di Valeria Brignani 8 Maggio 2013
Un ristorante All you can eat

Mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi da sola per ciò che sto facendo e cioè accostare una meravigliosa pagina di letteratura italiana (tratta da “La Storia” di Elsa Morante), a quello che sto per scrivere, ovvero il mio personalissimo anatema contro un’espressione e un fenomeno sociale specifico: ALL YOU CAN EAT.

Sono quei ristoranti dove con pochi e indeformabili euro possiamo prendere tutto ciò che ci riesce di mangiare, prendi quello che vuoi quante volte volte vuoi.

Se ne è già parlato anche qui su Dissapore, è proprio alla domanda con cui si chiude il post (“Ci si riempe lo stomaco senza svuotare il portafoglio, il solo metro è la dismisura, l’unica categoria è l’enormità. Ma resta un pregiudizio a frenare il successo del modello all you can eat in Italia, il pregiudizio che in questi ristoranti si mangi male. Solo un pregiudizio?” ) che rispondo con il brano tratto dal romanzo di Elsa Morante.

Non ho provato tutti i ristoranti che praticano il cosiddetto ALL YOU CAN EAT, ma qualcuno sì. A Milano, come in Inghilterra così come in Giappone. E la risposta, per la mia umile esperienza è che sì, si mangia male, ma non è della qualità del cibo che sto parlando, o almeno… non solo!

Parlo della modalità, del rituale e del fenomeno antropologico che consiste nel servirsi da sé, quando si sa che ciò che si mangia è gratis o costa poco. Io, che sto sempre dalla parte degli ultimi e mi sono fatta le ossa recensendo birre spuzze e formaggi che diventano blu, posso permettermi di giudicare l’avventore medio di un ALL YOU CAN EAT.

Perché posso farlo?

Perché non ho un’attitudine snobistica nel farlo e perché, a costo di risultare impopolare, se mi dovessero offrire una cena sceglierei comunque un ristorante cinese di provincia (coi suoi buffi e graziati regalini, tanto fragili quanto di cattivo gusto), rispetto a un qualsiasi locale blasonato. – Io sono uno di voi! –

Da un estremo all’altro. Ho amici che hanno pranzato all’Osteria Francescana di Bottura e sono usciti affamati, ma soddisfatti dall’esperienza.

E io lo capisco per carità, il cibo oltre che per nutrirsi e goderne, può essere anche arte, cultura e un’esperienza sensoriale; e allora possiamo fare in modo che questa esperienza non ricordi quella bruttura storica e quella fame atavica e rancorosa di donne che assaltano un camion di farina durante la guerra?

— Aspettando con impazienza che arrivi il sushi di salmone
— Sentirsi perduti se si arriva quando rimangono solo i maki al cetriolo
— Avventarsi su quei gamberoni grigi e maleodoranti non appena vengono rovesciati (come acqua nera del secchio per lavare i pavimenti) da un cameriera probabilmente coreano e annoiato, con una pettinatura che ricorda Jem e le Hologram?

Possiamo evitare di riempire lo stesso piatto a mo’ di vulcano, pronto a eruttare acidità di stomaco, con chele di granchio fritte, alette di pollo piccanti, lasagne, insalata di mare e palline di gelato ghiacciato?

Ho un amico, per esempio, che si fa venire degli attacchi di panico, ogni volta che andiamo al nostro wok di (s)fiducia. La prende come una gara! Guarda i piatti degli altri con invidia, studia la composizione delle portate e la velocità di masticazione e, ogni tanto, condivide ciò che ha appreso in anni di abbuffate. Tipo “mai iniziare con i fritti! I fritti stoppano” e così via… Ed io non so molto diversa.

Faccio “Me Culpa” e picchio il pugno al petto.
Quando mi avvento su un buffet e, guardando me stessa e gli altri, non posso fare a meno di pensare “Zozzoni! Zozzoni!”

P.S. Sì certo, Elsa Morante.

«Weg!Weg da! Weg! Weg!»
Nell’arretrarsi incerta, Ida quasi si scontrò con due donne. Ridevano esaltate, una si reggeva per le due cocche la gonna alzata sul davanti e gonfia di polvere bianca: farina, sperdendone un poco sul selciatodietro ai suoi passi. L’altra portava una sporta d’incerato nero, anch’essa gonfia di farina.

All’incrociarsi con Ida, le gridarono: «Corra, signò, faccia presto. Stasera se magna!». «Aripiàmose la robba nostra!» «Ce la devono da ridà, la robba nostra, ‘sti ladrizellosi!»

Non c’erano che da fare pochi metri. A mezza strada fra Via di Porta Labicana e lo Scalo Merci c’era un camion tedesco fermo, giù dal quale un milite del Reich teneva testa, sbraitando, a una folla di donne del popolo. Evidentemente, colui non osava mettere mano alla pistola che portava al cinturone, per timore di venire linciato sul posto.

Alcune donne, con l’ardimento supremo della fame, s’erano arrampicate addirittura sul camion, carico di sacchi di farina. E fatti dei tagli nei sacchi, se ne versavano il pieno dentro le gonne, le sporte e qualsiasi altro recipiente si fossero trovate a portare.

Le donne inebriate urlavano contro i Tedeschi gli insulti più osceni, che nemmeno le puttane di un lupanare. Le parole meno brutali erano: fraciconi! Culoni! Viiacchi! Assassini!! ladri! Nel sortire dalla folla, Ida si trovò in un coro di ragazzette, arrivate ultime, cheda parte loro strillavano a gran voce, saltando come in un girotondo:«Zozzoni! Zozzoni! Zozzoni!!!»

E in quella udì la propria voce, stridula, irriconoscibile nel suo eccitamento infantile, gridare nel coro: «Zozzoni!».

[Crediti | Link: Dissapore, Discount or Die]