25 anni

Slow Food | Interrogarsi seriamente sulla parabola della nostra associazione ecogastronomica di riferimento

Io sono Slow Food Inside. La chiocciola mi esalta, è il segnetto che identifica una filosofia di vita saporita come poche: cose buone e sostenibili per chi le produce e per l’ambiente. Erano 4 amici al bar di Bra in cerca di Barolo, oggi sono una potenza che parla tutte le lingue del mondo, dal radicalscicchismo di Alice Waters, chef che dà del tu a President Obama, al sorriso sghembo, dev’essere per le mani callose, dell’ultimo contadino africano.

Io collaboro da anni con la guida Osterie d’Italia e quando capita, dico prima quello e dopo che ho preso la laurea. Mi piace il rigore con cui è organizzata. Sì, perché senza organizzazione vai mica da nessuna parte, servono poi soldi, solidità, radicamento territoriale, relazioni. Contatti con i politici giusti, con gli imprenditori illuminati, che inevitabilmente portano vicinanze melmose, collateralismi rischiosi.

Da chiocciolina che era Slow Food è diventata grande, anche un po’ status, oggi in società gli acculturati del mangiarbene sono di moda. Intendiamoci, è comunque una conquista e come ogni conquista lascia qualche strascico.

Leonardo Romanelli è un professore fiorentino, stravagante gurmè, anche editor di Dissapore. Conosce l’ambiente, lo naviga da sempre, eppure ieri, per i 25 anni di Slow Food, ha affidato al suo blog un post amaro. Se fosse uno sfogo solitario, sapete che c’è, chissenefrega. Il punto è che di critiche simili se ne sentono eccome. Centralismo soffocante, dipendenza verticistica da Carlo Petrini (presidente, fondatore, ideologo dell’associazione, un po’ padre padrone), collaboratori sacrificati nel nome del fatturato inseguito lontano dalle radici politiche. Ne parlo con cautela, ovvio, ma se non sono gli amici a preoccuparsi di te, chi lo farà?

Vero è che sbaglia chi fa, il mondo ci invidia Carlo Petrini, tutti gli riconoscono di aver sdoganato argomenti di portata globale. Da ultima la scuola, con il tema più svolto della maturità 2011: “Siamo quello che mangiamo?“. Slow Wine (la neonata guida ai vini) è un prodotto originale e visionario, la guida alle Osterie d’Italia continua a vendere e a portare clienti perché chi la compra si fida. Le attività sul territorio non mancano, c’è sempre fermento associativo anche se chi decide sta sempre nella parte alta dell’organigramma.

Una situazione articolata, come si dice, capirla del tutto non è nemmeno semplice. Amo Slow Food, per tutte le ragioni per cui lo amate voi. Che poi sono una ragione sola: è un’associazione amabile. E ritengo un mio preciso dovere morale aiutarla a capire se qualcosa non va. Chi sa parli ora o taccia per sempre.

[Crediti | Link: Slow Food, Quinto Quarto, immagini: Slow Food]

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82 commenti a Slow Food | Interrogarsi seriamente sulla parabola della nostra associazione ecogastronomica di riferimento

  1. Mi piace molto il modo con cui hai affrontato l’argomento.
    Non ho partecipato ma ho seguito molti dei 25 anni di storia e credo anche io che all’interno della struttura ci sia da fare una riflessione.
    Il punto pero’ non e’ di essersi resa impura con il fatturato, penso che il problema sia la distanza tra Petrini e la base. Carlin vola (giustamente) sempre piu’ alto con la spinta di una struttura dalla grande potenza e potenzialita’, la base non segue allo stesso modo perche’, inevitabilmente ha la sua vita e non campa con quello.
    Molti di quelli che la ricordano 20 anni fa, sanno che questa distanza non esisteva, molti che la frequentano oggi sanno che non dipende da un centralismo o egocentrismo del boss, ma sempliecemente che si viaggia su due livelli diversi.
    La mia idea e’ che erano le condotte a fare Slow Food e non Bra, oggi e’ Bra che fa Slow Food perche’ non ha saputo far crescere le capacita’ ed i compiti delle condotte

  2. Alessandro posso dirti una cosa? Hai scritto davvero un bel post!
    E bravo è stato anche Romanelli che ti ha portato a questa riflessione. Sono stato socio di Slow Food, sono “slow inside” come dici tu, e grazie al movimento ho conosciuto persone eccezionali.
    Ho partecipato attivamente, per un pò di tempo, alle attività della condotta della mia città, ho incontrato fiduciari, osti e produttori.Ho organizzato eventi, ho raccolto tessere, ho dato la mia disponibilità e sono stato felicissimo di farlo.
    Quando ancora ventenne lessi il Manifesto approvato all’Opera Comique di Parigi rimasi folgorato da quelle parole di critica nei confronti della “fast life” e della società industriale e di li a poco, condividendo quelle idee, divenni socio.
    Credo che gli anni di “militanza” mi abbiano formato ma credo al contempo che il Movimento, per mille ragioni, abbia perso un pò del suo spirito iniziale.
    Slow Food nacque come un’Idea che “necessitava di molti sostenitori qualificati per far diventare quel moto un movimento internazionale”. Di sicuro c’è riuscita e i 4 amici del bar di Bra oggi sono milioni di soci in tutto il pianeta. Ma a quale prezzo? Le vicinanze melmose e i collateralismi rischiosi non mi sono mai piaciuti. La distanza tra i soci, quelli che si tesserano perchè condividono l’IDEA, e chi gestisce sia le condotte che i vertici è ormai abissale. E credo che recuperarla sarà molto difficile.
    Oggi non sono più socio, non rinnovo la mia tessera da più di un anno e credo di non farlo fin quando alcune cose non cambieranno. Nel frattempo mi limiterò, a malincuore, ad essere SLOW INSIDE.

    PS. per farti accettare l’amicizia su fb devo fare domanda in carta bollata e protocollarla presso il tuo comune di residenza !?!!?!? Stammi bene…

  3. no so quindi parlo

    la guida e’ bella, mi piace
    nei posti slowfood dove mangio mi trovo bene

    quindi ?

    il retrogusto (per me e solo per me) e’ la politica, non serve

    non mi interessa l’attacco “all’imperialismo delle multinazionali”

    preferisco che mi aiuti a imparare cosa c’e’ di buono da mangiare/bere nel mondo

  4. Mi sono interrogato più di una volta circa i piccoli e grandi controsensi di questa associazione, ne sono stato socio per diverso tempo, poi ho deciso di non rinnovare il mio tesseramento.
    Ora vivo un conflitto interno: condivido molte delle critiche mosse nei confronti della creatura di Petrini, ma, parimenti, credo che la filosofia di fondo del movimento richiami valori nobili e di fondamentale importanza al giorno d’oggi.
    Domanda: la chiocciolina è diventata un elefante? Risposta: vero. Domanda: l’antimodernismo e il trasporto tradizionalista dell’associazione andrebbe rivisto? Risposta: senza dubbio, soprattutto quando diventa un’agiografia nostalgica fine a sé stessa. Domanda: si tratta di un club per gourmet benestanti che cercano giustificazioni etiche e morali? Risposta: “nì”, potrebbe essere vero in parte. Domanda: chilometro zero? Risposta: ha senso, ma non va preso alla lettera, come nemmeno l’ortodossia naturalista.
    Tirando le somme, ci sono diversi aspetti che non mi piacciono in questa associazione, però sapete che vi dico, io la tessera la rifaccio comunque…
    Domanda: perché? Risposta: perché, al di là dei lati negativi e degli aspetti controversi, questa associazione cammina in una direzione buona, giusta e pulita che condivido e ritengo sia la strada migliore da prendere per me e per il mondo. La via capitalista del consumo, del surplus e del profitto non posso che detestarla, quindi io mi associo!
    La questione, messa in termini politici, è questa: visto che non approvo l’operato del partito di governo, voto per l’opposizione e credo che sostenerla praticamente, foraggiandola con il mio rinnovo annuale, sia la cosa più sensata da fare, anche se non mi sento pienamente rappresentato. Vaneggio?

  5. Morichè, my friend, vieni di più a scrivere da questa parte chè pezzi come questi sono più piacevoli di quelli su nani e ballerine :-)

  6. Romanelli ha fatto delle considerazioni non banali, per molti aspetti fondate e condivisibili. Slow food non è una associazione perfetta, sono stati fatti molti errori e alcune scelta sbagliate, alcune cose potrebbero essere fatte senz’altro meglio. Alcuni progetti sono discutibili, alcuni sono stati abbandonati troppo presto.
    Personalmente sono iscritto a slow food da dodici anni, prima in maniera marginale, poi in modo sempre più impegnato in master, guide, manifestazioni, congressi, saloni, incontri con la gente, senza mai aver ruoli “alti”, contento di essere uno dei tanti.
    In questi anni; sudore, impegno, soddisfazioni e qualche delusione. Sotto i simboli della chiocciola ho conosciuto persone meravigliose, divertenti, brillanti, con un grande cuore, con una grande passione per il cibo e per chi lo produce. Parallelamente sono cresciuto, ho appreso, ho fatto esperienze, ho fatto amici in tutto il mondo, ho toccato con mano alcuni aspetti di un mondo del cibo che è ormai parte integrante della mia vita.
    Ho ancora tanto da fare, molto da apprendere, qualcosa da insegnare a chi chiederà, molte emozioni da vivere.
    Chiaramente sono e sarò sempre orgoglioso di far parte di questo splendido gruppo.

  7. Caro Morichetti,

    non me l’aspettavo, ma mi ha fatto molto piacere che tu abbia scelto il mio post per fare la tua riflessione. Più che altro, sono stati gli interventi che mi hanno convinto, pacati ma incisivi, tutti tesi a cercare di capire quello che è successo in un movimento che, a detta non solo mia, viaggia su livelli diversi tra base e dirigenza. La guida “Osterie d’Italia” rimane un esempio ottimo di un libro che va incontro ai desideri e ai bisogni delle persone. Prima che il Politburo toscano mi esonerasse, mi ha fatto piacere partecipare alla stesura: se vai a vedere ancora conservano due mie intuizioni, il percorso dei trippai e quello dei vinai a Firenze.

  8. Beh, mi sento “naturalmente” utile al dibattito, visto che a Slow Food sono uno degli ultimi arrivati. Con una storia alle spalle e la stima per Romanelli inclusa.
    Io sono uno di quelli che di Bra non è, forestiero del tutto, ed è stato chiamato lo stesso. Segno che forse la voglia di confronto c’è. Non conosco purtroppo bene le vicende toscane e credo che su questo tema sarebbe utile che SF Toscana dicesse anche la sua. Perciò parlo d’altro.

    Del fatto che pensavo di conoscere l’associazione, dopo quasi vent’anni di tessera e attività, ma ho scoperto molte altre cose, “da dentro”. Ho scoperto prima di tutto uno straordinario gruppo di lavoro. Persone motivate, preparate, impegnate, oneste. Che così non avevo ancora trovato da nessuna parte. Ho scoperto un’associazione tutt’altro che stretta intorno al presidente internazionale -con cui ho avuto due o tre soli (utili) momenti di confronto in quasi due anni- e invece un presidente italiano instancabile, aperto al confronto, rispettoso. Ho scoperto soprattutto un gruppo giovane (a 38anni forse sono tra i più vecchi) che parte dagli studenti dell’Università di Pollenzo (spesso utilmente polemici e fuori dal coro) e arriva fino al Centro Studi, coinvolgendo in modo più che democratico. Qualche volta persino troppo.
    Per questo sono contento di farne parte e, al di là delle fatiche (gli impegni sono troppi, altro limite) la sensazione è di un’esperienza irripetibile, in cui si imparano un monte di cose.

    Se l’immagine che da tutto questo viene fuori è appannata è perché forse si deve riflettere meglio su quello che siamo capaci di cominicare. E anche perché, talvolta, più che il gruppo centrale, è l’associazione che deve ancora crescere. La bella festa del 18 giugno ci ha aiutato a parlare all’esterno ma ha anche evidenziato velocità diverse. E problemi. Per questo e per altro credo che il dibattito possa e debba spostarsi di più su identità e linea politica, quando si pensa al futuro. Meno sulla contrapposizione su Bra e resto del mondo. Perché è da questo dibattito
    -nell’impegnativo passaggio dal buono al pulito e giusto, da gastronomia e ecogastronomia- siamo partiti qualche anno fa ma forse ancora lì siamo. Molte cose ci sono chiare, qualche altra un po’ meno. Su questo e sul futuro, sull’attenzione al rapporto tra cibo, cultura, alimentazione e impegno possiamo ragionare ancora. Senza appiattirci troppo da una parte o dall’altra. Perché Slow Food, con o senza i suoi dirigenti, ormai viaggia da sola. E -piaccia o no- è diventata un soggetto fondamentale e imprescindibile nei ragionamenti sulla cultura del cibo in tutte le sue espressioni.

    • Anche Giacomo Moioli era stato chiamato a suo tempo e non era di Bra:-))
      Perdona la battuta, mi è scappata. Nessuno mette mai in discussione l’onestà delle persone che ci lavorano, la voglia di entusiasmo e la coesione. Se non ci fossero, sarebbe di fatto impossibile sopportare carichi di lavoro ben al di là della media dei lavoratori.E già qui noto un controsenso: si parla molto di qualità della vita e i primi che soffrono nell’avere un’esistenza dai ritmi “buoni, puliti e giusti” sono proprio i lavoratori di Slow Food. Su Pollenzo che dire: la chiusura di Colorno fa riflettere, la Banca del Vino che ha sede nella struttura piemontese è un’operazione che non è mai stata chiarita a fondo nelle finalità,l’idea di farsi l’università privata( e ne capisco le motivazioni che hanno portato a farla) utilizzando però i finanziamenti dello Stato contrasta con quella che poteva essere la spinta propulsiva iniziale del movimento, ma sicuramente l’operazione rimane utile per una nicchia di persone, che una volta uscite non so quanto avranno interesse a seguire fedelmente i dettami di Slow Food nel mondo: in pratica, potrebbe essere promossa anche da altri soggetti. Infine, rilevi anche tu che il problema oggi si farsi capire dai propri associati: persi i vecchi, ancora bisogna capire bene quali saranno i nuovi e in che modo devono/possono essere coinvolti nel nuovo corso: di solito questo accade con un ricambio generazionale naturale dei dirigenti, nazionali e locali, cosa che mi sembra non avvenga.

      • Vogliamo parlare della retta di Pollenzo?

        L’importo della retta per l’anno accademico 2011/12 è di € 13.500 e comprende:
        -tutte le attività didattiche, comprese le conferenze, le degustazioni, i seminari
        -i libri di testo (volumi, dispense)
        -i viaggi tematici e territoriali previsti dal piano di studio
        -l’accesso alla rete wifi
        -la partecipazione a tutti gli eventi promossi dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche e da Slow Food
        -la copertura assicurativa per la responsabilità civile degli studenti
        -l’iscrizione al servizio sanitario nazionale (per studenti non italiani)
        -i certificati rilasciati dalla Segreteria Studenti

        L’Università propone la possibilità di usufruire solo per il primo anno di corso dell’alloggio presso Case dello Studente e del pranzo presso la mensa. Queste opzioni non sono comprese nella retta.

        ALLA FACCIA DEL RADICAL CHIC…

      • Se è essere epurati significa cambiare strada anche perché magari si ha voglia di farlo lo sarò anche io quando magari deciderò di tornarmene a Roma per fare un figlio? Devo aggiornarmi sui significati, per adesso però lavoro con deleghe bancarie, legali ed editoriali che non ho avuto da nessun’altra parte (a proposito: un giorno ti racconto incredibiku storie che con conosci…avvenute in via Fermi perché l’entusiasmo e l’onesta contano eccome…anzi cambiano la vita!).

        Sei troppo intelligente Leo per liquidarla così ;-) Mettila meno sul personale e alziamo il livello del dibattito, io la provocazione l’ho accettata ma secondo me dobbiamo parlare d’altro

        • Dai Marco, a me va benissimo parlare d’altro,ci mancherebbe ma sulle scelte di vita personali: chi mai le ha mai messe in discussione? Cambiare strada per obiettivi diversi è una scelta che ha un significato preciso, diverso è il contesto di chi invece viene gentilmente invitato ad andare via. Sai benissimo a chi mi riferisco come epurati, anche piemontesi, il che è tutto dire!Sul significato di epurati: non dico certo che sono messi alla gogna e giustiziati sulla pubblica piazza, ma messi in condizione di non rimanere, beh, si potrebbe fare scuola di come si riesce a fare tutto con il sorriso stampato!
          Alzando il livello: le battaglie di SF hanno molti elementi condivisibili: l’esempio dell’acqua è evidente. Siamo arrivati ad un referendum in Italia, ma l’associazione il problema lo ha posto e affrontato dieci anni fa, il che la vede indubbiamente lungimirante.Ma è il proseguio delle azioni intraprese che non mi convince: SF invece di unire e coordinare tende a voler imprimere il proprio marchio evitando la collaborazione con altri soggetti. Sta operando esattamente come CL fa in altri settori,e la cosa non mi fa molto piacere. Credo veramente che la distonia fra quanto viene detto e quanto viene fatto n pratica sia molto evidente ma è meglio che mi fermi altrimenti divento evangelico:-)))

  9. dal sito slowfood cito:
    “La sua mission è:
    • EDUCARE al gusto, all’alimentazione, alle scienze gastronomiche.
    • SALVAGUARDARE la biodiversità e le produzioni alimentari tradizionali ad essa collegate: le culture del cibo che rispettano gli ecosistemi, il piacere del cibo e la qualità della vita per gli uomini.
    • PROMUOVERE un nuovo modello alimentare, rispettoso dell’ambiente, delle tradizioni e delle identità culturali, capace di avvicinare i consumatori al mondo della produzione, creando una rete virtuosa di relazioni internazionali e una maggior condivisione di saperi.”

    Tutto bello e tutto giusto ma quello che mi domando io è in un mondo normale non ci dovrebbe essere un’associazione che faccia questo ma dovrebbe farsene carico lo stato.
    E’ logico, anche se non mi piace, che poi un’associazione per fare business si circondi di amministratori delegati in giacce e cravatta, si sieda al tavolo con industriali o potenti vari e si circondi di gente che cerca di araffarre il più possibile.
    Per me Slowfood sta svaccando e dovrebbe fare un passo indietro ed essere un po’ come il blog di beppegrillo, indipendente e non legato a marchi distribuiti su vasta scala (se vuoi fare il protettore dei piccoli produttori cosa c’entrani supermercati come Eataly?).
    Con tutti gli impegni che ha Petrini fa di certo una vita più fast che slow!

  10. Bolasco mi ha tolto la soddisfazione di scrivere, la penso esattamente come lui, unica differenza è che io sono braidese. Però se qualcuno riesce a scrivere -come sopra- “eco-comunisti”…. beh, allora lasciamo perdere

  11. Romanelli, ma quale controsenso sui ritmi di lavoro, per favore… conosco persone, giovani e non, che lavorano in quel di Bra, sovente alle otto di sera sono ancora davanti ad un pc anche se non c’è nessuno che li obblighi se non il loro entusiasmo.
    Piperita, ancora con la storia di eataly? Parla con qualche piccolo produttore che ogni tanto vende qualcosetta anche ad eataly e parlo di piccoli -- perché ci sono -- vedrai che non sono per nulla scandalizzati.

  12. Scusa Paolo ma la chiave del mio discorso è ben diversa, non parlo del piccolo produttore che porta a casa due spiccioli ma del rapporto tra Slowfood, Eataly e certi colossi del mondo alimentare che secondo me non dovrebbe esistere.
    E’ un piegarsi, uno scendere a compromessi che un’azienda che pretende di essere libera e fatta, come dici tu, da gente che si sacrifica spesso gratis potrebbe anche non accettare.
    Se si entra nel merito delle persone conosco fior fior di gastro-fighetti (come li chiamano su dissapore) da cocktail, figli di papà, che non hanno mai lavorato un minuto in vita loro che fanno da capoccia ad un paio di condotte ma non vorrei che il discorso si incetrasse sulla base ma dovremmo spostarlo sulla cima della piramide.

    • Capisco, ma se eataly ti chiede consulenze, e te le paga, per trovare prodotti di qualità, cosa deve fare SF?
      Il salone del gusto, criticabile fin che si vuole, funziona alla grande, ma guarda che non basta l’introito delle tessere per metterlo su.

      • bisogna capire se il prossimo anno si farà il Salone del Gusto. Eataly ha fatto benissimo a chiedere consulenze,per distribuire maggiore qualità alimentare solo che alcuni anni fa ,l’idea d mettere la chiocciola sui prodotti alimentari faceva inorridire la dirigenza. E’ bello vedere che il mondo cambia

          • Non esisteva proprio, scusa. Poi, sarebbe meglio discutere conoscendosi, io nome, cognome e chi sono l’ho scritto, tu ancora no. Se vuoi continuiamo sviluppando alquanto il dibattito, altrimenti per me si può chiudere

        • Ecco, condivido: è bello vedere che il mondo cambia! Per questo, nonostante le pecche, credo che Slow Food, con la sua influenza, possa sensibilizzare la coscienza alimentare delle persone, proponendo una via alternativa più ponderata e di buonsenso (tanto per intenderci una strada buona, giusta e pulita).
          Ben vengano, comunque, anche le critiche: sono la benzina del miglioramento e riflettono l’ambizione nobile di chi vuole una società migliore.

  13. Era un movimento, ora è un’istituzione.
    Era una chiocciola, ora è un brand.
    Era slancio conviviale, ora è lavoro volontario.
    A livello locale erano adesioni disinteressate, ora sono (spesso) affiliazioni meramente opportunistiche.
    Peccato, davvero peccato.
    Io ne son fuori dal 1° ottobre 2010.

    P.S.: come ho scritto sulla mia bacheca Facebook il 20 giugno alle 18.50 (vero, Moriché?), raramente concordo con il prof. Rosanelli, ma stavolta…

  14. Un’altra cosa che non mi è piaciuta è che per patrtecipare ai master devi essere associato, a me non va di associarmi a nulla quindi niente master, peccato per me ma anche per chi organizza… e, purtroppo, si ritorna sempre ad un discorso di soldi/fidelizzazione/associativismo… Secondo me SF dovrebbe dire qualche NO (non solo ai “Mc Donalds” ma anche agli “Eataly” di turno9 e non fare cose su cui non hanno un controllo/libertà totale (organizzativo ed economico).

  15. Guarda che non te la devi prendere con me, io tifo per Slowfood ma mi pongo anche delle domande, ho un punto di vista da esterno che tu non puoi condividere ma è il risultato di alcune esperienze/informazioni che ho avuto.
    Mi chiedevi “ma se eataly ti chiede consulenze, e te le paga, per trovare prodotti di qualità, cosa deve fare SF?” La mia risposta è non so, per come sono fatta io direi di no ma in questo caso l’associazione ne avrà discusso e deliberato di conseguenza in base ai prorpi criteri.
    Nella stanza dei bottoni non ci sto quindi la “vera” verità non la so.
    Ti riporto solo l’opinione di un’osservatrice, un’azienda seria si chiede come viene percepita dal mecato e non si limita ad interrogare i propri collaboratori!

    • E perché avresti dovuto rispondere di no? SF bene o male cerca di far conoscere i buoni cibi o no? Secondo te farinetti avrebbe dovuto far di testa sua o che ne so, chiedere consiglio a Caprotti o a pincopalla? Farinetti ha fatto la scelta più logica e SF anche. Un prodotto buono, di qualità, deve uscire dalla nicchia e dev’essere conosciuto dai più o no? Eataly, criticabile fin che vuoi, è un buon mezzo.

      • Semplicemente penso che Slowfood non debba fare consulenza ma ocuparsi di altro comunque capisco il tuo punto di vista ed ha senso però…

  16. E’ come al solito.

    Non è certo la prima volta che accade una cosa simile.

    Nel mondo del vino è già capitato all’AIS, nata in un modo, evolutasi in un altro e attualmente convivente con compromessi che i “padri fondatori” non avrebbero mai tollerato. MAI.

    Slow Food nacque virtuosamente come un movimento di base ed è finito, come tutte le cose belle, ad essere un movimento oligarchico accentrato e sottoposto alle moderne logiche di mercato e profitto (vedi Eataly).

    Attenzione però ad una cosa: c’è SEMPRE stata la politica di mezzo. SEMPRE. Voler far credere di arrivare a questi livelli partendo dai “4 amici al bar di Bra” è una favola che non può essere creduta da esseri pensanti e intelligenti che sanno come funzionano certe cose (specie in Italia).

    Ad un Terra Madre di una decina d’anni fa, da collaboratore, venino costretto a chiamare i miei colleghi e “superiori” con l’appellativo “compagno” con il quale, da testimone oculare e auricolare, posso assicurare che ci si chiamava tutti.

    Slow Food una volta era ARCI GOLA.

    Il PC è stato il primo a mettere le mani sulla proprietà intellettuale dell’interesse enogastronomico!

  17. Sono stato uno dei primi iscritti alla condotta di Scandicci,ma già prima di essere condotta ero i quel bellissimo gruppo conviviale di sconosciuti uniti solo da una grande passione.La ri-scoperta delle eccellenze alimentari del nostro territorio. Mi ricordo che le fattorie e le piccole realtà artigianali facevano a gara ad invitarci ad una cena, una degustazione, una visita nel laboratorio.Poi è successo che inevitabilmente è entrato di mezzo il denaro e interessi convergenti fino ad un certo punto. Ci siamo fatti ristoratori e procacciatori di cene ( gli ultimi tempi si spendeva di più ad una di queste cene che al ristorante sulla guida Michelin) il risultato non era finalizzato alla scoperta del prodotto che non trovavi sugli scaffali della Coop, ma all’autofinanziamento di progetti molto più ambiziosi,spesso un pò nebulosi, e inevitabilmente ne sono uscito.Quando è nata, non c’era niente del genere in giro e le mie figlie hanno imparato veramente qualcosa di nuovo e scoperto posti,fattorie e cantine veramente belli vicino a casa loro..ma ora è un altra cosa!

  18. Dibattito tipicamente italiano. Tipicamente da sinistra. C’è una cosa che funziona bene, Slow Food, che ha successo, in Italia e nel mondo, perchè funziona bene, perchè è una miniera di idee originali, perchè incide realmente nella società e allora proprio per questo le si spara contro. La cultura critica, la critica della cultura va bene, ma non esageriamo. Qualche esempio: chi avrebbe immaginato vent’anni fa che il cibo sarebbe stato argomento di maturità come Pascoli e Einstein? Chi avrebbe immaginato che sarebbe nati business come Eataly o anche la parte delle Coop che lavora sul cibo, (sì perchè il rapporto tra Slow Food e Eataly e le Coop si può magari vedere anche dall’altra parte, non come i “corruttori”, Farinetti e co, che corrompono i santi ma come il fatto che chi ha idee spinge chi fa business a diffonderle). Con qualche difetto, certo, qualche storturina, ma era meglio prima? Era meglio quando del problema dell’acqua pubblica non ne parlava nessuno, quando il rapporto tra cibo e ambiente e cibo e agricoltura erano avvolti nel mistero? Era meglio quando si era pochi, elitari davvero, moolto moolto intellettuali e gourmet, e si poteva bere un bicchiere al bar tranquilli? Quando di vini buoni ce ne erano 20 in tutta Italia? Quando, e non è una provocazione, gli show televisivi serali erano solo spogliarelli e non avevano per protagonisti i cuochi? L’elenco potrebbe continuare per anni. Signorini sarà anche troppo ma il successo ha i suoi prezzi e non è meglio perdere sempre. E’ meglio rimanere nicchia o fare cultura anche e soprattutto popolare? Trasformare mondi?
    Certo Slow Food ha tanti difetti, per fortuna: è probabilmente Bra centrica, anche se per nulla stalinista, anzi la definirei con un innovativo egualitarismo libertario, soffre forse di un eccesso di centralismo democratico nell’esprimere idee, sistema quasi indispensabile però a tutte le organizzazioni che vogliono reggere. E che farebbe bene a qualche altra organizzazione (in questo caso politica in senso stretto della sinistra italiana). Certo se ogni tanto il dibattitto interno (che a sentire gli spifferi c’è ed è vivacissimo) fosse reso più pubblico, l’immaagine ne guadagnerebbe. Ma si può fare.
    Ha fatto qualche compromesso Sf? Sì, ma sempre dicendone chiari i fini (in genere condivisibil): manifestazioni importanti come i saloni o terra madre, l’Università di Scienze gastronomiche che è una realtà secondo me ancora tutta da sfruttare e che il pubblico come i privati vedono ancora con diffidenza. Comunque finora non ha mai venduto l’anima. E ne ha fatti, compromessi, comunque infinitamente meno di qualsiasi altra organizzazione, associazione e giù di lì che abbia le dimensioni e la potenza di Sf.
    Molto può essere cambiato, migliorato, ma smettiamola di sparare su ciò che funziona, smettiamola soprattutto di rivendicare (soprattutto non lo faccia chi oggi vive di cibo e di vino) la purezza di un mondo in cui cibo e vino non erano nè cultura né business o se lo erano, lo erano in modo molto peggiore.

    • Se ti riferisci al sottoscritto, riguardo a chi vive di cibo e di vino hai sbagliato soggetto, Marco, e lo sai bene. Oggi vivono di cibo e di vino dentro SF le stesse persone che anni fa mi accusavano proprio di volere fare questo, una sorta di conflitto di interessi ai loro occhi, nella realtà inesistente, che oggi non crea problemi quando riguarda la loro attività. Qui nessuno vuole fare Tafazzi, bada bene, ma nemmeno si deve pensare che una critica debba essere vista come un “volemose male”, uno “sparare nel gruppo”. Hai appena scritto di aspetti positivi che ho rimarcato prima, come quello dell’acqua ed una cosa che non capisco è che pensare al passato debba essere solo una visione nostalgica: ma quando mai? Nessuno dice che bisognava restare ai tempi delle bottiglie di vino stappate tra pochi intimi, ma nemmeno voltare le spalle a quei produttori che ti hanno aiutato a lungo e che, improvvisamente, sono diventati “nemici” dell’associazione. Credo che il dibattito porti ad una chiarezza, interna ed esterna, che tu stesso auspichi

      • No, nessun riferimento personale. C’è molta gente che oggi vive di questo, e vivaddio spero aumenti. Dico solo che senza Sf sarebbe meno, E sarebbe più ignorante, avrebbe vita più difficile,. Poi ripeto un’organizzazione così grande non può che avere anche difetti e non può evitare errori. Nessuno li nega anzi io credo di essere stato tra i primi, nel mio piccolissimo, a metterli in evidenza, magari beccandomi anche qualche scomunica braidese. Ma esistono cose che sono più grandi dei piccoli fatti personali, della grana con questo o quel produttore, anche dei compromessi. Sf per ora e per me sta ancora lì tra ciò in cui i vantaggi superano di gran lunga i problemi. E soprattutto da giornalista che si occupa (purtroppo) soprattutto di altro, di politica, non sopporto una cosa: la marea crescente di chi comincia a fare distinguo, la moda del dissenso che si ampia e dilaga quando qualcosa o qualcuno magari non è più forte come un tempo. L’ho visto accadere troppe volte e troppe volte così abbiamo buttato via ricchezze inestimabili. Come è Sf, nonostante tutto. Attenzione perchè fuori dalla porta c’è chi non aspetta altro.

    • A quanto pagano i fornitori coop ed eatitlay? non so eatitaly ma coop, sempre nella salvaguardia dei valori di coop sul lavoro etcio etc etc, in barba alla normativa comunitaria sui pagamenti veleggia tranquilla sui 120 gg. se invece di discorsi facessero un po’ di “esame di coscienza” forse sarebbe meglio. e chi lo dice appratiene alla parrocchia eh.

  19. Tante belle parole ma molto di opinabile.
    Per me non funziona bene quindi meglio intervenire prima che sia troppo tardi ed aprire un dibattito (anche qui) è un buon punto di partenza per far capire quali atteggiamenti non piacciono.
    Onestamente rimango per la nicchia, non è questione di vincere o perdere ma di passione.
    Sarà un caso che si parli sempre più insistentemente di un Vinitaly solo per gente del settore? La massa lo ha rovinato e temo possa succedere anche qui!

    • Il dibattito va bene, sempre. Fissiamo però bene l’oggetto: Slow Food ha aspetti che non piacciono? Ok. Ma, ed è la mia domanda, erano, sono evitabili, rispetto al fatto che Sf ha cambiato il modo di pensare, di essere di un mondo? Io credo di no, E ripeto il prezzo pagato mi sembra per ora onestissimo.
      Quanto alla nicchia scusa, ma non me ne frega nulla. Sono un animale sociale e mi piace, con la mia passione e con le passioni condivise, magari con-vincere, più che vincere. Perchè le parole (vincere, successo) non mi fanno paura, anche se le si usa per lo più male. Basta usarle bene. Si può far vincere un’idea, magari non per sempre, si può avere successo per quello che vale. Non è fondamentale, ma non è il male.

  20. Mi sembra quelle discussioni del tipo: il primo disco era bellissimo ma poi sono diventati commerciali…

    La discussione si era aperta su una riflessione sulle aree critiche di Slow Food. E’ diventato un processo ad una di quelle cose che da appassionati di cibo e magari anche da consumatori consapevoli, dovrebbe essere oggetto di grande orgoglio, pure da italiani volendo essere retorici che ogni tanto non guasta.
    Ma di che state parlando? Petrini vola altissimo, Terra Madre, il lavoro che ha in testa sull’educazione alimentare, solo per citarne un paio, sono progetti cui tutti noi dovremmo provare a dare il nostro contributo, invece stiamo li’, nella solita antipatia per qualcosa che ha successo, che esiste anche per quelli con cui fate i fighetti parlando di quel caseificio che conoscete solo voi, ma che se poi diventa famoso e’ evidente che e’ molto peggiorato.
    Ma basta superiamo l’adolescenza, Slow Food e’ di tutti noi, anche se fa soldi, non e’ male, li usa per portare avanti progetti importanti.
    Slow Food ha problemi di dimensione, di struttura questo si, parlarne e’ giusto, ma da persone adulte.

  21. Ha grandissimi meriti SF, peccato facciano parte ormai del passato. Hoggi e una multinazionale del gusto e si deve attenere alle regole di mercato, solo che lo fa vestendosi da buono brav pulito e simpatico.

    Con una grandissima base formata da innamorati che dedicano tempo e dedizione senza avere costare, tranne 18/20 che lavorano assunti a Bra, è facile diventare grandi e ricchi.

    Forse aiuta anche i piccoli produttori, ma questi si devono adeguare alle direttive e pagare, (e non venissero a raccontare frottole).

    Non parliamo dei soci tranne rare eccezioni tutti narcotizzati da Petrini & C.

    Voliamo parlare dello scambio azionario tra eitaly grande ipermercato del buono e del furbo e SF.

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