La storia della Coca-Cola è risalita agli onori della cronaca in questi giorni, grazie al ritrovamento a Firenze di un vecchio volantino che illustrava le virtù di un tonico che avrebbe potuto essere l’antesignano della bevanda del dottor Pemberton: le teorie suggestive si sono poi dovute scontrare con la realtà dei fatti, ma intorno alla bevanda più bevuta del mondo i racconti sono molti.
Per raccontare uno di questi dobbiamo ritornare in quel periodo a ridosso tra il ventesimo e il ventunesimo secolo in cui internet rappresentava una frontiera di libertà e non quel trogolo di influencer, AI slop e sistemi di verifica dell’identità a cui siamo ormai assuefatti. Un contesto che ha ispirato una piccola ma ambiziosa società di software di Toronto, la Opencola ltd, a sfidare uno dei più grandi segreti dell’industria mondiale: quello della ricetta della Coca-Cola e tutta la sua mistica leggendaria sul massiccio caveau d’acciaio che lo custodisce, situato nel cuore del World of Coca-Cola ad Atlanta.
A fondare Opencola non furono due imprenditori del settore food & beverage, ma un attivista e scrittore di fantascienza, Cory Doctorow, con i due soci Grad Conn e John Henson, senza nessuna ambizione di diventare una produzione di bibite, ma voleva utilizzare una bevanda come potente strumento di marketing per spiegare un concetto allora oscuro al grande pubblico: il software open source.
La storia della Opencola
La OpenCola è diventata così la prima bevanda analcolica open source al mondo, e la sua intera formula, battezzata inizialmente versione 1.0 e successivamente aggiornata alla 1.1.3, venne rilasciata pubblicamente sotto la GNU General Public License (GPL). Questa licenza, solitamente riservata al codice informatico, permette a chiunque di utilizzare, studiare, modificare e distribuire l’opera, a patto che le versioni derivate rimangano altrettanto libere. Come ricordano i documenti dell’epoca, l’ispirazione per questo progetto venne direttamente da Richard Stallman, il fondatore della Free Software Foundation, e dal suo celebre aforisma secondo cui il software libero deve essere “libera come nella libertà di parola, non come nella birra gratis”.
Il successo dell’iniziativa fu travolgente e inaspettato. Quello che era nato come un trucco pubblicitario per promuovere una tecnologia di ricerca distribuita chiamata COLA SDK finì per oscurare il prodotto software originale, e l’azienda riuscì a vendere circa 150.000 lattine della bibita, diventando un’icona del movimento per la trasparenza e la condivisione della conoscenza. Laird Brown, che all’epoca ricopriva il ruolo di stratega senior per Opencola, spiegò questo fenomeno citando una “diffusa sfiducia verso le grandi multinazionali e la natura proprietaria di quasi tutto”. Persino gli storici della Coca-Cola rimasero affascinati. Mark Pendergrast, autore di una monumentale storia della bevanda di Atlanta, osservò che l’azienda originale non avrebbe mai seguito un simile approccio perché, se rivelassero pubblicamente gli ingredienti, “la mistica svanirebbe”.
Farsi la Opencola a casa
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Se oggi volete cimentarvi nella produzione della vostra cola casalinga, dovete sapere che non si tratta di una semplice passeggiata culinaria, e il manuale originale di OpenCola contiene avvertimenti molto chiari sulla serietà dell’impresa. Viene infatti dichiarato esplicitamente che “fare bevande analcoliche non è per i deboli di cuore, né per chi ha le dita sporche. È un’impresa solenne da non intraprendere alla leggera, come il matrimonio o l’acquisto di macchine agricole usate”. La preparazione richiede una precisione quasi chimica e l’accesso a ingredienti che raramente si trovano sugli scaffali di un normale supermercato, ma che oggi si possono facilmente reperire online. Munitevi anche di una siringa, meglio un pipettatore di precisione, e una bilancia che arrivi al milligrammo.
Ecco quindi la ricetta dettagliata per preparare l’aroma base, noto con il nome in codice Merchandise 7X, che costituisce il cuore aromatico della bibita. Avrete bisogno di un mix di otto oli essenziali puri al cento per cento: 3,50 ml di olio di arancia, 1,00 ml di olio di limone, 1,00 ml di olio di noce moscata, 1,25 ml di olio di cassia (cannella), 0,25 ml di olio di coriandolo, 0,25 ml di olio di neroli, 2,75 ml di olio di lima e 0,25 ml di olio di lavanda. Questi oli devono essere mischiati accuratamente con 10 grammi di gomma arabica di grado alimentare e 3 ml di acqua. Assicuratevi che la gomma arabica sia per uso alimentare, poiché quella per uso artistico è tossica e pericolosa per la salute. Il tutto va emulsionato vigorosamente con un frullatore per almeno 4 o 5 minuti finché gli oli non si legano stabilmente all’acqua.
Una volta ottenuto questo concentrato aromatico, si passa alla creazione dello sciroppo vero e proprio. In un contenitore capiente, mescolate 10 ml dell’aroma appena creato con 17,5 ml di una soluzione al 75 per cento di acido citrico alimentare. L’ingrediente giusto sarebbe l’acido fosforico, che conferisce il tipico sapore pungente delle bibite commerciali, ma meglio evitare di maneggiarlo se non si è del mestiere. Aggiungete poi 2,28 litri di acqua e ben 2,36 kg di zucchero bianco semolato e, per ottenere il classico colore scuro, si possono aggiungere 30 ml di colorante al caramello.
Per servire la OpenCola, lo sciroppo così ottenuto deve essere diluito in un rapporto di uno a cinque con acqua gassata. Chi scrive ha provato la ricetta varie volte: a seconda della qualità degli olii essenziali dovrete rivedere le proporzioni (nell’ordine di non più di mezzo millilitro in più o in meno), ma alla fine il risultato è veramente simile, ricordando forse più le caramelle gommose alla cola che l’originale.
Bill Putt, del progetto Open Soda, descrive bene lo spirito che animava questi produttori indipendenti: “cercare di ricreare i sapori delle bibite popolari è come un mistero, trovare indizi e rintracciare informazioni”. Tuttavia, replicare esattamente il gusto della Coca-Cola originale rimane quasi impossibile, poiché la formula di Atlanta include un ingrediente unico e strettamente controllato: l’estratto di foglie di coca decocainizzato, fornito in esclusiva da una singola fabbrica del New Jersey.
L’eredità di Opencola
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La storia di Opencola finisce nel 2003, fallita a causa dello scoppio della bolla delle dot-com, il suo lascito intellettuale è più vivo che mai. Progetti come Cube-Cola a Bristol o Tøyen-Cola in Norvegia continuano a utilizzare e modificare la formula originale, dimostrando che la trasparenza può sopravvivere al fallimento di un’azienda.
La parabole dell’azienda di Toronto porta ancora oggi a pensare a un futuro utopico in cui, esattamente come per i software, possa esistere un mondo dell’alimentazione in cui i consumatori non siano più semplici acquirenti passivi, ma possano scaricare e “hackerare” le ricette dei prodotti commerciali per adattarle ai propri gusti personali o alle proprie esigenze nutrizionali. Se vorrete quindi provare a farla in casa, o vi imbatterete in una cola open source in qualche viaggio all’estero, ricordatevi di quando una bibita è stata un atto politico, un modo per rivendicare il diritto alla conoscenza e alla sperimentazione contro i segreti chiusi a chiave nei caveau delle multinazionali.

