Food blogger o Sbafatori? La generazione che ha cambiato il racconto del cibo

La recente pubblicazione de Gli sbafatori di Camilla Baresani agita nuovamente le acque nell’ovattato mondo di food blogger e influencer. Sempre più presenti nell’arena mediatica, alcuni blogger hanno raggiunto fama e prestigio tali da riuscire a trasmigrare dal web alla televisione e alle librerie, molti altri invece annaspano saturando un ambito in cui dire che “faccio il food blogger” rasenta quasi uno stereotipo.

Pensare che il cibo su internet sia roba recente è un errore. Infatti il primo weblog a tema culinario è stato nasce il 2 luglio 1997, è l’americano Chowhound di Jeff Lim e Bob Okumura. Nell’ottobre del 1999 David Lebovitz apre il primo blog dove inserisce le sue ricette dopo una vita da panificatore e pasticcere e arriva nella tarda estate del 2002 Gastropoda di Regina Schrambling.

In Italia il turning point è il 2005: nascono uno dopo l’altro Il Forno di Alberto Chinalli, Papero Giallo del compianto Stefano Bonilli, Cavoletto di Bruxelles di Sigrid Verbert, Il Gastronomo Riluttante di Muccapazza e Peperosso di Massimo Bernardi (oggi editore di Dissapore). L’anno dopo arriva GialloZafferano di Sonia Peronaci e del marito Francesco Lopes, il nuovo grande ricettario online che ha nelle ricette-video la sua carta vincente.

Una grande spinta alla diffusione del fenomeno-food blogger l’hanno data i programmi tv a tema culinario, da sempre presenti nei palinsesti italiani ma negli ultimi 5-6 anni diventati puro entertainment di massa. Format che non hanno generato blogger veri e propri ma la spettacolarizzazione del cibo ha reso inevitabile che fiorissero figure collaterali agli chef superstar.

MA SAPPIAMO TUTTI COSA FA UN FOOD BLOGGER? 

Sigrid, Cavoletto

É prassi accorpare sotto la stessa dicitura figure diverse. Ci sono i gastro-reporter (o foodie) che di norma non cucinano, piuttosto investigano su tutti gli aspetti del cibo, presenziano a eventi e rassegne e stilano report di menu di ristoranti, meglio se di alta fascia.

C’è poi la fascia dei ricettari online che fioccano sulla scia del successo di Chiara Maci e Sonia Peronaci, cucina casalinga e tradizionale facilmente replicabile accompagnata da un linguaggio essenziale (con un occhio di riguardo al SEO).

Infine arrivano gli influencer. Stanno in bilico tra blogging, giornalismo e marketing, sono figure cruciali molto corteggiate (e anche ben remunerate). Hanno un folto seguito soprattutto sui social e riescono a indirizzare i gusti del pubblico con le loro opinioni o sortite pubbliche a ogni vernissage. Sono molto corteggiati da sponsor e ristoratori che li trasformano in veri e propri endorser per il proprio brand. In cambio elargiscono esposizione mediatica con recensioni.

FOODBLOGGER IN ITALIA: FOODIE STAR DEL BELPAESE

Chiara Maci

Chi l’ha detto che in Italia la scrittura è bella ch’è finita? N’est pas vrai: il food blogging in Italia è fervido e non ha bisogno di nascondersi sotto il tappeto. Ci si imbatte nel fenomeno praticamente ovunque: dai domini personali alle piattaforme blog che ospitano, andando per social network, il cibo è protagonista della nuova era di scrittura in digitale dalla facile diffusione.

Per dirla tutta, il Nostro Paese è zeppo di food blogger: da coloro che si radunano su forum specifici (giallozafferano, ad esempio), raggiungendo una notorietà locale, a siti veri e propri, organizzati quasi come trasmissioni televisive, dove il food blogger racconta se stesso con il cibo, attraverso il cibo.

Profilo del food blogger: Ma chi è un food blogger? Risposta: chiunque può essere un food blogger. Studenti fuorisede e pieni di idee, mariti con la fregola della cucina oppure donne in cerca di un blog tutto per sè. Il food writer è trasversale, non discriminante.

In Italia? Da queste parti, il food writing vanta un decennio di storia. L’Anno Zero si ha nel 2005, con la comparsa online del famoso Cavoletto di Bruxelles. Pandemia: il cibo online si è moltiplicato nella stessa misura in cui si sono moltiplicate trasmissioni televisive ad hoc, corsi di cucina, pubblicazioni cartacee. Il fenomeno si è incanalato in un’associazione, l’AIF, strutturata sia come un database che come una vetrina.

Ma i più famosi? La notorietà in Rete, si sa è improvvisa, dinamica, come se le parole non avessero un peso reale in quanto un’accozzaglia di byte. Possiamo dividerla per numero di follower sui social network (un seguito abbastanza passivo), oppure per engagement, per condivisione, citazione, quote. Mettiamola così: ogni social network ha il suo pupillo culinario. Facebook sembra dominato da un duo femminile:

Sonia Peronaci, mezzo milione di pollicioni puntati all’insù, una star. E poi ancora Chiara Maci, che sembra andare alla grande su Facebook: trecentocinquantamila fans. Al pari di una rockstar o di un politico. Mica male.

La cuochina sopraffina, profilo attivissimo di Veruska, miete vittime felici dappertutto: da Facebook a Twitter ad Instagram, per finire ai canali Youtube.

Juls’ Kitchen può essere considerato il primo esperimento italiano di food blog disponibile anche in English version: Giulia, attiva dal 2009, si prodiga affinché gli stranieri residenti in Italia imparino le ricette locali. Perchè un’altra integrazione è possibile.

Per la controparte maschile, abbiamo il duo Gnam Box, Riccardo e Stefano. Scanzonati e irriverenti.

Infine una comunità di food blogger riunite sotto la bandiera di iFood.

Noi vi abbiamo citato solo la punta dell’iceberg. Ma com’è profondo il web dei food blogger, scopritelo voi.

PADELLE IN TV, ALLA RADIO, IN RETE, OVUNQUE

gnam box

Il fu tubo catodico, divenuto schermo piatto ormai è invaso da internet. Internet trasmette in streaming trasmissioni ad hoc, veri talk show culinari di varia foggia e gusto. Sempre più spesso, le radio dedicano ampie sezioni delle loro trasmissioni al cibo, alle ricette, alle novità culinarie. In fin dei conti: la contaminazione dei mass media è completa ed il cibo è ovunque, pronto a perseguitarci oppure a farci passare lieti momenti di perdizione. L’integrazione dei media è completa.

E tutto, tutto, diventa social network: nasce la social tv, antesignana fu la tv interattiva. Grazie a chat, condivisioni, il fedele pubblico dei bloggers interagisce in diretta con i propri beniamini, non sempre in modo pacifico.

L’Italia non si è fatta sfuggire la moda dei food network, à la mode americana. Partendo dal primo canale tematico italiano, Rai Sat Gambero Rosso, passando per un più generico La prova del cuoco, siamo approdati a trasmissioni, canali e pubblicazioni cartacee tematiche. Nell’oceano di foto, parole e racconti del food è indispensabile specializzarsi in qualcosa, altrimenti è ancor più facile diventare un nome qualsiasi con un pugno di visualizzazioni.

Per questo motivo fioccano blog vegani, dedicati a persone con intolleranze, piatti di solo pesce o sola carne. Dalla colazione alla cena, dalla celiachia alla tendenza veg, niente sembra relegabile alla sola cucina di casa. Tutto sembra aver bisogno di essere impiattato, fotografato, condiviso, chiacchierato. E da cuochi di famiglia si diventa social chef.

Dai mestoli al microfono, o alla penna, il passo è breve. Chiuso il ricettario di casa, si apre un ventaglio di possibilità.

Come Sonia Peronaci, si può diventare Esperti di Gusto per Fox Life. Oppure, come Giulia Scarpaleggia di Juls’ Kitchen, si scrive un libro su colori, gusti e sapori della Toscana (I love Toscana). Insomma: parla di cibo, farò di te un uomo o una donna famosa.

Proprio tu, che non l’avresti mai immaginato, piegato in due sul tavolo in cucina a tagliar cipolle e lacrimar per il Paolo o la Gianna di turno, affogando la tristezza in paste ripiene e carbonare gourmet. Potrebbe essere il tuo momento.

4 FOOD BLOGGING, OVVERO IL RACCONTO DEL CIBO

food blogger

Sgomberando il campo da ogni elemento trendy, quella del foodblogger è un’autentica attività narrativa, se svolta con un lavoro minuzioso e attenzione del dettaglio.

Il cibo, il più grande aggregatore della storia dell’umanità nonché incarnazione di una cultura ed espressione di una comunità, diventa materia narrativa. Ma è una narrazione che va oltre la mera descrizione di un atto fisiologico da soddisfare, bensì si arricchisce di elementi sociologici, sviscera cosa c’è dietro un piatto, la storia del suo creatore, rivela storie di individui.

Ogni blogger con la sua visione e il suo linguaggio descrive così uno scorcio della nostra contemporaneità servendosi del cibo – che spesso diventa un elemento secondario: dalla cucina etica alle acrobazie dei grandi chef, passando per tendenze più o meno durature e a cui danno veridicità e la conservazione della cucina nostrana, sono anche le cartine tornasole dei tempi che cambiano, degli sviluppi di un mercato alla costante ricerca di innovazione.

Raccontare il cibo e tutto ciò che gravita intorno significa parlare di una società e degli individui che la popolano. Non è solo roba da fighetti.

5 FOODPORN, IL CIBO È SOCIAL

fotografare il cibo

Una delle conseguenze dell’isteria mediatica creatasi intorno al cibo negli ultimi 5 anni è sicuramente la condivisione sui social. Terreno fertile di promozione di foodblogger e non solo, soprattutto Instagram e Pinterest (ma anche Facebook, Fourssquare, Tumblr e Flickr) sono diventati vere raccolte di immagini che rivelano il lato più narcisista dell’atto di mangiare.

A dominare la scena l’hashtag #foodporn, diventato sinonimo di bellezza erotica del cibo in sé. Eppure il termine non è di recente conio. È il 1984 quando la critica femminista Rosalind Coward nel suo libro “Desideri di donna” parla di “pornografia del cibo” che incarna la presentazione di un bel piatto come un atto di sottomissione da parte della donna, facendone svanire l’atto d’amore che sta dietro a tanta attenzione del dettaglio.

Ma è il Centro per la Scienza con Interesse Pubblico con sede a Washington D.C. che ha sdoganato definitivamente “food porn” utilizzandolo nel titolo di una rubrica contro l’abuso di cibo grasso “Right Stuff vs Food Porn”.

Instagram e Pinterest però non sono soltanto megafoni per l’ego di foodblogger e utenti devoti all’estetica. Se Instagram spinge quasi alla morbosità il voyeurismo del cibo, Pinterest, ad esempio, va oltre la semplice rappresentazione di un piatto e nelle sue bacheche offre spunti per apparecchiature così come strumenti per cucinare. Campi in cui le aziende cercano sempre di intrufolarsi, magari con l’aiuto di qualche noto influencer.

Ma se anche voi non sapete resistere alla tentazione di mettere in mostra i vostri piatti, ecco i 10 hashtag più usati su Instagram nelle foto di cibo:

#food (152.000.000 di post)
#foodporn (68.500.000 di post)
#instafood (42.500.000 di post)
#foodie (22.000.000 di post)
#foodgasm (11.000.000 di post)
#foodstagram (8.100.000 di post)
#foodpic (7.000.000 di post)
#vegetarian (oltre 5.000.000 di post)
#foodphotography (3.500.000 di post)
#foodlover (2.800.000 di post)
Ma è sempre tempo di cibo?

MA E’ SEMPRE TEMPO DI CIBO?

Foodblogger e chef

Risposta: no, non è sempre tempo di cibo.

Chiuso il ricettario di Sora Lella e aperto il blog, gli italiani si sono scoperti un popolo ancor più vanesio in materia di cibarie. In ogni caso, esistono professionisti del settore che hanno deciso di mettere a frutto anni di gavetta e studi appositi grazie alle nuove comunicazioni, così come esistono semplici appassionati che hanno fatto del loro spazio personale una vera miniera d’oro. Miracoli d’internet, parte ennesima.

A distruggere il mondo goloso del cibo interviene Martin Caparros, che su Internazionale, parlando di Mister 20/20 Massimo Bottura, reputa il cibo finito ormai nel gorgo dello spettacolo e della masturbazione. Termini forti, eh.

Perchè il cibo è ricchezza. E’ sempre stato così, così sarà sempre. Avere cibo è ricchezza, avere un piatto ben cucinato, ben presentato è ricchezza. Nulla può essere corrotto quanto un palato ben appagato. Nella nostra parte di mondo benestante, nulla è più lussurioso ma socialmente accettato di una preparazione gastronomica di buon gusto.

Riprendendo le parole di Caparros, il cibo non si mangia ma si vede, si chiacchiera, si ascolta, si legge.

Il cibo è espediente per il culto occidentale della personalità, dal sapore terapeutico. Attraverso il cibo, il foodblogger si racconta. Canalizza la propria giornata, il proprio periodo no, il successo sul lavoro, una nascita, una perdita. Lancia messaggi. Da questo punto di vista, i food blog sono blog di auto-aiuto, veri diari personali, degli Zibaldoni contemporanei che fanno leva sui vizi di gola onnipresenti.

Perchè in auto, sul lavoro, a scuola al bar con gli amici sul tapis roulant in palestra, food is always a good idea. #foodisalwaysagoodidea

[Crediti | Immagini: Advertiser, Saporie, Corriere Milano]

Marco Nunzia Giarratana Clemente

13 ottobre 2015

commenti (30)

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  1. Si diceva “Chi sa sa,chi non sa fa legge”,oggi si dice “Chi sa sa,chi non sa fa il blogger”.

    1. Dalle mie parti si dice “chi sa fa, chi non sa insegna”, ma il succo non cambia.

  2. Cari Marco Giarratana e Nunzia Clemente,
    non scrivete in francese se non siete in grado di farlo.
    Non è vero non si scrive NE PAS VRAI

    1. Ciao Paolo, mi assumo volentieri la colpa dell’erroraccio… Grazie per la segnalazione!

    2. Però che correzione è se comunque sbagliato? 😀

    3. Comunque, anche la frase precedente, in italiano, è cannata.

    4. Á la guillotine! Immédiatement…!!!

  3. Beh. Un “classico” degli ultimi anni è che (soprattutto) i ggiovani devono inventarsi un lavoro “nuovo” senza sperare troppo nei classici posti fissi (specie se statali). Alcuni degli esempi citati sono la conferma che si può sfruttare un filone commerciale nuovo, creando un nuovo “mercato” basato sugli appassionati, sdoganato il concetto che il cibo e la sua preparazione non è più attività (solo) da massai/e e/o da ristoratori professionisti. Mercato che ha determinato la nascita di programmi televisivi, riviste dedicate, linee di accessori “griffati” e, nel loro “piccolo” blog e siti internet dedicati. Che continueranno a prosperare fino a quando il mercato non sarà saturo e/o l’argomento passerà di moda (per quanto, considerando che chi può pasteggia almeno tre volte al giorno, il tema è comunque imperituro). Che poi alcuni possano “approfittarsi” della loro posizione di “esperti” (o pseudo tali) beneficiando di benefit vari, a partire dai pranzi “a scrocco” è palese, ma vale per qualunque altro settore in cui c’è un rapporto tra informazione e “industria”. Da sempre i critici letterari, teatrali, musicali, cinematografici, sportivi etc hanno dei benefit intrinseci del loro lavoro. E da sempre esiste l’eterno dilemma se la “critica” non possa essere influenzata da questi rapporti. Ma tant’è.

  4. Ma si può scrivere un articolo così sgrammaticato? Siete in due a firmare eppure sembra che nessuno abbia avuto voglia di rileggere con un po’ di attenzione.

    “è bella ch’è finita”
    “il primo weblog a tema culinario è stato nasce il 2 luglio 1997, è l’americano”

    Questi sono solo due dei tanti refusi, ma quel che ho trovato davvero involuto è il senso complessivo dell’articolo, così come la connessione logica degli argomenti e gli sgangherati paragrafi, che sembrano scritti, citando voi stessi: “come se le parole non avessero un peso reale in quanto un’accozzaglia di byte”…
    Mi spiace suonare antipatica o aggressiva, non intervengo quasi mai (qui come altrove) e solitamente evito di farlo a gamba tesa. Questo sito, però, un tempo era molto interessante e stimolante, io non ne ho seguito con attenzione le involuzioni ma trovo che sempre più spesso ospiti opinioni e articoli scritti con sciatteria mortificante.
    Ci sarà qualcuno, in redazione, che avrà voglia di fermarsi un attimo a valutare questo mio feedback? Grazie.

    1. Forse voleva essere una specie di “toscanismo”, che comunque ‘correttamente’ sarebbe: “bell’ e finito”.

    2. dalle mì parti (che sono poi quelle giuste) si dice:
      “Chi l’ha detto che in Italia la scrittura è belle ecché finita?’”
      e mi fa piacere pensare a un: “bellamente giacché finita”

    3. A Firenze, la forma usuale è “bell’ e’ fatto”, “bell’ e’ pronto”, “bell’ e’ cotto” etc.
      Assolutamente da evitare, comunque, nell’italiano standard.

    4. perchè da evitare, nella lingua di Dante tutto si può, sarà un problema dei barbari dover capire…

  5. Oltre a scrivere senza rileggere almeno informatevi, studiate prima di scrivere,l’associazione che riunisce le blogger si chiama AIFB

  6. Non capisco il senso di questo articolo.
    Capisco che oltre alle tante classifiche c’è bisogno anche di articoli che creano contrapposizione, commenti e, se va bene, risse telematiche però questa volta proprio non ci siamo.

    Dissapore un magazine online che “sfrutta” tanti blogger, opss foodie e va giù con un articolo sconclusionato dove è proprio la scrittura ad essere offesa, anche se ripetutamente corretto una volta pubblicato.

    Vorrei poi comprendere da dove avete preso i food blogger famosi a parte quelli chiaramente noti ci scappa anche, secondo me, una marketta agli ultimi due progetti del food. Notasi gli anni di nascita quando personalmente conosco due dei più conosciuti e seguiti in rete.

    Certo è facile per chi scrive, contare i “mi piace” o senza interpellare che so, l’Associazione Italiana Food Blogger. Giusto così per sentire una campana diversa dal proprio punto di vista.

    Infine, capisco che l’argomento è vasto ma la prossima volta fate una scaletta con gli argomenti e poi cercate di legarli tra loro. Giusto così come consiglio

  7. ma è un articolo senza alcun nesso sequenziale! Ripetete le cose più volte, non si capisce il
    Sillogismo ed è Un pot pourri di copia incolla di frasi già fatte. Tremendo. Piuttosto scrivetene uno a teste e suddividete il ragionamento.
    Uno degli articoli più brutti mai letti.
    Era questa la rivoluzione auspicata in dissapore?

  8. Ma chi è cuoca sopraffina? L’ho cercata per mezz’ora su internet e vedo che ha poco più di 1000 followers su Instagram. ne ha di più mia nonna.
    E meno male che miete vittime felici su tutti i social.
    Ma dove le pescate queste statistiche e graduatorie?
    E poi basta parlare sempre di loro. Stessi argomenti che si ripetono da anni

    1. Anche se io non l’avevo mai sentita, piace a 37.644 facebookisti.

  9. La domanda “Chi l’ha detto che in Italia la scrittura è bella ch’è finita?” ha una sola risposta: NESSUNO l’ha mai detto, soprattutto in questa forma! Segno blu velvet, tanto più che firmate in due.

    In Italia si scrive tantissimo e, ahimé, si legge pochissimo (un lettore considerato “forte” legge 12 libri l’anno).

    Butto lì anche una manciata di virgole da piazzare lungo l’articolo, vedete voi che farne.

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