di Carlotta Girola 10 Novembre 2014
Cristina Bowerman

Troppo maschile, troppo fusion, capelli troppo corti e cognomi troppo teutonici: questo l’identikit della chef  donna stellata italiane secondo Camillo Langone su Il Giornale. Ennesimo, conclamato autogoal per il giornalista enogastromisogino dichiarato, penna testosteronica (nell’accezione di Arrogance, dell’uomo che non deve chiedere mai) noto ai più per le sue uscite non proprio carine nei confronti del genere femminile.

Stavolta prese di mira con tanto di citazione di nome e cognome (almeno ne apprezzo la franchezza) sono Antonia Klugmann del bellissimo ristorante Venissa sull’Isola di Mazzorbo, e Cristina Bowerman di Hostaria Glass e Romeo a Roma, entrambe con un cognome da “cane da guardia e generale nazista”, accusate di mettere paura e di perseguire la cucina gender.

Sì, signore e signori, il nostro Langone dice cose del genere, non è una novità, ma non mi ci abituo mai. E poi, le condisce con altre doti poco rosa nell’ideologia popolare del maschio alfa: le chef donne sono “arrabbiate, polemiche, sfemminilizzate e devirilizzanti”.

Con un guizzo di pensiero altamente uniformato alla media, nell’articolo di Langone si auspica un ritorno alla donna femmina e dolce, mica a quel mostro di competitività e parificazione a cui la bieca società odierna ci ha ormai abituato.

Antonia Klugmann

Mannaggia, credevo che si fossero estinti, invece risbucano fuori da ogni dove: al mercato, in posta, tra le pagine dei giornali. Rieccoli lì a dire, tra le righe ma non poi tanto, che sarebbe tanto bello vedere le donne a casa tra fornelli, mestoli di legno e figlioli attaccati al grembiule. Lì, intente a fare la lasagna, la polpetta, la bistecca, la focaccia: tutto, l’importante é che il piatto sia femminile, o per i più che finisca con la “a”.

Non vi salti in mente, care cuoche, di cucinare altro! Guai a voi se avete qualche idea di rivisitazione o fantasia culinaria. Non sia mai: giù la testa, sguardo basso e come piccole api operaie cercate di ripetere sempre gli stessi piatti, reazionarie e sottomesse alla tradizione, unica imperante legge della cucina langoniana.

Non ci provate nemmeno a inserire nel piatto qualche diavoleria esotica, quelle robe lì bisogna lasciargliele mangiare a loro. Niente tempura, niente zenzero, niente chorizo: si rischia il “conformismo del multietnico”, aberrante usanza gastronomica di femmine, di maschiacci, di femmine che vogliono sembrare maschi, di maschi indecisi.

Cristina Bowerman, Camillo Langone, Antonia Klugmann

Povero piccolo incallito misogino lui, che vorrebbe in cucina solo le nonne o le mamme d’altri tempi, burrose, con la crocchia alla Signora Minù, tenere e innocue come solo le vecchie generazioni hanno saputo essere.

La sua é una visione della cucina che travalica la contemporaneità, per restare sempre ancorata al passato remoto, fissato su sé stesso in una declinazione rassicurante e pascoliana del nido dei fornelli.

E oggi che la Guida Michelin incorona l’Italia, per una volta senza il vincolo delle quote rose imposte dall’alto, come prima al mondo per numero di donne chef capaci e caparbie, lui non riesce a digerire la notizia. E quindi cosa fa?

nadia santini

Mette in una teca il santino di Nadia Santini, trasformandola suo malgrado nella Nonna Papera della cucina italiana, tenera e senza un briciolo di  sex appeal, senza Chanel n.5 ma con un sentore profondo di torta alle mele e minestrone.

Ultimo appunto: la finanziera (forse anche quella di Baronetto), caro Langone, é femmina. Più femmina di quello che si possa immaginare. Ma di quelle femmine cazzute che a te non piacciono.

[Crediti | Link: Il Giornale, Libero, Dissapore, Identità Golose. Immagini: Scatti di Gusto. Le foto di Antonia Klugmann sono di Mattia Mionetto]

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