di Giorgia Cannarella 9 Agosto 2013
Coca Cola, Debranding

C’era una volta la spaventosa multinazionale del cibo. Era brutta, sporca e cattiva, interessata solo all’occupazione dello spazio, a piazzare il suo marchio ovunque, tambureggiando i cervelli dei poveri consumatori –noialtri beninteso– con colori squillanti e loghi invadenti.

C’era una volta. Perché poi il solito trust di cervelli del marketing ha deliberato la nuova parola chiave : debranding. Ovvero: iniziative pubblicitarie mirate SENZA LOGO e altri eccessi legati al marchio.

In principio fu Coca Cola, con la fortunata campagna Share a Coke, in Italia Condividi una Coca Cola.

Sparita la scritta Coca Cola da lattine e bottiglie, ecco arrivare nomi propri, messaggi d’amore e via personalizzando. Un toccasana per le  vendite e l’immagine: il traffico sulla pagina Facebook è aumentato dell’870 per cento. Certo, qualcuno potrebbe notare che sfondo rosso e stile della scritta bastano da soli a identificare il marchio.

Poi è venuta McDonald’s.

Debranding, Mcdonald's

Questa è la recente campagna pubblicitaria con cui la multinazionale ha invaso la Francia. Quattro simboli del fast food di McDonald’s, ben fotografati e dall’aspetto appetibile. Nessun testo, nessun logo. Sono Big Mac, Filet-O-Fish, Sundae e patate fritte. Siccome la prima impressione è quella che conta, la prima impressione è “Mmm, buono”. Giudizio istantaneamente positivo, non intralciato da invadenza e pregiudizi anti-cibo spazzatura.

Poteva esimersi Starbucks?

Debranding, Starbucks

In alcune città inglesi, l’omologante catena planetaria della colazione sta da tempo rinunciando al nome, lasciando su tazze e bicchieri solo la classica sirena del logo. E prima di servire il cliente, lo staff chiede il nome e lo scrive sulla confezione da asporto.

Le parole d’ordine della campagna sono approccio diretto con l’avventore e “mimetizzazione” del punto vendita nell’ambiente circostante.

Debranding, insomma. Allontanare i consumatori dal punto di saturazione, sbarazzarsi del superfluo o camuffare il marchio per nascondere i muscoli della multinazionale avvicinandosi alle esigenze dei clienti.

Non che questo ci impedisca di ragionare sulla differenza tra essere e apparire, che resta ineludibile, ma questa è un’altra storia.

Piuttosto, lo sapevate che dentro Starbucks c’è il wi-fi gratis?

[Crediti | Link: Dissapore, Guardian, Fastcocreate, Repubblica]