di Dario De Marco 12 Novembre 2020
parmigiano reggiano

Ve la ricordate la guerra dei dazi? Era poco più di un anno fa, i bei tempi a.C. (avanti Covid), quando il nostro maggiore problema era che al super non si trovavano i Nutella biscuits. O che gli USA potessero tassare olio, vino e pasta, tagliando le gambe alle esportazioni del Made in Italy più prestigioso insieme al fashion: il food. Fu allarme, fu panico, furono titoloni: Trump (ve lo ricordate, Trump?) affossa il cibo italiano, l’America rinuncia al pomodoro e condirà le pizze solo con l’ananas, e amenità simili. Di fatto i dazi furono applicati più che altro a formaggi, Parmigiano Reggiano in testa, e latticini vari; ma soprattutto colpirono forse più la Francia e il Regno Unito (all’epoca ancora nell’UE: ve lo ricordate?) che l’Italia. Un bel danno comunque: carichi fino al 25%, conseguente crollo delle esportazioni e perdite per milioni di euro. 

Ah ma l’Europa non perdona, l’Europa non dimentica: ha preparato la sua vendetta per dodici lunghi mesi, e ora la serve in tavola, freddissima. Ritorsioni, contro-dazi: su ketchup, cheddar, noccioline e patate dolci made in USA, per restare al food, e poi anche sui videogiochi. Peccato che nel frattempo sia successo un po’ di tutto: da una piccola pandemia a un’altra roba da niente come il cambio della guardia alla Casa Bianca. Insomma, non solo un riflesso da bradipi nel rispondere colpo su colpo, ma anche la scelta di un momento che non poteva essere politicamente meno opportuno, per il muro contro muro. Infatti sono arrivate le proteste delle associazioni di categoria, giustamente preoccupate per l’escalation. Coldiretti per bocca del suo presidente Ettore Prandini ha detto che con Joe Biden “ci sono le condizioni per superare i dazi aggiuntivi Usa che colpiscono le esportazioni agroalimentari Made in Italy per un valore di circa mezzo miliardo di euro”. E la Cia – gli Agricoltori Italiani, non l’intelligence americana – con Dino Scanavino: I 4 miliardi di dazi Ue sulle merci Usa non rappresentano una compensazione per i nostri produttori agricoli, sono solo il prolungamento di una lunga battaglia commerciale che noi auspichiamo possa terminare prima possibile con la nuova amministrazione Biden”. 

Sembra tutto leggermente assurdo, in effetti, ma non è così: è peggio. Perché in realtà le cose non stanno proprio come sembra: tecnicamente non si può parlare né di compensazione né di ritorsione, e la questione è un po’ più complessa, oltre che annosa. Ma se proprio ci tenete, tappiamoci il naso e facciamo questa immersione, tuffiamoci negli abissi della geopolitica economica e del diritto commerciale internazionale: temi meno appetibili di una pastina in bianco, perciò non vi prometto che sarà divertente, ma senz’altro getterà luce sui paradossi di una burocrazia capace di prevalere sulla politica, oltre che sul buon senso.

A cosa servono i dazi

superjumbo A380

Cominciamo col dire che questa storia inizia molti anni fa, nel 2004. E inizia in un settore che più lontano dal nostro non potrebbe essere: quello delle imprese costruttrici di grandi aerei. Sedici anni fa infatti gli americani accusano alcuni Stati europei di aver sovvenzionato illegalmente il lancio dell’aeromobile a fusoliera larga – o a doppio corridoio – A350, e del suo cugino ancora più grosso, il superjumbo A380. Aiuti di Stato, la terribile colpa che di questi tempi è più infamante di un genocidio: concorrenza sleale, e la concorrenza, si sa, è una specie di divinità laica. L’accusa veniva infatti dalla Boeing, l’altro colosso mondiale, la principale azienda sul mercato, anzi l’unica prima che nel 1970 arrivassero gli europei a rompere le uova nel paniere. Contemporaneamente, poco prima o poco dopo non importa, un’accusa simile viene rivolta proprio alla Boeing, che avrebbe approfittato di un altro tipo, più subdolo, di aiuto statale: forti sconti sulle tasse. Ahi ahi.

Ora, il punto è questo: quando una controversia avviene sul suolo di uno Stato, si applicano le leggi di quello Stato, e l’autorità giudiziaria di quella nazione le fa rispettare. Ci sono norme, ci sono sentenze, c’è in ultima analisi la forza coercitiva, se necessario. Ma che succede se i rapporti economico-giuridici sono internazionali? Siccome non esiste un’autorità superiore a quella delle singole nazioni o confederazioni, non esiste cioè un Governo Mondiale (ci sarebbe l’Onu, ma vabbè), il tutto si svolge sul piano degli accordi tra privati. Ci sono istituzioni internazionali chiamate a dirimere controversie, ovviamente, ma hanno funzione di arbitri più che di giudici: non hanno l’autorità per fare eseguire le decisioni con la forza, ci vogliono metodi indiretti. Per esempio, i dazi. Tu Stato X favorisci la tua azienda, concorrente dell’azienda dello Stato Y? E allora lo Stato Y è autorizzato a imporre dazi sui beni che provengono da te Stato X, in generale, anche da altre aziende, anche da altri tipi di aziende. Il danno è reciproco, l’ordine commerciale internazionale, prima turbato, è ristabilito. Se vi pare strampalato: stavolta, be’, lo è.

Boeing vs Airbus

Boeing

Nel caso specifico, è stato investito della questione il WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio. O meglio, è stato investito delle questioni: perché le cause, passatemi l’imprecisione, sono due. Usa-Boeing contro Ue-Airbus, da un lato; Ue-Airbus contro Usa-Boeing, dall’altro. Due procedimenti molto simili, paralleli anche perché iniziati nello stesso periodo, ma distinti. Vanno avanti, i procedimenti, molto lentamente: tanto lentamente che nel frattempo, per dire, uno dei superjumbo dello scandalo, l’A380, addirittura esce di produzione. (Paradosso incidentale, ma non meno significativo, è che tutto questo scannarsi derivi da un settore che con la pandemia sta diventando sempre meno rilevante, sempre più un peso e meno un’opportunità: quello dell’aeronautica civile.)

Piano piano, comunque, l’anno scorso si arriva a una decisione, pardon a due decisioni. Che sono entrambe dello stesso segno, favorevoli al ricorrente: aveva ragione Boeing, insomma, a dire che Airbus non doveva essere aiutata dagli stati europei; aveva ragione Airbus a dire che Boeing non doveva avere sussidi dagli Stati Uniti.

Il parallelo prosegue, ma le due questioni restano separate, e seguono ognuna la propria strada. Strade che si sfalsano leggermente un anno fa: il WTO dà il via libera alle sanzioni da parte degli Usa sui prodotti Ue, e sono quelle di cui parlavamo all’inizio, tariffe per 7,5 miliardi di dollari sugli import. Il WTO dà il via libera ai dazi anche da parte dell’Ue, ma per uno dei tanti cavilli procedurali che costellano questa storia, non quantifica immediatamente l’importo, e quindi l’Unione europea è ferma, non può passare alle vie di fatto. Nel frattempo arriva la pandemia, e l’ultimo passo non può essere compiuto, l’Ue resta al palo mentre le aziende europee pagano il fio.

Naturalmente, non ci prendiamo in giro, al di là delle questioni giuridiche e del singolo casus belli, questa guerra dei dazi – analoga guerra di logoramento gli Usa la stanno conducendo con la Cina – si inquadra nella più ampia cornice del commercio internazionale: gli Stati Uniti hanno la bilancia commerciale in rosso, insomma importano più di quanto riescono ad esportare, e porre un freno in qualche modo all’ingresso dei beni stranieri aiuta ad equilibrare un minimo. O almeno così sperava Trump, anche se gli indicatori non sono univoci.

Vini italiani e astici del Maine

astici del Maine

Addirittura, ad agosto si teme un inasprimento dei dazi Usa, che andrebbero a colpire il settore dei vini italiani, punta di diamante nel nostro export. Per fortuna non se ne fa niente, e tiriamo un sospiro di sollievo, tanto che si parla di mini tregua: tutti i dazi che c’erano restano in piedi, beninteso, ma il solo fatto che non vengano inserite nuove categorie (anche i criteri di scelta dei beni, e di determinazione delle tariffe, sono tutta una poesia: ermetica) fa gridare alla distensione. E sulla strada del dialogo piuttosto che su quella dello scontro sembra che si vada a inizio ottobre, quando c’è tra Usa e Ue un mini accordo commerciale: niente di che a livello economico, ma importante in senso politico.

Tra le tante piccole concessioni reciproche, vale la pena citare quella delle aragoste: la Ue elimina i dazi retroattivamente dall’agosto 2020. Le aragoste, che in realtà sono i famosi astici del Maine, sono un punto dolente per Trump, che negli ultimi mesi ha disperatamente provato a recuperare il consenso in un comparto di grande peso in quello Stato. Dal 2017 i venditori di astici del Canada hanno beneficiato di zero dazi, e quelli delle adiacenti acque del Maine sono entrati in crisi. Il Maine tra l’altro era uno degli Stati in bilico nelle elezioni presidenziali, e il mini accordo sembrava quasi un favore al presidente in carica. Ma fatto forse troppo tardi: Trump ha perso, anche grazie ai voti del Maine, che ha dato la maggioranza dei suoi grandi elettori a Biden. 

Il tempismo della reazione europea

Joe Biden dazi

In tutto questo, però, a inizio novembre arriva la tanto attesa quantificazione del WTO: l’Ue può applicare i suoi dazi. Cosa che la Commissione non esita a fare, con un Regolamento firmato dalla Presidente Ursula von der Leyen, che ha effetto immediato, è obbligatorio in tutti gli Stati membri e si applica senza bisogno di ratifiche o passaggi ulteriori.

C’è un piano malefico in tutto questo, un secondo fine? Mi piacerebbe pensare di sì, ma temo di no.

Ecco come, per una serie di procedure commerciali, lungaggini giudiziarie e automatismi burocratici, una vecchia questione di aerei che neanche volano più si ripercuote sul prezzo dei cibi che mangiamo, e che vendiamo. Il nuovo presidente americano è sicuramente meno imprevedibile e fuori controllo del suo predecessore: lo si immagina più facilmente al tavolo di una trattativa che metta fine alla guerra dei dazi; ma d’altra parte ha anche detto di voler puntare sul rilancio dell’economia green e sul sostegno ad agricoltori e allevatori americani. Cosa resta da sperare? Solo che a Joe Biden, nella pastina in brodo che sorbisce la sera, piaccia mettere almeno una spolverata di Parmigiano.