di Cinzia Alfè 30 Maggio 2018

È possibile, nell’anno di grazia 2018, vivere di paura, tra intimidazioni e minacce di morte solo perché si sta esercitando il proprio mestiere?

Per i macellai inglesi, vittime degli attivisti vegani, che da qualche tempo ricorrono a ogni strumento possibile per protestare contro quella che chiamano la strage degli animali, tutto questo non è solo possibile, ma ormai consueto.

Una deriva inquietante, che fa il paio con l’aggressione ai danni di due clienti di un ristorante vegano in zona Porta Romana, al grido di “Vegani di m…”, “fate schifo”, “che c… state mangiando”, avvenuta a Milano la sera del 23 maggio.

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Nel Regno Unito, l’escalation di attacchi contro macellai, mercati e persino macelli, dovuta in particolare alla sigla “Animal Liberation Front” (Fronte per la liberazione degli animali), ha evidenziato le strategie da guerriglia urbana degli attivisti vegani: vetrine imbrattate, serrande bloccate, minacce di morte e recensioni negative sul web.

Ne sa qualcosa la famiglia Marlow, che da 54 anni gestisce una macelleria ad Ashford, nel sud dell’Inghilterra. All’inizio del mese, la serratura della macelleria è stata bloccata con della colla, e la vetrina imbrattata con la scritta “Stop killing animals, go vegan”, firmata con il “logo” dell’Animal Liberation Front.

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Quando i titolari della macelleria hanno reso noto l’attacco con un post su Facebook, le cose sono andate anche peggio: tra insulti e intimidazioni nei commenti sono arrivate persino le minacce di morte:

“Non stanno solo minacciandoci di distruggere la nostra attività —ha detto al Telegraph uno dei titolari— cercano anche di rovinare la nostra reputazione online, con recensioni e commenti negativi. Vogliono che chiudiamo e se non lo faremo minacciano di rompere le vetrine o mettere una bomba nel magazzino. Viviamo nella paura, ci stanno terrorizzando”.

Un clima che trova riscontro nella parole di Countryside Alliance, associazione che comprende agricoltori, allevatori e anche cacciatori, con circa 100.000 iscritti: “usano tutti le stesse tattiche, incluso l’abuso online, e di solito attaccano le piccole imprese indipendenti piuttosto che i negozi più grandi”.

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E tutto nel nome del cibo, che anche nei Paesi più civili e industrializzati, sembra avere perso la sua funzione primaria di nutrimento per diventare ricettacolo di aggressività, come ha scritto qualche giorno fa Marino Niola su Repubblica.

Un pretesto per l’affermazione di se stessi o del proprio gruppo di appartenenza, che si è trasferito da arene e stadi a ciò che si mette o non si mette nel piatto.

[Crediti: La Stampa, Marino Niola]