di Carlotta Girola 27 Febbraio 2016
piatto copiato romito sposito

Anche Niko Romito, nel suo piccolo Castel di Sangro, s’incazza. E’ accaduto in queste ore, dopo che lo chef abruzzese, tre stelle Michelin per il ristorante Reale Casadonna ha riconosciuto in una foto del collega Francesco Sposito, due stelle Michelin per il ristorante Taverna Estia di Brusciano (NA) proprio quel piatto che lui creò 6 anni fa.

Fino a qui, ordinaria amministrazione di categoria.

Dalla notte dei tempi si discute sulla proprietà intellettuale delle ricette, su quanto soldi si sarebbero potuti fare col copyright della carbonara, sul fatto che rubare l’idea sia fastidioso almeno quanto un brufolo in mezzo alla fronte.

Torniamo al fatto.

Esiste un limite anche per chi di solito è misurato come me e qui è stato superato. Va bene “ispirarsi” al piatto di un collega ma copiarlo no – e in ogni caso va citata la fonte. È questione di etica. Come per ogni mio piatto abbiamo investito tantissima ricerca e lavoro per arrivare al risultato finale che in questo caso ha portato allo sviluppo, nel 2010, della tecnica dell’estrazione a freddo delle teste di crostacei (quelle che nel libro “10 Lezioni di Cucina” definisco “basi”).

Niko Romito, pare dopo scopiazzamenti reiterati a opera di ignoti, s’indigna su Facebook tirando fuori il petto vista la somiglianza lapalissiana che farebbe brutto anche al bauletto Luis Vitonn made in Cina.

In effetti, mi chiedo io, neanche un uomo su un milione avrebbe potuto partorire lo stesso identico piatto, nella forma e nella sostanza, a meno di un caso di gemello siamese staccato dall’orecchio di Romito a soli 3 mesi. Oddio che immagine spaventevole, torniamo alla fettuccia gamberi rossi e dragoncello.

Il caso è ghiotto per tutti: non capita tutti i giorni di assistere all’indispettirsi conclamato di uno come Niko Romito, piuttosto moderato nei toni e nelle maniere.

Passano solo poche ore e i like (insieme a un mix ancora confuso di nuove emoticon del genere “grr” e “wow”) sfondano il muro del migliaio. Partono i “non ti curar di loro…” (un must assodato nel linguaggio social ormai), si palesano una schiera di sostenitori a prescindere che raggiungono addirittura il grado di stalker, il che mi fa venire un po’ di terrore per l’incolumità di Romito.

Nonostante in molti incoraggino lo chef, lui sceglie elegantemente di non riportare il nome del presunto “falsario”, ma la Rete è perfida e spiattella nero su bianco anche il suo iban, si fa per dire.

piatto copiato romito sposito

Spiegherà nelle sedi competenti quanto di infamante ha oggi affermato pubblicando la foto di un piatto al tavolo del mio ristorante, paragonandola molto furbescamente a una tratta dal suo libro con tutti i miracoli che la tecnologia digitale può fare ecco questa è la differenza tra me e Lei…..”IO SONO VERO “Di una cosa sono certo, farò le mie rimostranze nelle sedi di competenza. Di certo non finirà ….qui.

Non è tanto la piccatissima reazione scritta per contrattacco dal bistellato alla provocazione del tristellato a farci riflettere, e nemmeno la sentenza un po’ altezzosa che “se ti copiano è perché sei bravo“, quanto piuttosto alcuni dei commenti.

Cosa succede, ad esempio, quando uno chef (anche Niko Romito) sceglie di pubblicare un libro di ricette? Succede che qualcuno, una Sciura Maria qualunque, possa persino replicare, magari goffamente, ma tant’è.

Di chi è, o di chi diventa, una ricetta su un libro di cucina? Resta di proprietà di chi l’ha pensata o diventa motivo di vanto per chi la serve in tavola a chilometri di distanza?

E poi, se scegli di dare in pasto a tutti le tue creazioni gourmet, come puoi pretendere che qualcuno non ti omaggi con una copia, magari rivisitata in peggio, dell’originale?

Che succede a fare consulenza ai colleghi, se poi scopiazzano alla carlona il frutto di tanto impegno?

Perché la Sciura Maria può replicare il piatto dello chef stellato a casa senza noie (sui risultati non stiamo a discutere), mentre un collega non può ispirarsi all’idea originaria? Sono dilettantismo e professionismo a fare la differenza?

Di certo non ho le risposte.

Di certo non credo alle coincidenze, perché nell’infinita potenzialità delle ricette che ancora devono essere partorite, certo non ne esistono due esattamente identiche.

Una volta, in una trattoria in provincia di Varese, mi hanno portato un risotto con una foglia d’oro sopra: mi è venuto da ridere, ma forse se mi chiamassi Marchesi mi sarebbe venuto da piangere.

E nel 2013, per aggiungere un parere in più, così argomentava Bruno Barbieri, chef e giudice di Masterchef:

Qualcuno si è chiesto perché mai le ricette di cucina non siano soggette a copyright?Perché uno come Gualtiero Marchesi non può prendere delle royalties sul raviolo aperto, creato 30 anni fa e che è un pezzo di storia della gastronomia italiana?.

[Crediti | Link: Facebook, immagini: Facebook, Luciano Pignataro]