di Stefania Pompele 12 Gennaio 2021
Birre analcoliche supermercato; Prova d'assaggio

Il perché ditecelo voi, affinché tutti insieme riusciamo, come suol dirsi, a farcene una ragione. Sta di fatto che il mercato delle birre analcoliche è in ascesa verticale: minaccia di valere 29 miliardi di euro entro il 2026. Ma non è certo in ossequio a questi dati freschi freschi che mi sono dedicata a questa Prova d’assaggio, per quanto il dry January possa essere in voga.

I segnali c’erano tutti, e da qualche anno a questa parte: i big dell’industria brassicola si sono dati alla loro versione “zero alcol”, uno dietro l’altro (il più recente è Guinness, che presto proporrà anche sul mercato italiano la sua iconica stout analcolica), e così pure qualche artigianale sgamatone si è dato da fare con l’alcool-free.

Dunque, poiché qui a Dissapore l’onestà è di casa, sarò franca: questa Prova d’assaggio di birre analcoliche era in cantiere da qualche mese, aspettavamo solo che il tema tornasse alla ribalta. Godetevela come ci si compiace dell’amore fatto con le mutande indosso.

Pace all’anima mia.

Birra analcolica, cosa dice la legge

La denominazione di vendita potrebbe indurci a pensare che tutte le birre presenti a scaffale siano prive di alcol, in realtà spesso non è così. Stiamo pur sempre parlando di bevande fermentate, l’alcol è il prodotto principe del metabolismo dei lieviti. La normativa internazionale non è univoca, per quanto concerne il mercato italiano la denominazione birra analcolica è riservata a prodotti con grado Plato non inferiore a 3 e non superiore a 8 e con un titolo alcolometrico volumico non superiore a 1,2%. Se state cercando insomma birre dealcolizzate, del tutto prive di quella-sostanza-che-da-gioia-di-vivere-in-questo-presente-del-mai-na-gioia- occhio all’etichetta.

I nostri parametri, cosa non ci dovrebbe essere

Naso: se si parla di industria ci si confronta con prodotti tecnologicamente concepiti per avere shelf life lunghe e profili sensoriali tutto sommato corretti. I problemi più frequenti si palesano con sentori ascrivibili a composti solforati, insomma qualcosa che potrebbe ricordarvi le verdure lessate, sentori di uovo, scarico di lavandino (puzzola, ammesso l’abbiate annusata e abbiate confidenza con l’odore della bestiola bianconera) e altre delizie olfattive a tema.

Si tratta solitamente di un difetto definito lightstruck (colpo di luce), dovuto ad un’alterazione di sostanze presenti nel luppolo (isoumuloni) per azione appunto della luce, sia naturale che artificiale. Con lager chiare o simil tali il problema è solitamente più evidente.

In bocca: l’assenza, o esile presenza di alcol si ripercuote solitamente su un effetto watering (slavato). La birra risulta insomma svuotata di corpo. Non possiamo ovviamente paragonare un prodotto alcool free a qualcosa che lo contiene ma non dovremmo comunque avere la sensazione di stare sorseggiando dell’acqua sgasata.

Le birre analcoliche della GDO

Come sempre nelle Prove d’assaggio, l’obiettivo è comparare prodotti paragonabili da loro, per categoria merceologica, prezzo, tipologia. Dunque abbiamo scelto i più noti birrifici industriali dello scaffale del supermercato (non il discount, il supermercato classico), concentrandoci sulle lager. Per esempio, la Paulaner non è una lager, anche se a onore di cronaca esiste una versione senza alcool.

Dunque i contendenti, come sempre inconsapevoli, sono:

  • Beck’s Blue: confezione da 3 bottiglie da 0.33 cl, € 1,99
  • Birra Moretti Zero: bottiglia da 0.66 cl. € 1,12
  • Clausthaler Original: bottiglia da 0.66 cl, 1,13
  • Heineken: confezione da 3 bottiglie da 0.33 cl, € 2,40
  • Tourtel: bottiglia da 0.66 cl, €1,15

Partiamo.

5. Clausthaler Original

Birre analcoliche; Clausthaler Birre analcoliche; Clausthaler

Di proprietà del Gruppo Radeberger, colosso tedesco con sede a Francoforte, mostra con fierezza in etichetta il riconoscimento conquistato ai “World Beer Awards” nella sua categoria.

Che dire, ero indecisa su quale mi avesse fatto storcere più il naso in questa selezione, a quanto pare non sono granché allineata con la giuria che l’ha premiata. Non è solo per il naso dominato da miele e mais (con accenni bruciati), no. Questi sentori sono abbastanza comuni anche tra le cugine alcoliche (il mais è infatti largamente utilizzato in ricetta). È che a questi sentori si aggiunge la percezione gustativa molto simile alla sensazione che lascia in bocca un edulcorante.

4 Heineken

Birre analcoliche; Heineken

Il colosso olandese, controllato dalle famiglie Heineken e Hoyer, brassa birra dal ’64.

Questi cappelli di schiuma esuberanti sono sempre un bel preludio, peccato l’entusiasmo scemi poi. In sintesi? Una Big Babol alla fragola annacquata. Ed è tutto ciò che ho da dire sulla faccenda. Anzi no, ma una bella tonica non sarebbe meglio?

3 Beck’s Blue

Birre analcoliche; Beck's Blue Analcolica Birre analcoliche; Beck's Blue Analcolica

O meglio, Brauerei Beck & Co KG è di prorpietà di AB InBev, il colosso belga che nell’Aprile del 2016 acquisì Birra Del Borgo (ex birrificio artigianale di Borgorose) gettando scompiglio nel mondo dell’artigianato birrario dello Stivale.

La versione analcolica della Beck’s mette in mostra un “curioso” connubio aromatico in cui si avvicendano sentori di miele e note di verdure lessate. In retrolfazione dominano la scena sentori maltati. Il sorso è corto, l’amaro praticamente assente. Devo aggiungere altro?

2 Birra Moretti Zero

Birre analcoliche; Birra Moretti Zero Birre analcoliche; Birra Moretti Zero

Si gioca sempre in casa Heineken con Mr Moretti, che in questa versione sembra utilizzare aromatizzazioni (come ci suggerisce la retroetichetta) vagamente ispirate alle note citriche e speziate di una blanche. Anche qui non mancano gli accenni al chewingum alla fragola. La carbonazione è sostenuta ma è evidente serva a mitigare la sensazione “corta” di una bevanda in cui non c’è alcol. È una costante in tutte le birre assaggiate.

1 Tourtel

Birre analcoliche; Tourtel analcolica Birre analcoliche; Tourtel analcolica

Tourtel è della Asahi Breweries, Ltd, la multinazionale giapponese che controlla anche il gruppo Peroni.

In olfazione diretta accenni erbacei, nessun composto solforato. I sentori maltati si palesano in retrolfazione. La sensazione leggermente watering è mitigata dalla carbonazione sostenuta (le bolle) che accompagna un sorso che chiude in una finale moderatamente amaro e lungo.

Vi dirò, non mi ha fatto rimpiangere le sue cugine alcoliche presenti a scaffale, e ha un profilo sensoriale tutto sommato coerente con le derivazioni stilistiche da cui trae spunto (di una lager chiara per intenderci). Ecco, casomai dovessi fare un dry qualcosa, al mese dubito di arrivare, so cosa preferire tra le referenze presenti in GDO. Però adesso mi faccio un cicchetto.

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