di Adriano Aiello 21 Aprile 2015
Nebbiolo di Carema

Le cantine sociali per decenni sono state (e continuano a essere) la morte del vino italiano: prodotti economici e mediocri che non rispettano il vitigno originario e il palato umano, manovre poco chiare, altissimo tasso di tafazzismo italico. Non è sempre così, non lo è mai quando si va in Trentino, in Alto Adige e in Valle d’Aosta, dove l’associazione tra cantine produce valore assoluto. 

Ma torniamo in Piemonte, dove nonostante l’abbondanza di produttori di grande prestigio e riconoscibilità renda meno importante il loro ruolo, se ne trovano di notevoli. Capita di imbattersi, per esempio, nella Cantina dei Produttori del Barbaresco. E di godere parecchio, senza ipotecare la macchina.

Poi c’è l’Alto Piemonte, una delle storie più belle del vino italiano: un polmone enologico fondamentale a inizio ‘900, prima di diventare tra i  luoghi simbolo dell’industria del boom economico. L’Olivetti, l’Italia che corre e il benessere negli anni ’60, i capannoni e la crisi trent’anni dopo.

Parallelamente la rinascita (enologica) negli ultimi due decenni. Non quantitativa, qualitativa sì, con piccole cantine che cominciano a ripiantare in una zona dove la coltivazione è dura e difficile. A svettare è soprattutto il Nebbiolo, la più grande uva italiana, quella che nelle Langhe dà vita a Barolo e Barbaresco straordinari.

Da queste parti il Nebbiolo ha un profilo generalmente diverso: che si chiami Bramaterra, Gattinara, Boca, Ghemme, Carema, Lessona è solitamente più salmastro, ha meno struttura e più beva, l’eleganza invece varia notevolmente.

È una schematizzazione brutale, ma ha il suo senso e  per un certo tipo di bevitore moderno le colline dell’Alto Piemonte sono tra gli approdi definitivi del gusto. Non è un caso che la letteratura web sul territorio possa farlo pensare più centrale di quanto in realtà non sia.

caremariserva

Una delle anime del nebbiolo piemontese è il Carema.

Ci sono piccoli produttori di grande livello come Ferrando, Orsolani e altri. Poi c’è La Cantina dei Produttori, la salvaguardia del territorio, un manifesto d’identità assoluta: 81 soci e due Carema, la versione base e la riserva. Sono vini splendidi, austeri, sapidi, sassosi, espressivi e di una beva travolgente.

Soprattutto il base, praticamente privo di rotondità, è l’antitesi del vino ruffiano e piacione.

La Riserva 2008 l’ho aperta poche settimane fa dopo aver cercato di dimenticarla in cantina per testarne l’evoluzione. Alla fine ho ceduto. Frutti rossi e piacevoli note erbacee, agrumato e lievemente speziato. La bocca è piena e scattante, sinuosa e profonda. Una bevuta esaltante.

Lo bevi se vuoi scoprire il carattere del Nebbiolo del Nord Piemonte.
Lo bevi se per te il vino rosso deve avere carattere e ha come prima funzione la tavola e la convivialità.
Lo bevi se come lo scriba bevone te lo sei tenuto in cantina o hai modo dove trovarlo. Altrimenti ti ciucci il 2010 che non gli è affatto inferiore.
Lo bevi se hai 15 euro. Qualcuno in meno per la versione base.

[Crediti | Link: Dissapore, immagine del Nebbiolo di Carema: ilcucchiaio]

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