Ho le valigie sul letto, magari fossero “quelle di un lungo viaggio”. Tra tre settimane sarò di nuovo qui, di certo con qualche chilo in più e di sicuro meno vittima dei luoghi comuni sulla cucina messicana.
A parte le bande armate dei cartelli della droga che (no, mamma, te lo assicuro) non mi avranno, finalmente riuscirò a capire come mai, dopo Francia, Giappone e dieta mediterranea, la cucina tradizionale del Messico sia diventata Patrimonio Mondiale dell’Umanità per Unesco.
Deve esserci qualcosa in più di fagioli e Corona con fetta di limone.
Qualche anno fa sono stata nel New Mexico e in Texas: la patria del Tex Mex, in realtà, è questa, più vicina ai gusti degli americani mescolati coi tanti latini sul confine e lontana 2mila chilometri dal cuore di Città del Messico.
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Di Albuquerque una delle cose che ricordo meglio era la dicitura “christmas”: il Natale non c’entra niente, è solo il modo per dire al cameriere di condire con peperoncino sia rosso che verde quello che hai ordinato.
Ecco cos è il tex-mex: una cucina di confine che riesce a fondere perfettamente (come solo nelle terre di mezzo accade) il cibo verde e quello rosso, il piccante e il dolce, due anime e un solo piatto.
Ma ora sto partendo per il Messico, a distanza di sicurezza dal tex-mex.
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Le idee su quello che mi aspetta me le sono fatte in maniera pop, come mi è consono: al supermercato ho passato delle mezzore ad ispezionare la sezione messicana delle corsie.
La latta di chily con carne a firma Old El Paso si trova esattamente a metà strada tra il latte di cocco della Suzi Wan e le tristi confezioni di cous cous che sembrano uscite dagli anni ‘50: è evidente che la grande distribuzione italiana non risponda a logiche geografiche elementari. C’è il cactus, il deserto con le rocce e manca solo il sombrero: l’industria alimentare è ferma a Speedy Gonzales.
Poi c’è Casa Fiesta e il suo carico di tacos, tortillas e guacamole: roba da principianti. Nulla di fatto: i supermercati italiani spacciano per messicano quello che è Tex Mex.
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Allora sono andata ad Expo e, buona buona, mi sono fatta la coda per visitare il padiglione del Messico. Ha la forma di una pannocchia gigante avvolta nelle sue foglie: deduco che il mais abbia un’importanza basilare nella cucina locale.
E poi c’è l’avocado, l’agave da cui si ricavano mezcal e tequila, il cacao, i peperoncini, un sacco di altre cose.
Le materie prime le abbiamo tutte: parto tranquilla, che di fame non morirò.
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Non contenta, vado a guardarmi i presidi Slow Food messicani: l’amaranto, finora, per me era stato una tonalità di rosso. A breve avrà anche una connotazione di sapore nel database di palato che conto di ampliare, a costo di tornare dalla vacanza tutta ciccia e brufoli.
Puebla, dove si trova questo strano non-cereale è la mia prima tappa. Si raccontano meraviglie sulla gastronomia di questa città.
Cascasse il mondo qui devo provare i chiles en nogada, il piatto simbolo della regione che mette insieme peperoni verdi, melograno, salsa alle noci e carne.
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La mia ricerca teorica finisce inevitabilmente in modo pop, tanto quanto era iniziata: Lonely Planet alla mano.
Accumulo istruzioni sugli street food (sono tantissimi), e alla fine della lettura mi è venuta voglia di passare pure per Oaxaca, patria del piatto messicano per eccellenza: il mole.
Devo capire perché una salsa, che nel mio DNA significa accompagnamento, sia considerata più importante della carne che le viene servita sopra. Mi è un mistero, per ora.
Ho letto che esistono metodi di cottura alternativi davvero, o forse sarebbe meglio dire ancestrali: tipo cucinare una zuppa di pesce usando pietre roventi, che si lasciano “a bagno” nel cibo perché resti caldo.
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Sì, sono pronta ad archiviare lo stereotipo del tex-mex. Messico vieni a me (seguirà dettagliato report al ritorno dalla vacanza, ma vi risparmierò le diapositive).
[Crediti Foto: Luxuriousmexico, dishmaps, mexiconewsnetwork, caldo de piedra]