di Luca Iaccarino 4 Luglio 2018
cibo in aereo

Ieri per una curiosa serie di eventi mi sono trovato su un volo Alitalia in classe Business.

Essere in Business tra Linate e Londra non cambierebbe molto —arrivi alla stessa ora degli altri passeggeri, lo spazio per le gambe è qualche centimetro in più— se non ci fosse il mitologico, archeologico, terrificante pasto a bordo.

A forza di low cost, il pranzo a bordo me l’ero praticamente dimenticato e tutte le volte mi viene in mente quella scena in cui Paolo Villaggio si imbarca su un aereo-carretta comandato da Lino Banfi e può scegliere tra semi o lupini.

Ebbene: semi o lupini sarebbero stati meglio.

[Aerei: con quali compagnie, di linea e low cost, si mangia meglio]

Il mio pasto era composto da: una scatoletta di ravioloni di ricotta al sugo, almeno così parevano, disdicevoli, una massa molla, acida, indigeribile; pane decongelato e burro; un tortino cinereo che francamente non ho osato toccare (e sono di bocca buona).

Ma non basta: per mandare definitivamente a monte tutte le discussioni sul Made in Italy, sulle “eccellenze” e bla bla bla il “dressing” per l’insalata tumefatta era a base di “Aceto Balsamico di Modena IGP” che, come indicato in etichetta, contiene “colorante caramello” che certo non fa male ma è come se ci fossero i coloranti nel vino.

Molto tipico. Molto Italian taste.

Tutto questo tra l’altro pagato a carissimo prezzo. Ma porca miseria, è possibile che nell’anno del signore 2018, dopo mille riflessioni, si possa ancora raccontare l’Italia del cibo così?

Il pasto su un aereo può benissimo non esserci, ma se viene servito dovrebbe essere un benvenuto in una cultura.

Poi ci credo che gli inglesi hanno votato la Brexit: piuttosto che i tortelli acidi, ci teniamo il fish and chips!