno; tanto da spingere la ragazza a chiedere aiuto ai pericolosi Trogloditi, un popolo di vegetariani squilibrati che vive nelle fogne.

Un film ancora una volta grottesco, surreale e ironico; che nasconde dietro il pretesto fantascientifico parecchi spunti di riflessione sul nostro rapporto col cibo, e sui modelli di produzione e di consumo del capitalismo alimentare contemporaneo.

Vatel

Vatel film

Il film racconta la storia vera di François Vatel, cuoco del Principe di Condé, morto suicida per non essere riuscito ad adempire alle preparazioni del banchetto di riconciliazione, organizzato dal nobile in occasione della visita del Re Sole.

Vatel, cuoco dall’infinito talento, è diviso tra i suoi obblighi professionali e di corte e l’amore per Anne de Montausier; dama di compagnia della Regina oltre che amante contesa dal Marchese di Lauzun quanto da Luigi XIV stesso.

Quest’ultimo si recherà in visita al palazzo di Condé per rappacificarvisi in vista di un’imminente guerra con l’Olanda: è proprio in occasione del banchetto finale, però, che una consegna di pesce arrivata in ritardo impedirà allo chef di realizzare il pezzo centrale della tavola, un trionfo di ghiaccio giocato sui temi della mitologia marina, causandone il suicidio.

Presentato fuori concorso al 53º Festival di Cannes.

Food Inc

Food inc

Discussissimo documentario sul sistema della produzione alimentare globale e statunitense, Food inc. è il film sul cibo di cui vi ha parlato la vostra amica integralista vegana.

Un viaggio orrorifico negli allevamenti di massa e nella crudele negazione del welfare animale, nei comportamenti antisociali e insostenibili perdurati dall’industria alimentare, negli inganni e nei veleni nascosti dietro gli ingredienti a bassissimo costo delle produzioni vegetali di massa.

Non guarderete più un petto di pollo (o una porzione di tofu) allo stesso modo.

Jiro dreams of sushi

Jiro dreams of sushi

“Amare il proprio lavoro e perfezionare la propria arte significa meritare onore in società”.

Tutta la filosofia del novantaquattrenne shokunin ex tre stelle Michelin Jiro Ono (escluso dalla Rossa di quest’anno in quanto il ristorante non è più accessibile al pubblico “comune”), e dell’intero Giappone storico, è racchiusa in questa frase che funge da leitmotiv a un documentario dedicato alla più alta espressione della cucina tradizionale giapponese.

La storia, la gavetta, la sapienza di un maestro senza tempo vengono raccontate dalla chirurgica macchina da presa di David Gelb, e “condite” in maniera eccezionale dalla colonna sonora firmata Philip Glass.

Mondovino

mondovino

Il vino, la globalizzazione, i paradossi dell’enologia, l’influenza delle guide sul prodotto e sui mercati: il film di Jonathan Nossiter (2004) è un documento critico indispensabile per chi ama capire cosa succede in vigna, in cantina e dopo il bicchiere.

Girato tra Toscana, Bordeaux, Napa Valley e Sudamerica, culmina nell’osservare cosa accade durante un’asta di vini pregiati tenuta a Londra da Christie’s.

La Grande Abbuffata

La grande abbuffata

Quattro uomini decidono di suicidarsi sigillandosi in una lussuosa villa, mangiando pietanze d’alta cucina preparate da loro, fino a morire.

Questa in nuce la trama del capolavoro assoluto della cinematografia franco-italiana, diretto da Marco Ferreri nel 1973.

Il trionfo dell’edonismo e delle sensualità, il parallelo tra la dissoluzione gastronomica e quella erotica, il finale ferocemente simbolico e moralizzante sottendono una critica alla società dei consumi e alla sua endemica bulimia.

Sideways

Sideways

Il neodivorziato scrittore Miles accompagna l’amico Jack, attore di soap opera in procinto di sposarsi, in un weekend di addio al celibato nella californiana Santa Barbara County.

Miles è un appassionato bevitore, vorrebbe visitare cantine, degustare – Jack, al contrario, è in cerca di esperienze più licenziose… L’incontro con Maya e Stephanie, cameriera nel ristorante preferito di Miles la prima, enologa e amica di lei la seconda, daranno vita a un flirt e ad una serie di disavventure.

Il vino, per tutta la durata del film, è un protagonista occulto più che un comprimario; ed assume significati simbolici densi che si condenseranno in maniera pregnante negli ultimi minuti della pellicola.

Mangiare Bere Uomo Donna

Mangiare Bere Uomo Donna

Chu, chef in pensione tra i più quotati di Taipei, vive a casa con le tre figlie, spinte progressivamente alla deriva (e lontano da lui) dalle vicissitudini quotidiane.

Ultima isola di raccoglimento della famiglia sono i raffinati pranzi domenicali, che non potremo quasi mai direttamente “gustare” (in questo film si mangia pochissimo, così come si fa poco sesso, a dispetto del titolo) ma che vedremo curare nel dettaglio, dalla presentazione degli ingredienti al risultato finito.

La giustapposizione apparentemente casuale delle scene di vita ordinaria dei protagonisti, le loro carriere, i legami sentimentali, la morte e l’amore, forma un quadro complesso e mai del tutto comprensibile: Ang Lee, sempre prima sceneggiatore che regista, lascia che il travaglio della quotidianità si specchi nelle laboriose scene di preparazione più che in quelle di consumo dei pasti; a suggerire che la vita è raramente traguardo (sedersi, mangiare), quanto invece è quasi sempre continuo adattamento ed elaborazione – in altre parole, “cucina”.

Angel’s Share

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Nella Scozia dei poveri e degli ultimi, Robbie è tra i più sfortunati: sbandato da sempre, in seguito a un pestaggio viene rimesso a giudizio e condannato, grazie ad alcune attenuanti (sta per diventare padre), ai lavori socialmente utili.

Harry è il responsabile di questi, un uomo di cuore e affabile, e gestisce il gruppo dei suoi “ragazzi” con solidarietà e la capacità di comprenderne le situazioni e lo spirito.

Questo gli vale la fiducia dei suoi assistiti, che arriveranno ad un punto di svolta personale durante una visita didattica ad una distilleria di whisky; bevanda che Harry ama profondamente. La “gita” avrà ripercussioni imprevedibili su tutta la compagnia, raccontate da Ken Loach con l’inconfodibile vena dissidente e poetica.

Lo snodo narrativo del film, a tratti crudo, racconta analiticamente la miseria e la speranza tipiche di ogni sussulto dell’umanità. Vi chiederete perché è uno dei nostri preferiti film sul cibo: è una storia di rivalsa/rivolta contro il sistema scandita dall’epopea affascinante del mondo dei single malts.

Dumplings

dumplings

Nato come cortometraggio parte del film a episodi Three… Extremes, e solo successivamente rilavorato in forma di lungometraggio indipendente, Dumplings racconta la storia di Mrs. Li, ex attrice ormai sfiorita, che sta perdendo oltre alle sue un tempo fiorenti grazie il marito; che si intrattiene in un love affair con la giovane e bella massaggiatrice.

Chiederà l’aiuto di Zia Mei, una cuoca locale, che si vocifera prepari dei dumplings miracolosi per l’amore e la libido… Ma dietro il prodigioso effetto dei ravioli, si nasconde un segreto sinistro.

Un film profondamente disturbante e adatto a stomaci forti, intenso e dissacrante come solo il cinema d’autore orientale sa essere

King Corn

King Corn

Di tutti i film sul cibo menzionati su questa lista, indiscutibilmente uno dei miei preferiti.

I compagni di college Ian Cheney e Curtis Ellis raccontano le idiosincrasie, le contraddizioni ed i colossali interessi alle spalle dell’agroindustria statunitense in maniera semplice: ossia, inaugurando da zero un’azienda agricola e vedendo come va.

Una pellicola di ironia straordinaria che strappa più di qualche sorriso, fornendo al contempo informazioni fruibili anche da chi non conosce l’argomento e mettendo a nudo l’ipocrisia del sistema agroalimentare americano fondato sul mais e sul corn syrup, piegato agli interessi delle grandissime aziende e completamente indifferente alle necessità dei coltivatori indipendenti.