di Luca Iaccarino 26 Marzo 2020
Il Buco, film di Netflix

Gente chiusa in stanze che non fa altro che mangiare e si scanna per gli alimenti: tra le tante metafore proposte dall’ennesimo distopico film di NetflixIl Buco, quella sul cibo, mai così calzante con la quotidianità che viviamo, durante la pandemia del Coronavirus. La nostra recensione

I film prodotti da Netflix (non parlo delle serie: lì c’è più varietà) si somigliano quasi tutti: sono spesso un mix di distopia, fantascienza filosofica, colori plumbei, bella fotografia e sceneggiatura che starebbe sul foglietto di un Bacio Perugina. Fatti salvi quelli d’autore – Roma, The Irishman… – lo schema è quello (e qualche volta non basta nemmeno l’autore: impossibile vedere in Okja la mano di Parasite).

Il Buco – siamo onesti – non si discosta poi molto da questa ricetta: è un frullato di The Cube, The Experiment e di altri mille pellicole del filone “gente inspiegabilmente chiusa in uno spazio di cemento che sbrocca” (senza voler scomodare Orwell o Buzzati). Ma allora, perché lo stanno vedendo tutti? Perché sui social non si parla d’altro? Perché da giorni è saldamente il lungometraggio più visto di Netflix? Ma soprattutto – chiederete – perché ne parliamo su Dissapore?

Provo a rispondere a tutte queste domande in poche righe. Parto dall’ultima: se vi domandate perché ne discutiamo su Dissapore significa che non l’avete ancora visto. La trama, in poche parole e senza nessuno spoiler: un ragazzo accetta di partecipare a un esperimento per cui si trova in una cella in compagnia di un coinquilino; questa cella è una di centinaia impilate una sopra l’altra; al centro della cella c’è un buco (eccolo “Il Buco”!) rettangolare nel pavimento e uno corrispondente nel soffitto, per cui si vedono le celle giù e quelle su; a una cert’ora in questo buco transita, passando dall’alto al basso come un ascensore, una tavola imbandita da cui tutti si possono approvvigionare: quindi chi sta al primo piano pranza da dio, chi sta all’ultimo forse digiunerà. Dunque, la domanda è: vincerà l’egoismo o i reclusi riusciranno a organizzare una società equa, lasciando a ognuno qualche boccone? Il cibo, quindi, è sempre – letteralmente – al centro della scena (come delle stanze): chi mangia vive, chi non mangia, muore.

“Il Buco” – produzione spagnola, diretto da Galder Gaztelu-Urritia, al suo primo lungometraggio – è un po’ come “Snowpiercer” (per tornare a Bon Joon-ho) – tanta gente intrappolata, divisa tra privilegiati e disgraziati, come finirà? – e come quello ha la grana grossa della fantascienza politica di consumo. Però, diciamolo, i motivi di interesse in questi giorni di clausura – e in particolare per noi golosi – non mancano (e dunque giustificano il successo).

Il primo è che un film che parla di gente chiusa in stanze che non può fare altro che mangiare (ognuno ha diritto a portarsi un oggetto: il protagonista ha un libro, Don Chisciotte, ma non riuscirà a leggerlo) è terribilmente aderente allo stile di vita che abbiamo tutti ai tempi del virus.

Il secondo è che un mondo in cui ci si scanna per gli alimenti è quello che tutti paventiamo, se la quarantena durasse così a lungo da far passare la pazienza che ancora ci tiene (abbastanza) ordinatamente in fila di fronte al supermercato.

Il terzo è che la tavola imbandita che traversa le celle è coperta non di alimenti essenziali – come avrebbe senso, dovendo sfamare centinaia di persone disperate – ma di raffinatissimi manicaretti: fin dall’inizio vediamo cucine, cuochi con la toque, maitre impegnati a preparare quotidianamente aragoste, anatre, salmoni in bellavista e zuppe inglesi sotto cloche di cristallo. Raffinatezze cui i prigionieri non dedicano alcuna attenzione, proiettati come sono ad arraffare quanto più cibo e quanto più in fretta possibile (la tavola si ferma pochi istanti al piano ed è proibito conservare del cibo, pena la morte). Anzi: i detenuti il cibo lo calpestano, lo spappolano, vi defecano sopra persino per far dispetti agli altri. Questa metafora qui, diciamolo, ha un suo perché e lo è ancor di più per noi golosi. È come se dicesse: gastronomia? Di cosa stiamo parlando? La gente muore di fame e si fa guerra e ci preoccupiamo dell’impiattamento (così, certo, è molto superficiale, ma uno spunto c’è).

Il quarto – e per me risolutivo, nel senso che mi ha fatto finire il film con un buon sapore in bocca – è che a un certo punto, senza rivelarvi niente, un alimento particolare diventa un simbolo potente. E quell’alimento è uno dei miei dolci preferiti (non lo mangio da nessuna parte al mondo migliore che all’Osteria Antiche Sere di Torino). E sopratutto è un dolce italiano. Piemontese. La panna cotta. Proprio così: la panna cotta. La dicono esattamente così, “panna cotta”, anche nella versione originale, in spagnolo: “La panna cotta es el mensaje”, “La panna cotta è il messaggio.”

Ecco, come avrete capito non ho amato il film (che invece è piaciuto a tantissimi, e certamente avranno le loro ragioni), ma un merito glielo devo riconoscere: mi ha fatto venire una dannata voglia di farmi una panna cotta. Che poi è quel che conta: la panna cotta è il messaggio.