di Alessandro Trezzi 29 Dicembre 2019
pizza hero gabriele bonci seconda stagione

La seconda stagione di Pizza Hero (La sfida dei Forni) si è conclusa. Firenze, Milano, Rimini, Ascoli, Cagliari, Trieste, Castelli Romani, Bari, Genova e Catania. Dieci i luoghi toccati da Gabriele Bonci durante le puntate, che si concluderanno stasera su NOVE alle 21.25.

Come sempre, l’ultima puntata è già disponibile da Lunedì 23 Dicembre 2019 su Dplay Plus e noi, il giorno stesso, abbiamo affilato la penna. Dopo le prime disquisizioni sul format e dopo aver già dibattuto sui cambiamenti della seconda edizione, è arrivato il momento di tirare le somme con una recensione, in attesa della conferma di un terzo giro.

La scoperta di un nuovo mondo

C’è poco da girarci intorno. Uno dei pregi più evidenti di Pizza Hero è quello di averci fatto (ri)scoprire un mondo fino ad ora tenuto all’oscuro, nascosto e sotto chiave; un mondo sottovalutato, fatto di fatica, di notti in bianco, di sudore e ben poco riconoscimento.

Se ci pensate, è lo stesso pregio che innegabilmente attribuisco a Masterchef: prima della fortunatissima serie, gli chef non erano certo al centro dell’attenzione come ora.

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Pane e pizza sono due tradizioni cardine del nostro paese, eppure alle categorie professionali interessate viene dato ben poco spazio, ben poco risalto. E occhio, non stiamo parlando di pizzaioli, e tantomeno di chef che si dilettano a fare il pane in cucina; i protagonisti di Pizza Hero sono persone stanche, incapaci di emergere in mezzo a una concorrenza spietata, desiderosi di educare un pubblico sempre più attento ma anche confuso di fronte alle nuove tendenze, alle nuove comunicazioni spesso contraddittorie.

Ben venga allora l’idea di Gabriele Bonci e del suo format, che in queste 18 puntate in giro per l’Italia è stato in grado di conferire una chiara visione della situazione italiana, aiutando non solo i concorrenti ma anche lo spettatore, che durante le puntate acquista i mezzi per riconoscere la vera qualità di un prodotto di arte bianca.

Eroi in lotta

Un nuovo mondo si, ma non solo per il pubblico seduto sul divano.
Ripercorrendo lo storico delle due stagioni, appare lampante quanto il livello di sfida dei partecipanti si sia alzato, rendendo le battaglie più ardue e competitive.

Ci sono state occasioni dove la scelta finale non era per nulla scontata, e dove un applauso alle creazioni era d’obbligo.

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Un percorso naturale direte voi, eppure non può che far piacere notare quanto la gente cominci a prestare attenzione al dettaglio, alle farciture, alla creatività, ma soprattutto quanto impegno ci sia nel proporre finalmente una pizza da banco degna di questo nome.

Nessun pianto da pizza triste e scondita a sto giro insomma.
Prima o poi riusciremo anche a non vedere più semilavorati o miglioratori nelle impastatrici dei panettieri, abbiate fede.

Romana, romana e ancora romana

Eppure, in tutto il processo di miglioria appena citato appare qualche piccola stonatura che non posso non far trapelare.

Amo follemente la teglia e la pala romana, al punto da considerarle tra le tipologie in assoluto più promettenti per il futuro della pizza. E tuttavia, per quanto sia lodevole l’abbraccio alla tradizione di Bonci e la volontà di riscoprire pani e prodotti storici delle varie regioni, alla fine chi prevale nella sfida pare sempre essere il team che meglio riesce a proporre una propria concezione della pizza romana da banco.

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Sia chiaro, il tutto è perfettamente naturale: gli impasti altamente idratati tipici di questa tipologia sono tra i più complessi da gestire, e riuscire a portarli davanti alla giuria è già di per sé un enorme vanto.
Per di più, l’elevata quantità di acqua garantisce (se ben gestita ovviamente) una maggior leggerezza e un minore apporto calorico della base, motivo per cui investire sulla romana è sicuramente una buona scelta.

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Spiace solo che ci sia spazio fino a un certo punto per prodotti più tradizionali, spesso relegati alla sola presentazione iniziale dei tre forni, e ai quali viene data importanza minore quando il gioco si fa duro.

A ristabilire l’equilibrio, per fortuna, ci pensano le farciture.

Bonci fuori porta

Devo ammetterlo, se inizialmente ero rimasto scettico verso la novità della stagione, a percorso concluso sono costretto a premiare le gite fuori porta di Bonci.

Eh si, perché a meno di casi sporadici e poco curati, è interessantissimo notare quanto la campagna e i mercati abbiano ancora da offrire in termini di qualità e di genuinità.
Ammetto di essermi emozionato davanti agli orti dei Castelli Romani o ai frutteti di Catania, scene evocative che hanno acceso in me una fortissima voglia di sperimentare e di ricercare materie prime sempre migliori.

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Senza contare che, portare ai “fornaretti” una cesta di verdura nella terra della porchetta è una scelta alquanto originale.

Chissà che un giorno non troppo lontano lo stesso format non venga riproposto anche per gli agricoltori..

Quel che proprio non va giù

Diciamocelo, Pizza Hero è una di quelle serie delle quali noi appassionati di panificazione non avremo mai abbastanza: evocativa, piena di ispirazioni, di messaggi e di passione.

Ed è per questo che alcune scelte fanno ancora più arrabbiare.

Puntata dopo puntata, la caricatura romana di Gabriele Bonci risulta sempre più marcata e fastidiosa, e le varie citazioni, i “tiè” e i “cantano l’angeli” sono sempre più frequenti; forzare un personaggio già carismatico e romanizzare un romano, spingendolo a far battute con gli occhi fissi sulla telecamera, è la vera rovina di questa serie.

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E se la spontaneità dei concorrenti poteva risultare come uno dei migliori pregi del programma, qualche chiara scelta di copione rischia di intaccare anche questo aspetto: richieste di matrimonio in diretta, scherzi ai concorrenti e litigi organizzati, tutte scenette di poco gusto che spezzano una continuità funzionale e funzionante.

Ancora, quel premio anonimo e impersonale proprio non riesce ad andarmi giù.
Vi prego, togliete quella terribile carta di credito da 2.000 euro in gettoni d’oro, non si può vedere.

Se c’è pane c’è speranza

A parte qualche piccolo ma presente neo, non possiamo che sperare in una terza stagione, seppur il leggero calo di ascolti non sia poi così incoraggiante.

La mia opinione è che la nostra televisione abbia bisogno di programmi simili, dove le categorie nascoste nell’ombra ricevano l’attenzione che meritano, dove ci sia spazio per fare cultura ed economia sul cibo, dove si parli di qualità, di crescita e soprattutto di confronto.

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Perché il confronto, nel mondo della cucina, è una delle cose più belle che esistano.

Non ci credete?

E allora guardatevi la puntata di stasera, e ditemi se lo scambio tra BonciDiallo sul pane non è uno dei più bei momenti dell’intero programma.