di Luca Iaccarino 7 Marzo 2018

Tra i tanti riti gastronomici che trovo piuttosto surreali c’è quello di chiamare i cuochi per nome come se fossero parenti stretti. Eccezion fatta per i parenti stretti, naturalmente.

È un vezzo che mi ricorda l’immenso geometra Calboni il quale, in villeggiatura, diceva a tutti “ciao carissimo!”, “ci vediamo dopo!” e quelli tra di loro “ma chi è quello?”.

[Il Buonappetito: perché l’Italia è il paese delle chef]

Riassumendo per i sani che non lo facciano, le corrispondenze sono queste:

— Massimo è ca va sans dire Bottura
— Niko è, facile, Romito
— Moreno è, semplice, Cedroni
— Mauro è indiscutibilmente Uliassi
— Carlo è naturalmente Cracco
— Davide è tutt’ora Scabin
— Paolo è certamente Lopriore
— Gennaro è veracemente Esposito
— Ciccio è – che ve lo dico a fare – Sultano
— Pino è invariabilmente Cuttaia
— Enrico già è più difficile, perché con ogni probabilità è Crippa ma potrebbe essere pure l’ottimo Bartolini.

E via così.

Trovo la cosa così buffa che di solito quando uno mi dice “ho incontrato Massimo…” io rispondo “chi, Giletti?”. C’è anche chi mi risponde “ma no, BOTTURA!”.

[Borghese? Cucina da avanspettacolo, Barbieri? Insopportabile: Raspelli vota i cuochi della tv]

Allora: ho una mozione. Una proposta reale, per il bene del paese. Può chiamare gli chef per nome solo chi per nome ne verrebbe chiamato.

Se Romito ti incontra e ti dice “uellà, Marco, come stai?” allora sei autorizzato a chiamarlo Niko. Se invece passandoti davanti non ti distingue dalla tappezzeria, mi sembra corretto chiamarlo per cognome, così come richiede l’educazione.