Paragoni impudichi

Eataly Roma vs. Whole Foods Market. Come riconoscere la spesa migliore

Whole Foods Market, Austin, mothership

Avevo un’incrollabile certezza: per il cibo naturale e l’identità bio Whole Foods Market è il punto di riferimento. Il negozio di Londra appaga ogni desiderio: frutta, verdura, carne e dolci. Poi sono stato a Eataly Roma, altro caso di commercio alimentare più ristorazione food, e ora le mie certezze scricchiolano.

Per scegliere propongo un impudico confronto: gironzolare per il più grande degli Whole Foods Market e per il nuovissimo Eataly di Ostiense. Eppoi che ognuno dica la sua su queste arcadie del cibo, esempi virtuosi di contaminazione tra “open market” e megastore già contrapposte dal New York Times, per dire.

A sfidare Eataly Roma è l’ammiraglia della catena (“the mothership”) che si trova ad Austin, nel Texas, città da dove John Mackey, 58 anni, il fondatore di Whole Foods, ha iniziato l’avventura approdata felicemente alla quotazione in Borsa.

Aspetto generale.
Whole Foods Market occupa un piano unico, 7.400 m2 di superficie che includono commercio alimentare e ristoranti. La cui disposizione ricorda quella di Eataly, carne e pesce si mangiano in prossimità dei rispettivi reparti. Anche nei punti vendita Whole Foods esistono ristoranti comuni e altri regionalizzati (a Austin il barbecue, a Londra l’orientale). Vediamo alcuni reparti.

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Ortofrutta.
Whole Foods Market promuove aggressivamente biologico e sostenibile. E’ la sua identità peraltro controversa, i più polemici l’hanno definita “bio industriale”. Diversamente da Eataly, dove il simbolo europeo contrassegna ogni prodotto biologico, la certificazione della catena americana è “fatta in casa”, neanche il chilometro zero è preso alla lettera, i peperoni gialli provengono dall’Olanda che rispetto a Austin, Texas, non è proprio dietro l’angolo.

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L’ortofrutta costa più che a Eataly, per capirlo basta un’occhiata proprio al prezzo dei peperoni (espresso in libbre, 1 lb = 0.45 Kg), anche se Whole Foods garantisce una scelta più ampia.

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Macelleria.
Il mio reparto del cuore è quello dove le differenze culturali tra Italia e Stati Uniti si vedono di più , sia nella presentazione che nei tagli di carne. Già pronti nei banchi di Whole Foods, preparati al momento da Eataly, o pronti in vaschetta nei banchi frigo.

Da Eataly prevale la razza piemontese, Whole Foods offre una scelta più ampia e il disciplinare di produzione è stabilito dall’organizzazione no profit “Global Animal Partnership”.

Un’occhio ai prezzi, la Fiorentina, corrispondente alla Porterhouse o T-bone, costa al cambio quanto l’equivalente americana “USDA prime” e “dry aged” (“frollata”, come quella nella foto). A parità di taglio, la carne non “frollata“ costa almeno il 20% in meno. Il confronto dei prezzi è più difficile perché il Texas è uno degli stati americani dove la carne costa meno. Per esempio, dal principale concorrente di Whole Foods, il “Central Market” di Austin, le varie bistecche costano in media 3-4 $ in meno.

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Pescheria.
Discorso simile per la pescheria. Il reparto di Eataly ha un aspetto meno appariscente ma più autentico, è sempre bello vedere il pesce intero prima di comprarlo a tranci, anche se significa aspettare più a lungo. Non azzardo paragoni di prezzo perchè le differenze sono troppe. Di sicuro negli Stati Uniti il pesce viaggia molto prima di arrivare sui banchi, e non ha molto senso comprare un Moonfish (o Opah Hawaiano)  ad Austin, visto il contenuto di CO2 superiore a un frequent flyer . Certo, Eataly ha una buona selezione di ostriche francesi, ma almeno sopra i banchi della pescheria non ci sono 5 metri di cartellone con la scritta “Sustainability”.

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Birreria.
Il reparto delle differenze tra due filosofie. Eataly propone solo birre artigianali in larga parte italiane, mentre nel punto vendita Whole Foods le birre sono di ogni tipo, principalmente americane. Persino in Texas fioriscono i micro-birrifici, la catena americana ne promuove alcuni ma il rivale “Central Market” fa di più e meglio. Agli appassionati di birra più aggiornati con le ultime tendenze forse Whole Foods non piacerebbe granché.

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In conclusione.
Le principali differenze tra le due catene dipendono chiaramente dal Paese d’origine, ma nella diversa interpretazione del concetto di “food bazar” conta anche la filosofia dei due fondatori. Biologico e sostenibile sono la bandiera di Whole Foods, decisamente meno il piccolo commercio. Anzi, confrontati con quelli di Eataly i prodotti reperibili tra gli scaffali della catena americana provengono da aziende enormi. Non è tanto una questione di nicchia o scoperta delle produzioni artigianali più meritevoli. In realtà, la vera forza di Whole Foods è tipicamente l’enorme scelta, a volte anche fine a sé stessa, vedi quando include prodotti reperibili ovunque.

Non mancano le similitudini. Sono entrambe metropoli del gusto dov’è possibile (e anche confortante) spendere interi pomeriggi. Per curiosare tra i reparti, mangiare e ovviamente comprare. La spesa di tutti i giorni per esempio, anche in base alle diverse abitudini: da Whole Foods prevale l’asporto, si acquista il piatto pronto e lo si riscalda in ufficio o a casa. Da Eataly, viceversa, si comprano gli ingredienti per cucinarli. I due colossi sono allineati anche nei prezzi, mediamente più alti rispetto ai comuni supermercati, anche se nell’ortofrutta Eataly, più che Whole Foods, ha prezzi paragonabili alla grande distribuzione.

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Non c’è dubbio che Eataly abbia messo in discussione il primato di Whole Foods, così come la sua identità bio abbastanza artefatta, malgrado una possibilità di scelta ancora superiore. Chi di voi conosce Whole Foods Market? Chi ha fatto la spesa nei negozi di entrambe le catene? E che idea vi siete fatti dopo questo confronto?

[Crediti | NewYork Times, Whole Food Market, Dissapore, Wikipedia]

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52 commenti a Eataly Roma vs. Whole Foods Market. Come riconoscere la spesa migliore

  1. Io risiedo in California e Whole Foods e’ uno di quei posti dove non puoi evitare di fare la spesa. Il pesce lo prendo praticamente solo li’, perche’ i pochi negozi di pesce locali sono troppo distanti per dove abitiamo. La carne e’ invece cosi’ dappertutto, a tranci, gia’ pronta, e i pochi tagli inusuali (la spalla di maiale, la carne per fare le salsiccie, le coste intere di manzo) le devi ordinare con qualche giorno di anticipo… L’esperienza di fare la spesa nei due posti mi manca, ma l’esperienza di fare la spesa nel supermercato Italiano, con vera macelleria e vera pescheria, secondo me e’ un’altra cosa.

    • E perchè vince?
      Solo il fatto di avere peperoni olandesi, la cosa scricchiola. Se non ti frega nulla del km zero, ok, va bene, ma potevano prenderli in italia i peperoni. Sfido chiunque a dire che gli olandesi sono meglio.

      • Il kilometro 0 nella grande distribuzione non esiste.
        In generale nel mondo vero il km 0 non esiste.
        L’Olanda è il maggior produttore ortofrutticolo europeo.

        Prima di scrivere informati

        • Vivo ad Amsterdam. I prodotti olandesi sono privi di sapore. Qui non esiste stagionalità. Tra il prodotto di serra olandese e quello italiano c’è una enorme differenza credetemi. Il fatto che siano i maggiori esportatori è dovuto probabilmente al fatto che sono bravi con il commercio e trasporti (marittimi e terrestri) e qui l’industria funziona in tutti i settori. Ma la qualità del prodotto è un criterio irrilevante per il produttore.

        • Però se -come sembra, v. sotto- Holland è la tipologia di peperone e non la provenienza e Whole Foods in realtà vende fondamentalmente prodotti locali questa discussione va rimandata ad altro post!

  2. sono entrambi colossi, è detto bene nell’articolo. Tra i due è più interessante wholefoods, per la sostenibilità(apparente almeno, e non è poco, come messaggio) e la varietà. Comunque resto senza moralismo un fautore di “small local market”.

  3. vedendo le foto ti posso garantire che per quanto riguarda la birra vince whole foods ma di parecchio. Ci sono parecchi capolavori birrai craft in quella immagine.

    A parte che Eataly di industriali ne vende e non sono poche, “artigianale” è uno specchietto dietro cui la scena italiana nasconde parecchia incompetenza.
    Mentri i birrifici craft americani sono su un livello nettamente superiore nella maggior parte dei casi,.

    • indastria, vedendo la foto, lo sai meglio di me, che di “capolavori” ce n’è uno o due, poi se eataly (dove le industriali sono 5) non non ti è simpatica, è un altro discorso.

      • d’accordo con indastria. eataly si salva con i soliti classiconi belgi e qualche chicca americana e brittanica, ma l’80% dello spazio è riservato a prodotti inutili. parer mio la scelta delle birre italiane è demenziale, c’è spazio per un po’ di fuffa industriale, e la scena artigianale è rappresentata in pratica da due (!!!) produttori -e nemmeno i migliori- a scapito di tutto il resto.

        • Di microbirrifici italiani non ce ne sono solo due, sono molti di più (che poi siano meritevoli è un altro discorso, ma comunque ci sono e alcuni decisamente di valore, altro che demenziali). Certo, i due in questione fanno la voce grossa, ma oltre l’orzo ci hanno messo il “grano” e quindi mi pare comprensibile.
          È vero pure che non c’è la scelta che uno può trovare da Off License o nella bottega di Bir & Fud (meno male aggiungo) ma c’è molta, molta più scelta di qualsiasi altro “supermercato”.
          L’ho già detto, è proprio questo il bello di Eataly: in un unico posto ci trovo tante ottime cose (e anche qualche chicca), tra cui buonissime birre. Se poi voglio scegliere tra una vasta gamma di birre eccellenti, vado da Bir & Fud e, ripeto, meno male che sia così.

          • ma infatti! semplicemente mi lamentavo che invece di scegliere le birre migliori dei diversi micro italiani -- tipo, cito in ordine sparso: extraomnes, ducale, brewfist, toccalmatto… e tanti altri- tengono l’intera produzione di due birrifici e poco altro.
            si parlava di chi avesse l’assortimento migliore, a parer mio un buon negozio anglossasone vince per distacco. poi non c’è dubbio che anche eataly si trova qualche ottimo prodotto!

      • IO ne conto ben più di due. a trovarle regolarmente in italia quelle birre.

        Di Eataly non ho detto proprio niente… Anzi, è una salvezza per le tedesche che i beershop ormai considerano (sbagliando) roba industriale.

        Poi posso essere più o meno d’accordo con il commento di wildtype qui sotto.

            • per l’italia extraomnes, toccalmatto, brewfist, ducale, emiliano… tanti altri. insomma, le due tre birre migliori dei nostri micro migliori. sicuramente lascerei ai supermercati forst, pedavena, menabrea.

              per l’estero vorrei qualcosa di più delle solite chimay, affigen, leffe, hb e tante altre che si trovano pure supermercati. ci sono decine di birririfi che vorrei trovare. cito a caso, great divide, de dolle, de molen, flying dog…
              poi non fraintendetemi, diamo a eataly ciò che di eataly, tengono anche tante birre ottime che si trovano raramente!

      • Una cosa che trovavo pazzesca in USA era l’impossibilità di trovare qualcosa di confezionato che avesse meno di 30-40 ingredienti.
        Non so ancora il perché -- devo dire -- ma a quando pare l’abitudine alla complicazione non cambia anche nell’area salutista-ecologista!

        Però se, stando a quello che c’è scritto sotto, il 95% degli ingredienti -- anche fossero 2000 -- è certificato biologico allora possono etichettarlo come “organic”, quindi ci sta.

        • Si, si, ma sempre un “troiaio” viene fuori… ;-)
          incluso l’aroma fumo…
          chissà se certificano pure quello…

          Quelli non sono alimenti, sono prodotti edibili costruiti da tecnici laureati in Scienza dell’Alimentazione, che per costruire un alimento su una linea produttiva necessitano dei minimo 30/40 ingredienti di cui anche tu parlavi ;-) uno per correggere questo, uno per rettificare l’altro, fa paura (e mette tristezza) leggere la roba che riescono ad infilare in una “pizza al pollo (alla griglia, sic!)”…

  4. I miss Whole Foods, mio supermercato per quasi 10 anni!! Per rispondere a Elio, W.F. e’ per altre cose, ma non km0. E’ una filosofia diversa.Loro sono per la filiera certa e ecosostenibilita’ e, come sostengono in tanti, km0 non da questa certezza.
    Eataly secondo me ha un grande pregio, sperando che poi non diventi un limite, che e’ quello di vendere solo prodotti Italiani. Un bene per l’Italia sperando che stimoli i produttori a migliorare la qualita’ con l’aumento della domanda.

    ps non puoi paragonare w.f. ma in generale la carne venduta in TX (e non solo) con quella Italiana. cappotto!

    • Anch’io non sono molto per il km zero, ma com’è stato scritto, prendere dei peperoni in olanda e sappiamo quale tipo di controlli vengono fatti in quel paese, anzichè, prenderli appunto in italia, mi sembra uno schiaffo alla filiera certa.

  5. Whole Food provato a Londra (brewer st./vicino Soho), ambiente molto friendly (+ che in Italia), locale, immagine e comunicazione + calda del nostro player italiano (che ha un immagine un po’ asettica per me).
    Come già detto, tutto molto bio/organico/sostenibile, un po’ troppo per i miei gusti, ma complementare all’offerta di eataly, spaziando molto di più in culture e cucine diverse.
    Poi gli anglosassoni sui prodottini organic (succhi, latte, frutti,…) quantomeno come marketing e packaging, penso siano anni luce avanti a noi (non giudico poi dentro cosa c’è), ma ai punti vince Eataly come gusto totale della proposta (ma io so’ anche italiano, magari a uno straniero risulta monotematica)
    Ps:parto dalla mia convinzione (sicuramente fallace) che da Eataly sia il cotto (ristoranti, pizzerie, ecc..) che il crudo (macellerie) siano buoni ma non buonissimi

    • In che senso come si comportano? A quanto ne so a Torino da Eataly non c’è sempre qualunque “pezzo”, ma una discreta scelta disponibile e se vuoi qualcos’altro lo puoi ordinare.

  6. Nel frattempo però oltre alla domanda “dove sono i peperoni gialli olandesi?” se da Eataly sono italiani e da Whole Foods americani, a me ne è venuta in mente un’altra:

    perché il pesce nella foto dovrebbe viaggiare più di un frequent flyer per arrivare sul mercato a Austin che è a 300-350 km dall’oceano? Non capii.

    • per la stessa ragione per cui ci mangiamo il merluzzo nero: perchè è buono! COnsidera che con pezzature così grandi, comunque, un riposino prima di giungere a tavola non può che migliorare il tutto!

      • C’è un equivoco! :-)
        Io chiedevo all’autore perché secondo lui quel pesce ha viaggiato per una quantità esorbitante di km per arrivare a Austin -- visto che quel pesce mi risulta si trovi anche lì nel Golfo o nell’Oceano Atlantico che è piuttosto vicino.

        O sono io che ho informazioni false sullo stranissimo pesce che io peraltro ho solo visto una volta proprio da Eataly dove era esposto come raro trofeo prima di essere mangiato dal personale -- quindi non so che sapore abbia!

  7. Vado Da Whole Foods da oltre 10 anni .E’ un po’ difficile paraganore WF con E. Whole Foods ha avuto il grande merito (e astuzia) di offrire per primo dei prodotti che come dice il nome della stessa catena, sono in parte biologici e si differenziano dai prodotti convenzionali della grande distribuzione : non vendono prodotti tipo Coca, Pepsi, Cheetos e Twix vari; hanno una gran varieta’ di prodotti biologici e applicano il modello di gestione maslowiano (almeno cosi’ dicevano). Ultimamente, forse per la crisi, la qualita’ e la varieta’ soprattutto della frutta e della verdura e’ peggiorata parecchio (e infatti ora compro da un organic buying club). Comunque, come scrive qualcuno, di postacci camuffati ce n’e’ parecchi. Il reparto vino e’ modesto, non solo rispetto a Eataly, ma anche rispetto a un Total Wine. Anche il reparto formaggi e il forno/pasticceria , almeno per noi italiani, non e’ nulla dell’altro mondo. Credo che Eataly, pur partendo dalla stessa (furba e lecitissima) idea di sfruttare una propensione del pubblico verso un certo tipo di fare la spesa, offre in media prodotti superiori. Anche da Eataly ci sono prodotti dozzinali, ma la media e’ molto piu’ alta, perche’ in Italia innegabilmente si mangia meglio. Credo che sia un fatto di cultura gastronomica. Da noi pochissimi comprerebbero mozzarelle che sembrano mattoncini, torte turchesi e fucsia, sfilatini gommosi, polli grandi come tacchini e pizze con quegli ingredienti. Qui e’ normale. Whole Foods rispetto ad un Publix sembra Peck, ma rispetto a Eataly e’ un bel Publix di un quartiere signorile.

  8. Ho conosciuto Whole Food l’anno scorso in California e pranzavo sempre all’interno,comodo,pulito e i prodotti buonissimi.Eataly lo conosco poco,qui a Milano ha solo,per ora,un piccolo spazio all’interno della Coin.

  9. Il problema di WF non sono i peperoni olandesi, ma i peperoni che non sanno di NIENTE.
    Praticamente tutta la verdura e la frutta da WF non sa di niente o è immangiabile (come certi cosi spacciati per mandarini che ho assaggiato questo inverno). Sarà anche sostenibile, ma con tutta la strada che ha fatto -- per quanto dubiti che il peperone olandese avesse un qualche sapore al momento della sua raccolta -- è impossibile che abbia un qualsiasi sapore.

    Certo che nel triste e drammatico panorama della disponibilità di fonti alimentari decenti negli USA WF è un’oasi, ma è imparagonabile a un sistema e un concetto come quello di Eataly che ha volumi, fonti e obiettivi completamente diversi.

    Secondo me non è confrontabile neanche all’Esselunga.

    L’unica è ringraziare il cielo di essere uno dei pochi paesi in cui ancora il mercato alimentare fornisce merce decente.

  10. Eccomi a risolvere il mistero del peperone olandese. I peperoni in questione si intravedono nella foto relativa a WFM e sono i peperoni gialli sullo sfondo. Non si vede la targhetta del prezzo.

    Per il pesce me riferivo all’ Opah che viene dalle Hawaii non proprio dietro l’angolo. Ovviamente quella del frequent flyer e’ una iperbole.

    • Ah ok!
      Però sulle targhette del pesce si vede come provenienza USA -- hawaiian opah mi risultava fosse il nome -- quindi a meno che non lo chieda tu (e il venditore lo sappia) non sai se l’hanno acchiappato nell’Atlantico, nel Golfo del Messico o alle Hawaii. Oppure no?

      Anche se la filosofia Whole Foods mi sembra più intendere sostenibile come evitare la vendita di alcuni pesci segnalati in pericolo, modalità di pesca non distruttiva ecc. più che la provenienza a minor chilometraggio possibile (e del resto Hawaii sempre USA sono…per loro le distanze sono un concetto un po’ diverso comunque).

      Però l’Olanda, rispetto alle guidelines linkate da cristina non la capisco molto…ma per me non è che costituisca necessariamente una discriminante per la scelta,quindi solo per capire.

  11. Qui in California WF e’ conosciuto anche come “Whole Paycheck” per la nota propensione del conto a corrispondere all’intera busta paga. Eataly di cui conosco solo la location di NY, mi sembra frutto della stessa filosofia che equipara l’alimentazione all’ “entertainment” e naturalmente al business. Al di la dell’integralismo liberista del fondatore John Mackey, il suo antisindacalismo oltranzista e il suo “negazionismo climatico” insomma si tratta sostanzialmente di un operazione di immagine. I negozi sono frequentati in gran parte dai ceti che se li possono permettere come accessori di “lifestyle”; in America sono il simbolo tangibile di un “nutritional divide” che si fa sempre piu’ marcato e come tali esprimono la moderna disfunzione nutrizionale al pari dei fast food. Non da meno, anzi piu’ paradossali gli Eataly che applicano il modello divertimentificio alimentare ad una cultura che non ne avrebbe bisogno e che farebbe meglio a conservare le virtu’ di tradizioni “povere” semplici e regionali che sono l’anima del cibo italiano.

    • L’anima del cibo italiano è la roba buona… e la roba buona purtroppo costa più di quella mediocre, è una realtà ineluttabile.

      Non si capisce, semmai, quale sia il metro di giudizio per cui spendere per un vestito, un gioiello, una moto e cosi via sia accettabile mentre ogni spesa che sia per il cibo e non sia fatta nei discounts (o, viceversa, sia di livello) venga bollata di gastrofighettismo o facezie simili…

      Viviamo in un mondo dove tendenzialemnte mangiamo troppo, spesso male, sarebbe auspicabile che mangiassimo meno e meglio… o no?

    • Quotone per Pistocchi (pss… si (s)parla di te in un post successivo ;-) ) e aggiungerei che il “nutritional divide” lo creano soprattutto quei cibi massificati di poco costo e di ancor meno valore, mentre iniziative come eataly o i presidi Slowfood creano una cultura gastronomica che consente di avere gli strumenti congnitivi e sensoriali per distinguere e giudicare correttamenente la qualità di cibi e bevande a prescindere da brand e certificazioni: ricordo solo come esempio che è stata la cultura del vino popolare a poco prezzo che ha prodotto lo scandalo mortale del metanolo.

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