Per fortuna, in tempi di crisi, si può sempre contare sui francesi: dopo la diffusione della prima edizione della guida Michelin Grape Selection, una delle cantine premiate, Arnoux-Lachaux, ha pubblicamente chiesto la rimozione del proprio nome dalla guida.
Pubblicata lo scorso 7 luglio, la primissima edizione della guida Michelin in ambito enologico ha esordito mappando le cantine migliori della Borgogna. Fra gli oltre quattromila domaines borgognoni, Michelin ne ha premiate novantaquattro, assegnando loro i nuovi riconoscimenti ufficiali, le Uve Michelin: nove cantine hanno conquistato le 3 Uve, il massimo riconoscimento di eccellenza; venti cantine hanno ottenuto le 2 Uve; trentatré cantine hanno conquistato 1 Uva; infine, altre trentadue aziende vinicole, seppur non encomiate, sono state comunque menzionate nella selezione ufficiale della guida.
Una delle aziende ad aver conquistato 1 Uva è stata proprio Arnoux-Lachaux. Ebbene, mentre qui da noi sarebbe stata fonte di infinita gioia l’essere stati inseriti in una guida di settore, figuriamoci se si tratta di quella del gommista gourmet, i proprietari del domaine Florence e Charles Lachaux hanno invece reagito pubblicando una nota in cui chiedevano l’immediata rimozione dalla guida.
In sintesi, la nota di Arnoux-Lachaux espone come la cantina sia stata sommersa di reazioni sbalordite da parte di clienti e giornalisti per la presenza nella guida: dal 2020 il domaine ha scelto di non inviare campioni alle guide, né presentare i propri vini alla stampa. Di conseguenza, questi poveri vignerons non si spiegano come mai siano finiti in guida, financo ignorando i cinque criteri su cui si basa il giudizio espresso, e chiedono l’immediata rimozione del Domaine Arnoux-Lachaux dalla guida Michelin, in rispetto della loro ‘radicata posizione‘.
Un tempo sarebbero volati gli stracci per denunciare l’assenza, sempre ingiusta, di una data cantina da una guida di settore; oggi sembra invece fare più presa sul pubblico la rinuncia ad essere nominati in mezzo ad altri colleghi. Non sappiamo quanto ciò possa convertirsi in una duratura crescita di popolarità e vendite, ma di certo un domaine secolare come Arnoux-Lachaux, fondato nel 1858 in quella zona privilegiata da Bacco che è la Borgogna, con un messaggio del genere non punta certo alla fama social. A differenza della maggior parte del territorio italiano, la Borgogna non credo abbia mai sperimentato l’emozione di avere nelle proprie cantine enormi giacenze di vino invenduto.
Nonostante i prezzi dei vini dell’areale siano in lievitazione da almeno un trentennio, sono assai pochi i domaines che non vantino il sold out già alla fine della vendemmia. Dai 14 ettari aziendali Arnoux-Lachaux ricava vini etichetati con una quindicina di appellatiòns, tra le quali figurano quattro Grand Cru: Romanée-Saint-Vivant, Echézeaux, Clos de Vougeot e Latricières-Chambertin. Non si conoscono con esattezza i numeri della produzione, ma andando a spanne possiamo ritenere plausibile una cifra che orbiti attorno alle cinquantamila bottiglie. Numeri minuscoli, che sorprendono solo se non si conosce la filosofia produttiva regnante in Borgogna (per dire, da noi con 14 ettari vitati a glera si possono ricavare fino a 250000 bottiglie di Prosecco DOC). Per cui, è plausibile che una cantina celebrata e in piena salute voglia evitare di apparire in una guida soltanto per ammantarsi di aristocratico distacco.
I criteri della Guida Michelin per valutare le cantine
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Va detto che la guida in questione sarebbe sempre la Michelin, criticabile quanto si vuole ma pur sempre un riferimento importante nell’ambiente. Una guida che nasce con l’ambizione di separarsi dagli altri cataloghi enologici, puntando a tracciare una via tutta sua. Michelin non assegna un punteggio ai singoli vini: l’oggetto della valutazione è il produttore. Il massimo riconoscimento della guida, le 3 Uve, viene assegnato ad aziende che secondo gli ispettori mantengono un livello qualitativo eccezionale indipendentemente dall’annata.
Lo scopo è, partendo dalla Borgogna, prendere in esame nei prossimi anni tutte le principali regioni vinicole del mondo. Per arrivare al giudizio Michelin dichiara di basarsi su cinque pilastri: qualità agronomica del vigneto, competenza tecnica in cantina, identità stilistica, qualità complessiva dei vini e costanza nel tempo. Il problema è la poca chiarezza riguardo gli aspetti operativi (e voi sapete quanto ci teniamo noi alla chiarezza e alla trasparenza). Michelin spiega che gli ispettori effettuano degustazioni, visite alle aziende vinicole e confronti collegiali prima della decisione finale. Non ha però reso pubblici alcuni minuscoli dettagli: se per la valutazione finale conti di più l’aspetto globale della cantina o l’assaggio dei singoli vini, quante bottiglie vengano degustate, se questi assaggi siano alla cieca, da chi è composto il panel di valutazione. Tutti aspetti che nel mondo della critica enologica hanno un peso sostanziale.
Ad ogni modo, la domanda principale di tutta questa storia resta una sola: la richiesta di Arnoux-Lachaux deve trovare accoglimento o no? Mettendosi nei panni della cantina, la risposta è piuttosto facile: se non voglio comparire, tu mi fai il favore di rimuovermi. Ma mettiamoci un momento nei panni dei redattori della guida (panni che, consentiteci, indossiamo abitualmente): dovremmo chiamare preventivamente ogni produttore per sapere se ha piacere di sottoporsi al nostro giudizio?
Solitamente, i produttori inviano i campioni di vino alle redazioni delle varie guide affinché vengano sottoposti al giudizio dei panel di degustazione. Arnoux-Lachaux sostiene che da sei anni non invia i propri vini a stampa e guide di settore, e non fatico a credere che anche altri domaines borgognoni condividano anche da più tempo tale approccio; però, se una redazione volesse comunque giudicare una cantina non si limiterebbe ad attendere sulla porta il corriere con il cartone dei vini. Esiste anche un altro metodo per reperirli: li si compra in enoteca, ad esempio.
Esemplare fu ciò che successe con i vini di Roberto Voerzio, episodio narrato da Tiziano Gaia nel suo libro “Stappato”: l’autore racconta di come Voerzio provò enorme irritazione per non aver ricevuto nessun Tre Bicchieri nella guida Vini d’Italia dell’anno 2002. Si parlava dei Barolo dell’annata 1997, celebrata istantaneamente come straordinaria, ma per i degustatori della guida edita allora congiuntamente da Slow Food e Gambero Rosso i Barolo di Roberto Voerzio non meritavano il massimo encomio.
Il carico a bastoni ce lo mise Wine Spectator, che attribuì al suo Barolo Brunate un moderatissimo 100/100. Ovviamente l’anno successivo Voerzio non fece vedere alla redazione di Slow Food i propri vini neanche in foto. Tuttavia i redattori, ritenendo di non poter lasciare fuori dalla guida un vignaiolo come Voerzio, si mossero andando a recuperare i suoi vini in enoteca per poterli degustare e valutare. Roberto Voerzio venne quindi inserito (senza averlo richiesto) nella guida Vini d’Italia 2003, ottenendo i Tre Bicchieri per due dei suoi vini.
È qui, se vogliamo, che resta il nodo cruciale di tutta la faccenda: una guida viene redatta per ambizione di pubblica utilità. Si rivolge ai consumatori per indicare, ognuna secondo i propri criteri, le eccellenze del relativo settore. Tenendo presente questo, è giusto che un qualsiasi soggetto (produttore di vino, ma anche ristoratore, pasticcere, etc.) chieda e magari ottenga di rimanere fuori da una guida? Allo stesso tempo, ribaltando la situazione, se io produttore non voglio comparire in alcun modo in una guida, per qualsiasi motivazione personale io possa avere, è giusto che ci finisca dentro anche contro il mio volere? La nostra idea resta “in dubio pro populo“: per noi informare il pubblico ha e avrà sempre la priorità. Per chi non ama comparire nelle guide non resta che mantenere un basso profilo sui propri social. In fin dei conti, nel dire “non voglio comparire su quella guida” si sta comunque affermando che si è presenti in quella guida. Ah, furbacchioni…